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Guarire non significa dimenticare

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  Guarire non significa dimenticare.  Significa imparare a vivere con ciò che è stato. Significa poter pensare a ciò che è successo senza che ci distrugga ogni volta.  Significa che, anche se la ferita c'è stata, tu non sei più solo quella ferita.  Significa trovare la forza di andare avanti senza negare il passato, ma trovando spazio per il presente e per il futuro. Guarire è come imparare a camminare con una cicatrice, non scompare, ma non ci impedisce più di vivere pienamente la nostra vita. web

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Credo che questa cartina ben si presti ad una riflessione...

Estate e frutta secca... chi può mangiarla?

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È buona cosa mangiare sempre la frutta secca (noci, mandorle, pistacchi ecc.), per il contenuto di grassi buoni, fibre e proteine? No.  Il problema non è la frutta secca, è il sempre! Lo stesso cibo non va consumato nella medesima quantità, estate e inverno. Ad esempio un vin brulè si sorseggia d'inverno, l'insalata  e cetrioli si preferiscono d'estate. Perché? Non è la stagionalità che fa da guida (anche se aiuta), ma il proprio modo di essere. Ogni cibo ha delle caratteristiche,  e porta oltre che vitamine, sali minerali ecc. porta anche 'calore' o toglie 'calore'. Se mangi una zuppa di fagioli, non hai la stessa sensazione di mangiare una macedonia. In mezzo alla neve, non si mangia uno yogurt bianco.  Sotto l'ombrellone non si mangia cotechino e lenticchie. La frutta secca, apporta molto nutrimento e molto calore.  Ad esempio le noci sono calde in 3° grado e secche in 2° grado, le nocciole sono calde in 1° grado e secche nel 2° grado.  Se mangiate d...

La vecchia credenza

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C'era una volta, in una cascina circondata da campi di grano, una vecchia credenza di legno che tutti i bambini conoscevano. Non perché fosse particolarmente bella o preziosa, ma perché sopra di essa un'anziana nonnina teneva una scatola di legno piena di racconti. Questo è uno di quelli. Ogni estate, quando il sole diventava così caldo da far tremolare l'aria sopra i sentieri e le cicale iniziavano il loro concerto, i bambini si sedevano all'ombra del gelso e chiedevano: «Nonna, perché cantano così forte le cicale?» E lei sorrideva. «Perché stanno contando i giorni felici.» I bambini ridevano sempre a quella risposta. Ma la nonna continuava. «Molto tempo fa, quando il mondo era ancora giovane, l'Estate aveva paura di andarsene. Ogni anno arrivava a giugno e, appena vedeva avvicinarsi settembre, diventava triste. Così pregò la Terra di trovare qualcuno che conservasse il ricordo delle sue giornate più belle.» La Terra chiamò allora le cicale. Piccole, umili e nascos...

La vignetta

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El Campanòn de San Piero

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Ieri sera alle 17.00, come da anni succede, la tradizionale "suonata del Campanòn" a cura degli oramai noti Campanari: ADRIANO BIANCO & il Nipote NICOLA SELLA.  

Il Bostel di Rotzo

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Sull’orlo di un precipizio naturale, dove l’Altopiano di Asiago si affaccia vertiginosamente sulla Val d’Astico, sorge un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Siamo a Rotzo, o meglio, a Routze, come direbbero gli antichi abitanti di queste terre. Qui, su un terrazzo baciato dal sole, riposa il Bostel. Non è solo un prato, non è solo una collina. Tra il quinto e il primo secolo avanti Cristo, questo era un villaggio pulsante di vita. Era la casa dei Reti, un popolo di montagna fiero e ingegnoso, che qui costruì un insediamento d’altura perfettamente integrato nella roccia e nel bosco. Le case che vediamo oggi, ricostruite con pietre, legno e tetti di paglia, non sono semplici scenografie: sono il riflesso di un’architettura nata per resistere ai venti e alla neve, una sfida vinta contro la durezza delle Alpi. Ma cosa significa, davvero, "Bostel"? Per capirlo dobbiamo ascoltare l’eco di una lingua antica, il cimbro, che ancora profuma di foreste germaniche. Il nome deriv...

Tutto ha un prezzo

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Chi ragiona con la propria testa dà fastidio a chi vive seguendo il pensiero degli altri. Chi sceglie di non abbassarsi alla cattiveria, alla superficialità e al giudizio facile, spesso viene criticato proprio da chi non riesce a fare lo stesso. Ma non bisogna confondere l’odio con una sconfitta. A volte, essere malvisti da certe persone è semplicemente la prova che non apparteniamo al loro stesso modo di pensare, di vivere e di trattare gli altri. Non tutti capiranno la tua strada, e va bene così. L’importante è non diventare ciò che critichi, non perdere la tua dignità e non spegnere la tua luce solo perché dà fastidio a chi vive nel buio. Perché, alla fine, essere diversi dagli ignoranti non è una condanna: è una forma di libertà. web

Scegliere la tranquillità

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Non vale la pena trascorrere il tempo discutendo su ogni cosa.  Sto imparando a non reagire a tutto ciò che mi dà fastidio.  Sto imparando che non ho bisogno di ferire chi mi fa del male. A volte il massimo segno di maturità è allontanarsi.  Sto imparando che l’energia che spendo per ribattere e discutere mi impedisce di concentrare le energie su cose utili per me.  Sto imparando che non posso piacere a tutti, e va bene così.  Sto imparando che di tanto in tanto, non dire nulla, dice tutto.  Sto imparando che rispondere alle provocazioni, dà potere a un’altra persona sulle mie emozioni.  Non posso controllare ciò che dicono gli altri, ma posso decidere come reagire.  Sto scegliendo di provare ad essere migliore.  Sto scegliendo la mia tranquillità, perché è quello di cui ho davvero bisogno”. Roberto Vecchioni 

Gli orizzonti della Poesia

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Alla me di un tempo lontanissimo  Dove sei piccola creatura  che sognavi in grande  senza mai perdere la speranza,  senza lasciarti intimorire  dalle delusioni degli adulti  che ti vivevano accanto.  Non hai perso un attimo di tristezza  perché la gioia va conquistata a morsi  e farsela bastare nei risvegli senza sole,  come gli avanzi della domenica  mangiati il giorno dopo con più fame.  Dove sei silenziosa creatura  dai sensi troppo accesi;  tieni ancora gli occhi chiusi quando hai paura o la paura si è sciolta in tenerezza  mentre pettini i capelli, porti con te il tuo vecchio quaderno?  Cosa scriverai oggi...  scriverò della nonna  che mi tiene al caldo il pranzo,  della strada per arrivare a scuola,  del silenzio che mi parla dentro,  del tempo che verrà  senza dare spazio ai sogni.  Dove sei piccola creatura... ti penso sempre  e ti cerco in ogni mio pensiero,...

La vignetta

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La Chiesa di Pedescala ad un secolo dalla ricostruzione

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Si celebra quest’anno, la data della ricostruzione della Chiesa Parrocchiale di Pedescala dopo la prima guerra mondiale, che ha visto la distruzione dei nostri paesi della Valdastico.  100 anni  fa, la Comunità di credenti ha fatto enormi sacrifici per ricostruire chiesa e paese, che erano diventati un cumulo di macerie a causa del conflitto bellico. Ho pensato che, in questo lungo spazio di tempo, le persone di Pedescala si sono dedicate ad abbellire e migliorare questo luogo di culto, donando quello che avevano, perché la casa del Signore fosse degna di accoglierlo e per ritrovarsi insieme per lodarlo.  Un secolo che ha visto tanti cambiamenti, ma dobbiamo essere grati ai tanti Pedescalesi che, orgogliosi della loro chiesa, l’hanno conservata e ornata fino ai nostri giorni. Se pensiamo alla povertà di quegli anni, alle difficoltà e alla miseria di tante famiglie, possiamo capire quanto a cuore e quanta dedizione si aveva per la propria chiesa. Immagino quante preghiere,...

La Cesa de Pedescala

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Gò visto, sti giorni, un fià de movimento e lo diso proprio col cuore contento, parchè chi che vien rento da la me porta de preghiere ghi nà sempre piena na sporta…           Mi son la cesa  Parochiale            e anca se tanti ani fa, gero messa male           la gente de Pedescala se gà impegnà           e par farme sù de novo, la gà tanto laorà! La guera, se sa, no la fa distinsiòn la porta dapartuto nà gran distrussiòn… La cesa col paese gera un mucio de sassi de la gente, no se sentiva più gnaca i passi..            Ma quando dal profugato i xè tornà            disperati le rovine i gà vardà,            ma i se gà messo de bona lena           sù le màneghe e xò la schena…  Cusì pian pianelo son tornà al me splendore grassie a  tanta gente, tuti con b...

Ricordatevi stasera...

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C'è un filo invisibile che unisce la terra, l'acqua e le stelle nella notte tra il 28 e il 29 giugno. È la festa dei santi Pietro e Paolo, e nelle case contadine di una volta, questo non era solo un giorno di devozione, ma la notte in cui si interrogava il futuro attraverso un prodigio fatto di cose semplicissime: un uovo, un po' d'acqua e una caraffa di vetro. ​La tradizione della "Barca di San Pietro" era un rito atteso da tutta la famiglia, una via di mezzo tra un gioco per bambini e una seria profezia per il lavoro dei campi. ​Tutto cominciava la sera del 28 giugno, all'imbrunire. Si prendeva una caraffa o un grande vaso di vetro trasparente e lo si riempiva d'acqua fresca, preferibilmente del pozzo. Poi, con delicatezza e mano ferma, la nonna o la mamma rompevano un uovo fresco, facendo scivolare nell'acqua solo l’albume, la chiara trasparente, trattenendo il tuorlo nel guscio. ​L’albume, più pesante dell'acqua, colava lentamente sul fondo...

Fate attenzione a:

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Attenzione a chi ride sempre,  alla perfezione sbandierata,  alle case di lusso e alle ville coi maggiordomi, ai matrimoni perfetti,  a chi non sbaglia mai,  a chi ha figli da 110 e lode e lo urla ai quattro venti,  alle case museo senza libri e senza polvere,  a chi in cucina non tiene nemmeno una spugnetta a vista,  a chi arriva sempre in orario,  a chi non sbaglia mai,  alle cose dette e ridette che nascondono cose non dette,  a chi supera subito i lutti, i distacchi, le mancanze,  a chi blatera nobiltà d’animo e sputa sentenze, a chi si sente principe o principessa, a chi non ha un capello fuori posto, una piega nel vestito, una macchia nell’anima, a chi chiede come stai e non ascolta mai la risposta, a chi perdona subito, dimentica subito,  a chi parla troppo o sta sempre in silenzio,  agli oggetti di argento sempre lucidi,  ai ricordi falsati, a chi non c’è mai quando serve, all’amore che non c’è mascherato da a...