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Visualizzazione dei post con l'etichetta STORIE

El corteléto

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[Gianni Spagnolo©26F13] Ormai ho perso il conto di quanti bei coltellini, di ogni tipo e foggia, ho dovuto abbandonare al check-point di mezzo mondo. Passavo con convinta nonchalance ai controlli ed ecco che partiva quel fastidioso cicalino del metal detector, col solito corollario di faccia sorpresa, domande, concitate perquisizioni e talvolta penosi ritardi.  Non è che non sapessi cosa si poteva o non poteva portare addosso o nel bagaglio a mano negli aeroporti e nelle zone confinate,  ma c’era magari qualche tasca dimenticata o qualche interstizio in cui ci finiva quello che ho sempre considerato, fin da bambino, un accessorio indispensabile: el me corteléto. Quando ne trovavo qualcuno d'interessante nei miei viaggi, non mancavo di aggiornare la collezione. Oggi fa strano parlarne, per le note vicende di cronaca dei ragazzini armati che hanno portato al giro di vite legislativo sul porto dei coltelli a serramanico, ma io vengo da un altro contesto. Da bocia giravo sempre ar...

El Maestro Ciuféto

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[Gianni Spagnolo©26E30] Abitava nella grande casa in fronte all’Ara, il Maestro Rodolfo Toldo, detto Ridùlfi , assieme alle sue sorelle Maria, Luciana e Nina, che si vedono in foto. Esponenti di una delle famiglie più in vista e benestanti del paese, che edificò la segheria da Basso ed espresse un operoso sindaco di Rotzo che promosse la costruzione della Strada Provinciale di fondo valle e costruì le Scuole.  Fratelli che vissero la loro vita assieme, rimanendo tutti da sposare e portando quel ramo all’estinzione. Era assai rigoroso il Maestro Ciuféto, così familiarmente chiamato in paese per depotenziarne il severo piglio autoritario, ma anche con malcelato affetto, perché era pur sempre stato l’apprezzato educatore delle generazioni cresciute fra le due guerre. Ai suoi tempi il mestiere dell’insegnante era inteso alla stregua d’un sacerdozio laico e spesso come tale vissuto. Molte maestre restavano nubili per dedicarsi esclusivamente alla Scuola con l’afflato vocazionale che si ...

El poro nono Méneghele

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[Gianni Spagnolo©26E31] Eco chel taca co la storia del poro nono… Questo preambolo era sinonimo di discorsi triti e ritriti, sentiti infinite volte. I tipici discorsi de stiani . Per guadagnarsi la qualifica di “ poro ” il nonno però doveva essere morto.  A me dava un po’ fastidio questo aggettivo: perché un morto doveva essere povero? Perché compatirlo? Magari era andato a star meglio di noi. E si che poi c’infervoravano col Paradiso e l’eterna gloria, quindi avremo dovuto essere più fiduciosi sui suoi destini. In realtà si tratta d’una polisemia dove poro significava solo qualcuno che non c’era più, senza attributi qualitativi. Uno morto e basta! Talvolta capitava che mio padre mi parlasse del: so poro nono Méneghele… Al secolo Domenico Spagnolo, della stirpe dei Parigin, Paregin o Parajìn, a seconda delle fonti, classe 1851. La cosa che m’è sempre suonata strana è proprio quel diminutivo che andava ad allungare un appellativo che era già di suo un diminutivo e suonava partico...

La bella scrittura

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[Gianni Spagnolo©26E18] Da ragazzo guardavo con curiosità e un po' d'invidia i quaderni di mia sorella zeppi dei suoi esercizi di stenografia. Quei bissi, a me da poco alfabetizzato, parevano proprio arabo e alla grafia araba assomigliavano per davvero.  Per diverse generazioni la stenografia è stata competenza  di ogni brava segretaria; fino all’introduzione del registratore, che l’ha repentinamente mandata in soffitta. Lunghe sessioni di studio e di pratica rese inutili dalla tecnologia, con decorrenza pressoché immediata. Da più lungo tempo, generazioni di studenti si sono impratichite dell’arte calligrafica, un’altra abilità presto destinata a finire dimenticata. E pensare che è non è trascorso neanche un secolo da quando, almeno nel mondo occidentale, l'alfabetizzazione è diventata di massa. Da quanto tempo è che non scriviamo più a mano frasi compiute?  Che non siano una firma frettolosa alla Posta, sul palmare del corriere, o qualche lista della spesa. Ormai stiamo...

Simpatiche e oscure presenze

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[Gianni Spagnolo_©_26D19] Sta esplodendo la primavera, che è il momento della rinascita per eccellenza. La natura riprende vita e colori e si sveglia tutto quel mondo naturale che l’inverno aveva spento o sopito.  Anche in casa mia e nelle sue pertinenze esterne si manifesta un variegato assortimento di ospiti. Veramente, nessuno di loro è mai stato invitato, ma sono entrati a far parte della nostra vita perché si vede che è giusto così. Qualcuno, come: cimici, vespe, formiche e mosche non è molto gradito, mentre altri, meno molesti, contribuiscono a renderci consapevoli che non siamo gli unici aventi diritto su questo pianeta. Giusto l’altro ieri è arrivato il primo bronbòlo, ancora médo incrotìo . La coppia di merli ha già fatto il nido il mese scorso sull’albero appresso il poggiolo e i due neonati merletti si sono già involati. Il pettirosso, che ogni mattina viene guardingo a piluccare il cibo del cane, rimane una presenza fissa. Così come le séleghe che colonizzano il tetto ...

Cognomi strani e vecchi sigilli

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    Fra i motivi che m’hanno indotto ad indagare a fondo sulla storia della mia stirpe, ossia degli Spagnolo provenienti dalle montagne racchiuse tra le valli dell’Assa e dell’Astico, è stata la particolarità di questo cognome evocante una qualche improbabile relazione con la Spagna.     Spagnolo è presente da molti secoli tra l'Adige e il Brenta, essendo documentato a Trento fin dal 1171 e a Verona nel 1285. Tuttavia, all’epoca la Spagna neppure esisteva come nazione e i suoi abitanti venivano identificati in base ai regni di provenienza, peraltro ancora in formazione: Castiglia, Aragona, Navarra, ecc. Fu solo alla fine del Medioevo che la Spagna assurse a regno e denominazione unitaria e di lì a potenza mondiale.     Ne erano consapevoli g li studiosi Schmeller e Battisti, che ritennero derivare il cognome “ Spagnolo ” dalla voce longobarda “ Espan ”, nell'accezione di: “ pascolo vicino all'abitato ”, etimo presente anche nell'antico e medio alt...

Stipiti e capostipiti

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[Gianni Spagnolo_©_26C10] Nel precedente Post [Tutti figli di...] , abbiamo considerato la tipologia dei cognomi della nostra zona, evidenziando come a San Pietro quelli più antichi e diffusi abbiano origine patronimica, ossia “ figlio di… ” I cognomi più ricorrenti sono solitamente anche i più antichi. Ciò è dovuto evidentemente al fatto che più longeva ne è la presenza, maggiore ne è in genere anche la prolificità, ovvero la possibilità di moltiplicarsi e diffondersi.  Circolazione che può avvenire anche in territori diversi dall’originario, magari modificandosi poi a seconda delle zone di radicamento.  Qualora i vari rami coesistano su uno territorio molto circoscritto e caratterizzato da forte endogamia come il nostro, possono aversi diverse casistiche: il mantenimento del cognome originario e la sostanziale formalizzazione del soprannome (p.e. i Nicolussi di Luserna), oppure la mutazione del cognome originario, assumendone un altro (in genere il soprannome del nuovo capos...

Tutti figli di…

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[Gianni Spagnolo©26C4] No,… piano, non voglio offendere nessuno con questo titolo, solo evidenziare una specificità che ha San Pietro, oltre ad ospitare la sede legale delle Anguane. Mi riferisco all’ampia diffusione dei cognomi patronimici. I cognomi patronimici, ovvero “ figlio di... ” derivati dal nome del padre/capostipite, sono diffusi in tutta Europa sin dal Medioevo come forma base per identificare le persone. Presenti in varie forme — suffissi, prefissi o nomi semplici — sono particolarmente strutturati nei paesi slavi (es. russi -vič/-vna) e frequenti in aree germaniche, nordiche e britanniche. Esempi ne sono il suffisso ” -son ” scandinavo, quello “ -ez ” spagnolo, il prefisso scozzese “ Mac “o quello gallese “ O’ “. In Italia sono diffusi in varie forme, a seconda delle zone; Il nome Lorenzo del capostipite, p.e., potrebbe essere cognomizzato in vari modi: de Lorenzo, Lorenzi, Laurentiis, Lenzi, Renzi, più diminutivi e maggiorativi vari. Infinite sono poi le declinazioni ...

Treni che vanno, … treno che viene.

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[Gianni Spagnolo©26A26] Questo periodo è denso di rievocazioni storiche: il 26 gennaio è l'anniversario della battaglia di Nikolaevka, iconico per chi ha portato la penna, il 27 è il Giorno della Memoria, ricordo dell'abdicazione dell'umanità  e il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo, evento nazionale circoscritto, ma vicino e rappresentativo degli effetti collaterali della guerra. Eventi tragici legati al secondo conflitto mondiale, che fanno affiorare ricordi e riflettere. Ho valicato il Brennero parecchie volte con mio padre, nei viaggi da o per Zurigo, dove abitavo da ragazzo. Era un diversivo alla via più classica del San Bernardino e a mio padre piacevano le alternative. Io ormai sapevo, che non appena fossimo in vista dell’ottocentesca stazione ferroviaria di frontiera, mi avrebbe raccontato di “quella volta”. Lo faceva sempre! Nell’inverno del 1943 lui era ancora adolescente e lavorava, assieme ad alcuni operai della nostra Valle, nella costruzione delle opere di di...

Mòcoli (7) le Funsiòn e la Siesento

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[Gianni Spagnolo©25M5] Non so se, da qualche parte dell’universo mondo cattolico, s’è mantenuta la tradizione dei Vespri festivi. Ai tempi della nostra militanza canonica si tenevano a metà pomeriggio della domenica, nonostante siano per eccellenza la preghiera del tramonto nella Liturgia delle Ore.  Era perciò l’appuntamento fisso delle domeniche pomeriggio, almeno per noi mocòli della Piazza. Non era solo la devozione o lo spirito di servizio a farci attendere alle Funsiòn -  era così che si chiamavano nella nostra parlata - quanto la possibilità di estorcere al parroco una bella gita a cerimonia finita. Col bel tempo la presenza era perciò folta e garantita. Don Francesco era parroco da poco e quelle gite gli consentivano di conoscere un po’ il territorio circostante, così come a noi che altrimenti ci potevamo spostare solo a piedi, nella scarsa motorizzazione di allora. Ecco allora che la sua Seicento azzurrina dai sedili rossi, quella con gli sportelli che si aprivano anc...

Confradèi

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[Gianni Spagnolo_©_25L11] I confradèi , era così che chiamava i fagioli mio padre.  Perché erano screziati da striature rosse e bianche, (almeno questa era la varietà più comune da noi), uguali fra loro, o comunque molto simili. Una similitudine ricavata da una delle poche immagini paesane tradizionali che vedeva le persone vestite con abiti uguali. Era una correlazione antica, precedente a quella dell’uniforme militare che avrebbe invece ossessivamente dominato lo scorso secolo. I confradèi erano i membri delle confraternite religiose diffuse un tempo come forme associative parrocchiali. Avevano scopo prevalentemente devozionale, ma anche di riconoscimento e rappresentanza. I confratelli del S.S Sacramento indossavano una tunica  bianca, con cappa rossa e cintura del medesimo colore, ... da cui l’associazione ai fagioli. Le confraternite erano corporazioni di fedeli erette per l'esercizio della carità e la pratica delle opere di pietà, ma soprattutto l'incremento del culto...

Mòcoli (6) El turibolo

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[Gianni Spagnolo©25L11] Nei precedenti post di “Mòcoli”, avevo scritto che il servizio di turibolante costituiva l’apice della carriera del mòcolo . Era infatti prerogativa del chierichetto più anziano dimostrare la sua perizia con lo strumento facendolo roteare con arte durante le funzioni più solenni. La teatralità del movimento e la capacità di estrarre vigorosi volute di fumo dal braciere, stuzzicava infatti l’orgoglio di ogni ministrante. Sull’ala sinistra della navata, c’era inoltre un pubblico virile che a sua volta aveva esercitato il mestiere e sapeva valutare e criticare alla bisogna. A parte le solennità, c’erano tuttavia delle celebrazioni più ordinarie in cui s’usava il turibolo, che erano snobbate dai mocoli più anziani, soprattutto i Vespri e i funerali meno trafficati. I Vespri si celebravano nel pomeriggio della domenica ed erano frequentati prevalentemente dalle pie donne e dalle ragazze della dottrina, queste ultime rigorosamente precettate. Ai canti dei Salmi segui...

El colégio

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  [Gianni Spagnolo©25L17] Ara ca te paro in colégio, setu! La prospettiva di finire in collegio era la minaccia che ha intristito i miei anni belli e, penso, anche quelli di molti miei coetanei. Una minaccia perentoria, proferita spesso dalle mamme spazientite nel tentativo di farsi ubbidire dai discoli che eravamo. Ma cossa jérelo sto coléjo? In realtà non lo sapevamo e i suoi contorni erano assai vaghi, sfumando nel mito. Non era certo l’omonima contra’ di Posina, che peraltro non sarebbe stata neanche male, ma dovevano essere dei giganteschi e opprimenti edifici dalle parti di Padova o Pergine dove venivano rinchiuse le persone un po' così, per educarle. Qualcosa di simile alla fortezza dello Spielberg in cui fu internato Silvio Pellico e che ci guardava maestosa e lugubre dal sussidiario di scuola. Girava voce che in collegio, presenpio , ci finivano quelli che andavano prete (quello si chiamava seminario, ma non doveva esser molto dissimile, anche se la faccenda non ci era ben...

Camilòto

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[Gianni Spagnolo©25L18] All’anagrafe faceva Pietro Alessi, ma in paese era conosciuto semplicemente come: Camilòto .  Abitava sulla piazza, nella casa del comune poi adibita a sede dell’A.N.C.R., dove venivano custodite bandiere, labari e gagliardetti delle manifestazioni patriottiche. Quella verdolina oggi decorata dal bel murales di Fernando Protto, per intenderci. Del comune Camilòto era infatti l’ ometo-de-oro , ovvero quello incaricato di tutti quei lavori di mantenimento e controllo in capo all’ente. Apparteneva a quella schiera di paesani un po’ strani, almeno per la mia percezione di allora. Non l’ho conosciuto personalmente, dato che morì prima che io nascessi, ma era amico di mio nonno e nostro confinante su alle Rive, per cui in famiglia se ne raccontava. Era un personaggio dal fisico possente e dal carattere assai burbero e scostante, non per nulla aveva esercitato anche l’odioso ( par naltri bociasse ) ruolo del canpàro . Socialmente era perciò parecchio orso, ma la ca...

Tuto belo, però…

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[Gianni Spagnolo©25L18] È piuttosto curioso che in occasione di qualche manifestazione si manchi d’invitare l’ospite d’onore, l'attore principale. Succede che anche il Ritorno dal Bosco , fin dalla sua origine, pecchi purtroppo di questa fragorosa assenza. Andrà anche bene il Corona, il Pojana, gli elfi, le anguàne fatine, l'improbabile musica, la mistica e la mastica e tutto l’armamentario che serve ad attirare l’attenzione di un vasto, moderno e ignaro pubblico. Però non invitare l’umile e misconosciuto sgobbatore della Singèla, il fedele e infaticabile compagno dei nostri cavalàri,  è un vero peccato.  Si capisce che sto parlando del Mulo. Non ci sarebbe infatti la Singèla e tutta la sua epopea senza la sua silenziosa e preziosa opera. Pare che lui non se la sia  presa più di tanto, abituato com'è ad essere sempre emarginato, ma in fondo c'è rimasto parecchio male. Già chiamare cavalàri i conducenti, era un po’ un’offesa al povero quadrupede, peraltro ibrido di suo....

Imboscamento

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[Gianni Spagnolo©25L16] I più attempati fra noi che transitano per l’Alta Val d’Astico non possono certo non notare l’imboscamento che questa ha subito negli ultimi decenni. In queste condizioni devono averla vista, tolte ovviamente le abitazioni e le infrastrutture moderne, solo i conversi che costruirono i primitivi Ospizi.  Non certamente i nostri avi, che erano avvezzi a ben altro paesaggio. Ambienti costituiti da ghiaie, prati, seminativi, arativi vitati, piantà ,  vanéde fin soto i soji e sporadici alberi rigorosamente d’utilità. Nei colori più variegati, in funzione della fioritura delle messi e dell'avvicendarsi delle stagioni, ma per il resto sostanzialmente glabri come il sederino d’un bambino. Ne danno testimonianza le poche foto della Valle dalla fine del Milleottocento alla metà del secolo scorso,  che la ritraggono  con questo assai spoglio aspetto. Lì le infrastrutture umane  spiccano in modo netto, evidenziando l'inverso rapporto tra la demograf...

Divagazioni linguistiche...

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[Gianni Spagnolo©25L12] Sono affascinato dal linguaggio, ossia dalla modalità con cui la gente comunica ed esprime i suoi sentimenti. È forse la maniera più specifica che caratterizza un popolo, una civiltà. Senza di esso non saremmo capaci di formulare la profondità e la ricchezza dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Più ricco è il linguaggio, più articolato e preciso è il pensiero, quindi la cultura, quindi la civiltà. Non esiste civiltà complessa con un linguaggio povero, né viceversa. Basti pensare all'articolazione e al rigore di greco e latino, lingue antiche, ma proprie di civiltà e di imperi.  Non così i dialetti, tali appunto perché mai assurti a dignità letteraria, a sicura codifica e/o ad ampia diffusione. Per di più espressioni di società semplici, dall’economia precaria e dal contesto tribolato, dove l’espressione di significato usava molte metafore e similitudini tratte dalla vita ordinaria. In vita mia ho dovuto misurarmi con diverse lingue e dialetti, vuoi p...