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Capita a tutti...

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Capita a tutti, ci sono giorni in cui non ci riconosciamo. Ci guardiamo allo specchio e ci sembra di vedere qualcun altro, ci vediamo stanchi, svuotati, lontani. Giorni in cui vorremmo sparire, prendere un treno qualunque, o restare nascosti sotto le coperte finché il mondo non smette di cercarci. Dentro è un casino, un miscuglio ingestibile di rabbia, malinconia, cinismo, paura, e quella solitudine sottile che a volte ci pesa addosso come un blocco di cemento. Allora ci scappa un “non sai che giornata di emme ho avuto”. E dall’altra parte, puntuale, arriva: “sapessi io”. E lì finiamo intrappolati in una specie di gara assurda a chi sta peggio. Una competizione di ferite, come se per essere ascoltati dovessimo per forza sanguinare di più. Intanto, dentro, cresce un giardino mentale fatto di erbacce, pensieri cupi, silenzi strozzati e parole mai dette. Poi ci stupiamo se non fioriamo più, se non ridiamo più o se non abbiamo più un sorriso da regalare né da accogliere. A volte sembriamo ...

Il carbonaio

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Il carbonaio di una volta era una delle figure artigianali più solitarie e più antiche che il bosco italiano avesse, quello specialista della carbonizzazione del legno che viveva nel bosco per settimane accanto alla propria carbonaia, quella struttura di legno coperta di terra e di fango che si faceva ardere lentamente dall'interno per trasformare il legno in carbone di legna senza farlo bruciare completamente.  Il carbonaio italiano aveva la propria carbonaia in una radura del bosco, quella struttura conica di strati concentrici di legna coperta di rami e di terra che si metteva in moto con il fuoco al centro e poi si gestiva per giorni controllando la combustione attraverso i fori di aerazione che si aprivano e chiudevano per regolare la temperatura interna. Il lavoro del carbonaio, quella sorveglianza continua giorno e notte della carbonaia che non poteva essere lasciata sola perché un errore nella gestione dell'aria poteva trasformarla da lenta carbonizzazione in incendio d...

Non tutti i funghi son velenosi

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Il bosco dopo la pioggia ha un odore forte e umido, di terra bagnata, corteccia fradicia e muschio fresco. L'aria che sale dalla valle è carica di quell'umidità pesante che fa marcire le foglie secche a terra, creando il letto ideale per tutto quello che spunta nascosto sotto l'ombra. ​Il contadino cammina piano sul tappeto di ghiande, con gli occhi piantati a terra e un bastone di nocciolo in mano. Con la punta del legno sposta delicatamente un mucchio di foglie marroni, portando alla luce un gruppo di cappelli tondi che spuntano dal terreno scuro. ​Estrae il serramanico dalla tasca e taglia un gambo sodissimo e bianco, lasciando la radice dentro la terra. Lo rigira tra le dita, ne sente la consistenza piena e lo avvicina al naso per respirarne il profumo, prima di posarlo con cura dentro il cesto di vimini che porta con sé.  ​Poco più in là, sotto le radici marce di un vecchio albero, spuntano altri funghi dal cappello rosso vivo, macchiati di pallini bianchi e belli come...

Una sera soto el scagno del diaolo

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La vignetta

Legàmi

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Ci sono legami che nascono prima ancora di sapere cosa significhi legarsi. I fratelli e le sorelle condividono qualcosa di primordiale: lo stesso sguardo di mamma, la stessa voce di papà, la stessa casa dove si impara (ognuno a modo suo) a esistere. Eppure, dentro quel terreno comune, germogliano differenze, confronti e spesso tante ferite sottili. La gelosia tra fratelli non è solo una questione di giochi contesi o attenzioni negate. È, più in profondità, il bisogno di sentirsi unici in un luogo dove la condivisione è totale. Il primo figlio vive spesso la nascita del secondo come una perdita: di spazio, di sguardo e di centralità. Non è cattiveria, è l’istinto. È la prima esperienza di “divisione del cuore” che un bambino affronta. Il fratello maggiore che è stato “adultizzato”, caricato di responsabilità troppo presto, cresce con una forma sottile di rivendicazione. Un senso di ingiustizia mai detto. Il minore, invece, porta spesso addosso l’essere stato “il piccolo”, quello protett...

I viaggi della cicogna

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Ieri in Contra' Carotte é arrivata NOEMI LUCCA figlia di Alessio e Giorgia Carotta. A tutti, Auguri e Felicitazioni!

Ti sblocco un ricordo

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A nessuno importa se sto male

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Quando ci sentiamo soli nel nostro dolore, è facile credere che il nostro malessere non interessi a nessuno. Ma la domanda che può davvero fare la differenza è: e a te? Prendersi cura di sé significa anche riconoscere il proprio valore, senza aspettare che siano gli altri a darcelo. Il primo passo per stare meglio è chiedersi: quanto mi sto ascoltando? Quanto mi concedo di prendermi sul serio? Se senti di non essere abbastanza importante per gli altri, prova a partire da te stesso. Quanto spazio ti dai?

La vignetta

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La potenza dell'autocontrollo

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  Arriva un momento in cui capisci che reagire non è sempre forza, a volte è solo istinto. La vera potenza sta nel controllo, nel saper trattenere ciò che potrebbe ferire e trasformarlo in silenzio.  Non perché manchi il coraggio, ma perché c’è una consapevolezza più alta che guida le scelte. Chi ti ha fatto del male resta dove è, tu invece vai oltre. È lì che si misura la differenza: quando potresti colpire, ma scegli di crescere, dimostrando a te stesso di essere davvero migliore. web

Il cortile della cascina

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  Il cortile della cascina di una volta era il cuore più vivo e più autosufficiente che la casa contadina italiana avesse - quello spazio chiuso e protetto circondato dalla casa e dalle stalle e dai fienili su tutti e quattro i lati dove si svolgeva la maggior parte della vita quotidiana della famiglia rurale italiana, quello spazio di transizione tra il dentro e il fuori dove i bambini giocavano e le galline razzolavano libere e il cane dormiva e il gatto aspettava e il nonno sistemava gli attrezzi. La cascina lombarda o veneta o emiliana aveva la sua forma architettonica precisa - quella corte chiusa a quadrato o a L o a U con i portici che proteggevano dalla pioggia e dal sole e che permettevano di lavorare all'esterno in ogni stagione, con il pozzo o la vasca dell'acqua al centro come elemento fondale dell'intera struttura. Le galline del cortile - quelle che razzolavano libere durante il giorno e producevano le uova più fresche che esistessero. Il carro agricolo appogg...

La vignetta

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Le nostre cicatrici

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L’altro giorno, guardandomi il ginocchio, mi è caduto l’occhio su una vecchia cicatrice. È il segno di una sbucciatura presa da bambina, ricordo bene quel dolore pungente, perché era in un punto scomodo e ogni volta che piegavo il ginocchio mi sembrava di vedere le stelle.  Dopo i primi giorni col cerotto, mi dicevano che la ferita doveva prendere aria per guarire, ma bastava anche solo un filo d’aria o il tocco di una stoffa perché la pelle viva mi facesse male. Poi piano piano, quella pellicina sottile si è trasformata in una crosta dura, e io ho ricominciato a giocare spensierata.  Fino a quel giorno in cui, scivolando mentre giocavo a nascondino, la crosta si è in parte strappata e in parte accartocciata e la pelle sotto ha ricominciato a sanguinare.  Un dolore tremendo, che ricordo molto bene e la mia disperazione di bambina che urlando e piangendo dicevo “di nuovo? Così non guarisce più”. Oggi, su quel ginocchio, non c’è più dolore. Solo una cicatrice, parte integra...

La pozzanghera

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  Dove la strada bianca lascia il paese e si perde tra i campi, nel punto in cui i filari delle viti incontrano il limitare del bosco, l’autunno ha steso la sua mano sulle colline. L’aria odora di terra bagnata, di fumo che sale dai camini lontani, di funghi nascosti sotto le foglie. La nebbia scende bassa sui campi, inghiottendo ogni filo d'erba e, per giorni, il cielo resta un’unica coperta di nuvole pesanti che aspettano soltanto il momento di aprirsi. Poi, nella notte, ecco che la pioggia batte prima di rado sul tetto di coppi poi, con un rumore fitto e costante che culla il sonno, finisce per riempire ogni fosso e ogni crepa della terra. Scorre lungo i sentieri, tamburella sulle foglie larghe dell’orto, scende dai rami del vecchio noce in lunghe lacrime lente. All’alba la pioggia tace. Ed ecco che lei è lì. La pozzanghera si è adagiata nell’incavo lasciato dalle ruote di un trattore, tra i sassi chiari e l'argilla morbida del sentiero. Non ha alcuna fretta di andarsene. Si...

Il lavatoio di montagna

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  Il lavatoio di montagna di una volta era la struttura comunitaria più antica e più sociale che il borgo alpino o appenninico avesse - quel lavatoio pubblico costruito sopra una sorgente di acqua fresca di montagna con le pietre piatte inclinate per appoggiarvi i panni e fregare e le vasche di pietra dove l'acqua scorreva continua e fredda era il luogo dove le donne del paese si riunivano ogni lunedì o ogni settimana a lavare i panni di tutta la famiglia con quella socialità forzata del lavoro condiviso. 🧺❤️ Il lavatoio italiano di montagna era una costruzione pubblica precisa - quella struttura di pietra con il tetto di lose o di tegole che proteggeva le lavandaie dalla pioggia e dal sole e che aveva le vasche a due livelli - quella superiore per il risciacquo nell'acqua pulita della sorgente e quella inferiore per la fregatura con il sapone. L'acqua di montagna - quella fredda e purissima della sorgente che rendeva i panni più bianchi di qualsiasi acqua di pianura. Il s...

La vignetta

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Se è vero...

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  Sai qual è la cosa che fa più male?  Che troppo spesso ci rendiamo conto di quanto sia preziosa la vita soltanto quando rischiamo di perderla o vediamo stare male qualcuno che amiamo. Passiamo le giornate a lamentarci per piccoli contrattempi, per qualcosa che non è andato come speravamo, per i programmi saltati e per mille preoccupazioni che sembrano non darci pace. Eppure proprio in questo momento c’è qualcuno in un letto d’ospedale che darebbe qualsiasi cosa per poter vivere una giornata normale. Svegliarsi senza dolore, alzarsi dal letto con le proprie forze, tornare a casa, sedersi a tavola con la propria famiglia e abbracciare le persone che si amano. A volte ciò che per noi è una giornata qualunque, per qualcun altro è il desiderio più grande. E questo non significa voler sminuire il dolore di nessuno. Ognuno di noi affronta le proprie difficoltà e combatte battaglie che gli altri non sempre riescono a vedere. Ma quando viene a mancare la salute, anche le cose più sem...

Adriano Bianco - Sacrestano da mezzo secolo

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La vigna di famiglia

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La vigna di famiglia di una volta era qualcosa di molto più di un appezzamento di terra - era un'identità, una tradizione, un lavoro fatto insieme che si tramandava di generazione in generazione con quella cura dei filari e quel rispetto del vitigno locale che produceva un vino che non aveva etichetta ma aveva il nome della famiglia e il sapore del proprio terroir specifico. La vigna di famiglia italiana aveva la sua gestione annuale precisa - la potatura di gennaio, la legatura dei tralci a marzo, i trattamenti contro le malattie della vite in primavera, la vendemmia di ottobre - con quel ciclo agricolo che ritmava l'anno intero della famiglia contadina e che dava a ogni stagione il suo lavoro specifico in vigna. La vendemmia - quel momento di ottobre in cui tutta la famiglia si riuniva nei filari a tagliare i grappoli di uva matura con i coltellini ricurvi e a riempire le ceste di vimini che si svuotavano nel cassone del trattore o nel tino di legno. Il grappolo maturo - quel...

Ti sblocco un ricordo... Si partiva per fare il militare

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Gli Orizzonti della Poesia

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Come fa il sole a risaltare i colori dell'autunno, donare sfumature dorate alle foglie  senza accorgersi del buio di certe stanze  dove non entra quasi mai.  Luoghi dove la solitudine è subita,  la mancanza amplificata dalle ombre del passato  dove non c'è abbastanza luce per cancellarle.  E si vive tra fredde pareti,  la porta socchiusa...  casomai passasse la buona sorte, il destino,  la fortuna, il caso... qualcuno che dica che è il giorno buono. Francesca Stassi

San Prosdocimo

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Mostra Mercato a Posina

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Incontro con l'Autore

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La vignetta

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Momenti che fanno anche sorridere

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Ci sono momenti in terapia che mi fanno sorridere ogni volta. Succede che a un certo punto, dopo mesi di lavoro, di parole e di nodi sciolti con pazienza, qualcuno si ferma, mi guarda e dice: “Dottoressa, ma è da un po’ che non ho l’ansia… mi devo preoccupare?” E lì, soprattutto quando ormai c’è quella confidenza profonda fatta di lavoro serio e fiducia costruita nel tempo, scoppiamo a ridere insieme. Una risata vera, di quelle che nascono perché ci siamo accorti entrambi del paradosso. Eppure, dentro quella domanda, c’è qualcosa di terribilmente serio. Quando una persona ha vissuto a lungo in uno stato di allerta, l’assenza dell’allerta spesso fa molta paura. È come se una parte interna si affacciasse e sussurrasse: “Troppo silenzio… sicuro che sia tutto a posto?” Stare male, per quanto doloroso, è prevedibile. Stare meglio è un territorio che non si è ancora imparato a conoscere bene. Quell’ansia, del resto, non è arrivata per caso. Ha una storia e spesso è stata il modo che una pers...

Spaccare tutto o spaccarsi la schiena?

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  Questa fotografia è stata scattata a Cagliari negli anni Trenta del Novecento. Ritrae un gruppo di bambini che venivano chiamati Is Piccioccus de crobi, i ragazzi del cesto. Era un fenomeno tristissimo. Bambini che vivevano per strada, spesso orfani, abbandonati, figli di relazioni illegittime o di famiglie talmente povere da non poterli mantenere. Si guadagnavano da vivere trasportando, con un cesto di giunco, la spesa delle signore che andavano al mercato oppure piccoli carichi dal porto verso i quartieri alti della città. In cambio ricevevano qualche moneta o qualcosa da mangiare. Quando andava bene. Non stiamo parlando del Medioevo. Questa era la realtà di una città italiana meno di un secolo fa. E il fenomeno si protrasse fino agli anni Cinquanta. Questo era il presente ai tempi dei nostri genitori. I nostri genitori non andavano in giro a spaccare tutto. Si spaccavano la schiena. Per sopravvivere, per costruirsi una vita e soprattutto per dare ai propri figli quello che lor...

Opinioni della realtà del momento

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  Da Pediatra, non riesco a restare in silenzio.  E dirò la mia. Anche se qualcuno contesterà. Guardo le immagini degli scontri di Milano e provo rabbia, amarezza e profonda preoccupazione. Tra quei volti vedo ragazzi giovanissimi, alcuni apparentemente minorenni.  Hanno la stessa età di tanti miei pazienti.  E da operatore sanitario, oltre che da cittadino, mi pongo delle domande. Qui non c’entra l’ideologia politica. Non c’entra l’etnia. Non c’entra nemmeno il diritto (sacrosanto) di protestare per il caro vita. Non è una questione di destra o di sinistra.  Non è una questione di italiani o stranieri. Non è una questione di povertà o ricchezza. È vandalismo. È delinquenza. È violenza gratuita. Mi preoccupa una generazione che, almeno in alcune sue espressioni, sembra sempre più frustrata, arrabbiata, incapace di gestire un limite o accettare un no. Una generazione cresciuta a videogiochi violenti e musica trash. Che si incontra e si fomenta sui social. Che è c...

Il tempo passa, il ricordo resta

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  Il sole è ormai sceso dietro la cresta del monte, lasciando nel cielo solo una striscia di viola scuro che va a sfumare nel nero. L'aria della sera s'è fatta fredda tanto da far accostare l'uscio per non far fuggire il calore del focolare. ​Il vecchio contadino si siede sulla solita panca di noce, consumata al centro dalle generazioni che ci si sono sedute prima di lui. Passa la mano lentamente sul legno, seguendo con le dita i solchi e le venature scure lasciate dai nodi. ​Estrae dalla tasca una vecchia lima arrugginita che apparteneva a suo padre e la posa sulla mensola sopra il camino, proprio accanto all'orologio a pendolo che batte i secondi con un tic-tac lento e pesante. ​"Le stagioni continuano a girare senza fermarsi mai: le foglie d'autunno cadono nel solco, la pioggia le copre di fango e la primavera nuova ci cresce sopra come se niente fosse stato. Il tempo si mangia le staccionate di legno, fa marcire i pali della vigna e consuma il ferro delle z...