El Maestro Ciuféto
[Gianni Spagnolo©26E30]
Abitava nella grande casa in fronte all’Ara, il Maestro Rodolfo Toldo, detto Ridùlfi, assieme alle sue sorelle Maria, Luciana e Nina, che si vedono in foto. Esponenti di una delle famiglie più in vista e benestanti del paese, che edificò la segheria da Basso ed espresse un operoso sindaco di Rotzo che promosse la costruzione della Strada Provinciale di fondo valle e costruì le Scuole. Fratelli che vissero la loro vita assieme, rimanendo tutti da sposare e portando quel ramo all’estinzione.
Era assai rigoroso il Maestro Ciuféto, così familiarmente chiamato in paese per depotenziarne il severo piglio autoritario, ma anche con malcelato affetto, perché era pur sempre stato l’apprezzato educatore delle generazioni cresciute fra le due guerre.
Ai suoi tempi il mestiere dell’insegnante era inteso alla stregua d’un sacerdozio laico e spesso come tale vissuto. Molte maestre restavano nubili per dedicarsi esclusivamente alla Scuola con l’afflato vocazionale che si richiedeva al prete per la Chiesa. Probabilmente sarà stato così anche per il Maestro Ciuféto, che forse diresse verso l’educazione proprio un’acerba vocazione religiosa, dato che era molto devoto.
Ciuféto è stato il maestro dei miei genitori, particolarmente di mia mamma, che ce ne ha tramandato alcuni aneddoti. Lo faceva con una forma di bonario riguardo che l'austera rigidità dell’uomo pareva non richiamare. Memorabile fu la volta in cui, esasperato dalla insipienza di un alunno pluriripetente, gli tirò addosso il grosso mazzo di chiavi della scuola prendendolo in pieno viso. Temute dai suoi alunni erano anche la proverbiale maestria con la stecca sulle mani e le indelebili tirate d'orecchi. Ma ad insegnare era bravo, almeno così dicevano.
Mia mamma era entrata nella sua scuola nel 1935, provenendo dal Nord della Francia, dov’era nata e cresciuta. Parlava solo francese, però capiva il dialetto che sentiva in casa dai genitori. Forse per questo il Maestro la prese un po’ a benvolere, agevolandone l’inserimento. Ma c’era un pericoloso vulnus: il padre, rientrato dalla Francia sull’onda della grande crisi, era fra i pochi paesani a non avere la tessera del Fascio. Ciò gl'impediva di trovare un lavoro e precludeva alla figlia di beneficiare di quelle attenzioni che il Regime rivolgeva selettivamente agli scolari omologati. Perciò niente Befana Fascista, esclusione dalle recite pubbliche, posizione relegata nelle varie manifestazioni scolastiche, e via dicendo. Al Solario era ammessa, ma senza beneficiare della prevista refezione; perciò mia nonna le portava la pignatèla da casa, per non farla sentire da meno.
Il Maestro, per famiglia e professione, faceva naturalmente parte delle autorità fasciste paesane. Vestiva fiero e impettito la nera uniforme nelle ricorrenti celebrazioni e inculcava agli scolari i precetti dell’etica fascista, che certamente assecondava la sua propensione caratteriale all’ordine e alla disciplina.
Era tuttavia un brav’uomo e in cuor suo probabilmente si doleva dover applicare quelle discriminazioni, perciò cercò inutilmente di convincere mio nonno ad adeguarsi ai tempi e prendere la tessera del Fascio, così da evitare emarginazioni alla figlia e agevolare lui nel trovare lavoro.
Trascurava che Toni era dovuto scendere, appena tredicenne, nelle miniere della Slesia, aveva combattuto sull’Ortigara, s’era fatto due anni in Boemia prigioniero nei lager del Kaiser e molti nelle miniere di carbone in Francia. Lassù era emigrato dopo la guerra anche per insofferenza a quanto stava accadendo in patria, formandosi una famiglia. Un minatore anarchico già debilitato nella salute dalla prussiera, dunque, ma ancora combattivo e poco incline a compromessi.
Fu così che il Maestro pensò bene d'iscrivere il nonno al Fascio de scondòn, pagandone l’iscrizione di tasca propria, ritenendo forse che l’ostacolo fosse economico e facendogli recapitare la tessera. Il nonno furente la stracciò in mille pezzi e gliela fece così restituire; nello sconcerto di mia mamma che faticava a capire queste dinamiche.
Mia madre ricordava infatti il suo dolore di bambina ad essere esclusa dagli eventi collettivi più gioiosi della scuola, unitamente però all’orgoglio del padre, carattere che d'altronde le aveva trasmesso. Toni non potè lavorare in patria e dovette emigrare in Somalia, dove contrasse anche la malaria. Questa ne logorò il fisico già compromesso dalla silicosi e lo portò in breve alla morte a soli 48 anni.
Con l’avvento della Liberazione, anche il Maestro Ridùlfi, in quanto esponente dell’autorità fascista paesana, subì varie umiliazioni, le più cocenti da quelli che erano stati suoi alunni. Ciò contribuì forse ad acuire le sue asperità caratteriali, portandolo, in vecchiaia, ad essere lo spauracchio della tepa dell’Ara. Era diventato schivo, roverso e maniacale, tuttavia sempre inappuntabile. Coltivava con passione il suo orto, situato proprio di fronte alla scuola, dove si recava vestito di tutto punto in camicia e giacca, togliendosi quest'ultima per fare i lavori. Dalle gite parrocchiali portava sempre a casa qualche seme o talea di piante insolite, che provava a fare attecchire nel suo brolo. Andando a scuola, pestavamo ancora gli stranissimi e affusolati fiori violacei e caduci della pianta che ricadeva dal muro di quell'orto e che non ho mai più visto altrove. Chissà dove l'aveva presa!
Aveva l'abitudine di delegare le incombenze più pratiche: leggeva regolarmente la Domenica del Corriere, ma mandava a prendergliela il nostro Cesco. Gli piaceva giocare all'Enalotto, ma ne incaricava il Moro dai Luca, dato che allora la ricevitoria era ad Arsiero. Non mancava mai di procurarsi una bottiglia di Fernet dall'ambulante che passava, ma non direttamente, se la faceva comprare da qualcuno disponibile. Ebbe, nel tempo, diverse persone che si presero cura di lui e della sua grande casa, dove abitava ormai da solo: dalla Clara polaca, all'Anna, arrivando infine alla Bianca. Dette una mano anche a Don Fernando a prepararsi per l'entrata in seminario. A saperlo prendere, non si tirava indietro.
Era fra destinatari preferiti degli sfottò che i giovanotti gridavano dalle Jare fra i bagliori dei falò del Fora Febraro, quand'era d'uso maritare goliardicamente gli scapoli e le nubili più improbabili e ossidati della Piassa. Ciuféto, Fulgido, la Tea, la Contessina, ecc.
Del Maestro Ciuféto, noi bociasse avevamo perciò un sacro terrore, stante la sua insofferenza verso ogni rumore o disturbo che potessimo arrecare, giacché si lamentava continuamente con i nostri genitori per ogni minima intemperanza, sollecitando adeguate reprimende.
L’Ara aveva dunque una porzione di territorio che per noi era off-limits, ovvero i dintorni di casa sua che si raccordavano a quella retrostante della Judìta e tali da precludere l’accesso all’Aréta da sud. Violare quell'area era però un richiamo insopprimibile e l'occasione di divertenti scenette, tra le lamentazioni di Ciufèto e le scaramucce, verbali e anche legnose, con la Judita.
Schivàre le stele trate dale Judita e i rinproveri de Ciuféto a jera i primi simìnti dela tepa del'Ara..., ma cuanto ca se godivinu. Ancamassa!
Infine Ciuféto, solo, vecchio e malato, sparì dall'orizzonte paesano ritirandosi a Vicenza presso una nipote, dove morì nel 1981 ormai ultranovantenne.
Esempio di figure che da bambini vedevamo un po' come macchiette, ma che avevano un loro vissuto e un loro significato e lasciato un'impronta.

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