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Ognuno dice la sua...

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  Non si invecchia semplicemente per il passare del tempo; la biologia si spegne quando l’ambiente e le abitudini comunicano al corpo che la sua missione è terminata. La vera causa del decadimento prematuro non è lo stress lavorativo né i grassi saturi, ma uno spegnimento sistemico e silenzioso. Queste sono le 9 minacce invisibili che disattivano il progetto biologico: 1. Isolamento e perdita di uno scopo: smettere di sentirsi utili spegne i segnali cerebrali legati alla sopravvivenza. Il pensionamento mentale logora l’organismo molto prima di qualsiasi insufficienza organica. 2. Atrofia da inattività mentale: consumare intrattenimento di scarsa qualità paralizza la plasticità neuronale. Senza sfide cognitive complesse, il cervello finisce semplicemente per ridursi. 3. Sedentarietà muscolare cronica: perdere massa muscolare, cioè sviluppare sarcopenia, comunica al corpo che non ha più bisogno nemmeno delle proprie ossa. Chi non si muove si arrugginisce. 4. Disconnessione dalla natu...

Una buona zuppa é mezzo pasto

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Il fumo denso della legna sale dritto lungo il camino della cucina, portando con sé quell'odore buono di cipolla, croste di formaggio e cavolo nero stufato a fuoco lento per ore. La pentola di coccio scuro borbotta piano, facendo ballare il coperchio con un suono ritmico e regolare. ​Il contadino entra in casa lasciando le scarpe infangate sulla soglia, appoggia il cappello sulla vecchia sedia e afferra il cucchiaio di legno, ormai consumato dal tempo. Mescola con calma quel brodo denso e ricco, dove i fagioli schiacciati si fondono con il pane raffermo di tre giorni prima, trasformando la miseria dell'orto in una cremosità scura e profumata. ​Versa un mestolo fumante nella ciotola di terracotta spessa, ci fa cadere sopra un filo d'olio nuovo, appena spremuto dal frantoio e un pizzico di pepe nero macinato grosso. ​"Sentite qui che profumo. La gente che non conosce la fatica pensa che per fare un buon pasto servano gli arrosti dei signori, le carni preziose o le spezie...

Vajont -9 ottobre 1963

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La calendula

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Questa pianta è un vero tesoro, e quasi nessuno lo sa. È la calendula, che nelle campagne chiamano anche fiorrancio. Si risemina da sola e spunta perfino nelle crepe dei muri. Al Centro-Sud e lungo le coste, seminata adesso in autunno, fiorisce a fine inverno e in primavera, e nelle zone miti può regalare fiori anche nei mesi freddi. I petali sono commestibili: crudi colorano le insalate di arancio vivo. Con i fiori si prepara l'oleolito di calendula, base tradizionale per balsami e creme fatte in casa. Si raccolgono i capolini nelle ore più asciutte e si lasciano seccare qualche giorno all'ombra, perché l'acqua dei fiori freschi fa ammuffire l'olio. Poi si riempie un barattolo di vetro, si coprono bene i fiori di olio extravergine d'oliva e si lascia macerare per tre o quattro settimane in un luogo tiepido, scuotendo ogni tanto. Alla fine si filtra con una garza, strizzandola bene. Prima di usarlo sulla pelle provane una goccia sul polso: chi è allergico a margheri...

L'ingresso lento e discreto dell'autunno

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Si diceva che l’autunno vero cominciasse quando la nebbia tornava a posarsi sui campi. Al mattino, i contadini uscivano presto e trovavano la pianura avvolta in un velo lattiginoso, così fitto che a malapena si scorgevano gli alberi del filare. Era il segno che la terra si stava ritirando nel suo silenzio, pronta al riposo. Anche la memoria si faceva più dolce e sfumata. Avvolgeva le cose come un velo benevolo: le siepi, i filari, le vecchie strade di campagna dove un tempo passavano carri e biciclette cariche di vita. Era la nebbia della memoria, quella che non cancella, ma ammorbidisce i ricordi, li culla nel silenzio e li restituisce più leggeri, come sogni al risveglio. Chi camminava tra i campi sentiva il rumore ovattato dei passi sulla terra umida e vedeva le ragnatele brillare d’acqua, come fili d’argento. Ogni casa, con la luce accesa dietro ai vetri, sembrava un porto sicuro nel mare di nebbia. E così, sotto quel mantello silenzioso, l’autunno faceva il suo ingresso, lento e d...

San Prosdocimo

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A 60 anni dall’alluvione di Laghi

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Io me la ricordo bene quell'alluvione del 4 novembre 66... Nel novembre del 1966 una violenta alluvione colpì duramente il nostro territorio, lasciando segni profondi nel paesaggio e nella vita della comunità. Miracolosamente, non si registrarono vittime, ma furono ingenti i danni e le conseguenze per il paese. A 60 anni di distanza, Laghi vuole ricordare e raccontare quei giorni attraverso testimonianze, documenti e immagini d’epoca. Sabato 17 ottobre 2026 Ore 17.00 Struttura Polifunzionale di Laghi Una storia che appartiene a tutti noi e che merita di essere tramandata alle nuove generazioni. Una comunità ricorda, racconta e tramanda la propria storia.

Ponte di Roana

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PONTE DI ROANA, LA MANUTENZIONE IN PRIMAVERA Questa mattina a Vicenza il tavolo di coordinamento sul ponte di Roana. Il via al cantiere la prossima primavera. Garantito il senso unico alternato durante l’alta stagione. I lavori di manutenzione del ponte di Roana inizieranno la prossima primavera. Un’opera che è necessaria e non più rinviabile. Per due mesi la circolazione dei veicoli avverrà a senso unico alternato per permettere ai turisti e agli sciatori di raggiungere i comprensori di Campolongo e del Verena. Poi la struttura verrà chiusa completamente. E’ ciò che è stato deciso in mattinata nel tavolo di coordinamento tra Provincia, prefettura e comuni dell’altopiano.  La viabilità delle frazioni di Mezzaselva e Roana e il Comune di Rotzo dipende dal ponte sulla Val d’Assa. I cittadini durante i lavori dovranno poter raggiungere l’ospedale, le scuole e riuscire a fare benzina perché in quella zona non esiste nessun distributore.   Dipenderà tutto anche dalle condizion...

La vignetta

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Non é più tra noi - Antonio Virgili - (nr. 14 - 10/26)

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Stabilire "il confine"

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Ci sono momenti in cui ci sentiamo afflitti, delusi e feriti. Restiamo inermi davanti al male ricevuto, senza trovare nessuna spiegazione logica che ci consoli.  Ci domandiamo: me lo meritavo? Dove ho sbagliato? Perché mi ha fatto questo? Abbiamo creduto di dare il massimo, e spesso lo abbiamo dato davvero. Eppure certi incontri ci hanno sbriciolato, e nelle crepe sottili delle nostre insicurezze si è infiltrato veleno e dolore.  Ci guardiamo allo specchio e ci facciamo pena, a volte perfino pietà. Come fossimo prede colpite a morte da un bracconiere, senza sapere perché. E allora ci chiediamo: come difenderci? Come proteggerci da chi sembra nutrirsi della nostra bontà e del nostro dolore? Purtroppo non esiste un modo per impedire agli altri di ferirci del tutto: non possiamo controllare il cuore altrui, né le intenzioni, né la loro mancanza di coscienza.  La verità è che spesso la gente fa male non per ciò che siamo, ma per ciò che porta dentro di sé. Rabbia, vuoto, frus...

Piccolo promemoria quotidiano

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Non posso fare tutto. Eppure continuo a provarci, come se il mio valore dipendesse da quante cose riesco a tenere in equilibrio. Mi affanno a organizzare, a controllare, a sistemare ogni dettaglio, ma dentro sento che non è mai abbastanza. Il mio perfezionismo mi promette sicurezza, se sarà tutto impeccabile, forse nessuno vedrà le mie fragilità. Eppure so che è un’illusione. È una corazza che mi pesa, che mi allontana dal respiro leggero della vita che tanto desidero. Non si tratta di diventare perfetti, ma veri, di accogliere i limiti, di lasciare spazio agli errori, di ricordarmi che non devo meritarmi l’amore attraverso le prestazioni. Il coraggio più grande è imparare a dire: Va bene così, anche se non è tutto sotto controllo. Va bene così, anche se non è perfetto. Va bene così, perché io vado bene così. D.ssa V. Scoppio

Aula verde all'aperto

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Una scuola sempre più a contatto con la natura! È stata ufficialmente inaugurata oggi la nuova Aula Verde all'aperto del plesso scolastico di San Pietro Valdastico. Si tratta di una splendida struttura polifunzionale in legno, pensata per ospitare lezioni all’aperto, laboratori didattici e attività dedicate alla sostenibilità ambientale. Con questo intervento, la nostra comunità si conferma apripista e punto di riferimento per l’outdoor education, investendo concretamente nel futuro e nel benessere delle nuove generazioni.  Un grande traguardo per la nostra scuola e per tutto il territorio!  Grazie a chi ha reso possibile tutto questo!  SiamoValdastico Donne all'arrembaggio Profumo d'autunno, colori della nostra terra... l'Aula Verde è pronta ad accogliere il nostro futuro!  Oggi, per l'inaugurazione dell'Aula Verde del progetto Clorofilla, presso le Scuole di Valdastico, abbiamo voluto portare un po' del nostro cuore❤. Con qualche ramo d'edera, fiori ra...

Le oche

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  Nel 390 a.C., secondo la tradizione romana, furono le oche a salvare il Campidoglio.  La storia è questa: i Galli, durante il sacco di Roma, tentarono di scalare il Campidoglio di notte, in silenzio, approfittando dell'oscurità. I cani di guardia non abbaiarono. Ma le oche sacre tenute nell'area del tempio di Giunone si misero a starnazzare rumorosamente, svegliando Marco Manlio e i difensori romani in tempo per respingere l'attacco. Il racconto ci è arrivato principalmente attraverso Tito Livio — è tradizione storica romana, non storia verificata da fonti indipendenti. Ma riflette qualcosa di vero sul comportamento di questi animali. Perché le oche funzionano come sistema d'allarme? Le oche sono naturalmente vigili e territoriali. Reagiscono rumorosamente a persone sconosciute, animali o movimenti insoliti — di giorno come di notte. Non si abituano facilmente alle presenze estranee come i cani. Per questo sono state usate come guardiane nelle fattorie per secoli — e ...

Donne autunno

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Ci sono donne che l'autunno ce l'hanno nell'anima, perché si nutrono di silenziose nostalgie e di dolci solitudini, di misterioso desiderio di introspezione e di rinascita. Negli occhi hanno mille colori caldi, infinite tonalità di giallo, marrone, rosso e verde che danno vita a splendide opere d'arte.  Le donne autunno indossano la loro malinconia con leggerezza ed eleganza ed hanno la stessa generosità degli alberi dorati, che regalano alla terra le loro foglie per nutrirla e per rafforzare le radici. Amano l'eleganza delle foglie, che hanno mille colori e improvvisano misteriose danze nell'aria, fino a quando, stanche, si posano con leggerezza sul terreno.  Sono donne che sanno rinnovarsi ed evolversi, come l'eterno rinascere della natura, perché sanno che l'autunno è la primavera. Rinascono sempre. Renato Sanni Ph Franca Rocchetti

La vignetta

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A go caro!

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[Gianni Spagnolo©26M3] Go caro è una cara e tipica espressione nostrana dai significati variabili in funzione del contesto. Significa letteralmente: mi fa piacere, apprezzo, sono contento. Un tempo si usava anche nelle presentazioni, quando ci si dava la mano: A go caro! Poi è subentrato il più moderno e asettico “piacere”, ma non ne abbiamo guadagnato. Ha un duplice impiego: in senso positivo si usa per esprimere gioia o soddisfazione per qualcosa di bello accaduto a qualcuno (p.e.: A go caro che ti sipi vegnésto a catàrme ) D’altro canto lo si può usare anche in senso ironico o infantile, applicando quell’intraducibile sensazione che i tedeschi chiamano Schadenfreude con il significato di "ben ti sta!" o "così impari". Proprio quest’ultimo impiego ce lo fa ricordare con malcelata nostalgia dato che da bociasse lo usavamo con intensa soddisfazione verso qualche compagno che ci aveva fatto un torto danneggiandosi lui stesso, o semplicemente per invidia; schadenfr...

A gò ciapá carne

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Certamente tutti, almeno una volta lo abbiamo detto o lo abbiamo sentito dire... ma da dove nasce questa frase? Questa espressione affonda le proprie radici in tempi antichi e significa semplicemente essere stati rimproverati. Ovviamente questo modo di dire è di origine contadina e deriva da una consueta usanza dell'epoca, ovvero che se per Pasqua il padrone dei campi regalava ai mezzadri della carne, significava che a "San Martin" (11 novembre) avrebbe rotto il contratto di mezzadria e la famiglia avrebbe dovuto andarsene. Anima Veneta

I cachi

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I cachi compaiono quando l’autunno è ormai maturo, piccole lanterne accese tra i rami spogli. Il loro colore caldo sembra trattenere l’ultima luce del sole, e la polpa morbida racchiude una dolcezza che sa di quiete e di casa. Un tempo si diceva che i cachi maturassero solo dopo la prima brinata, come se avessero bisogno del freddo per diventare buoni: un insegnamento discreto, che ricorda come la dolcezza più autentica spesso nasca dalle prove del tempo.  Appesi ai fili, a seccare lentamente nei portici o nelle cucine, i cachi diventavano dono d’inverno, promessa di nutrimento e memoria di sole. Ancora oggi, guardarli brillare sui rami nudi fa pensare che la bellezza non sempre si nasconde nella fioritura, ma anche in ciò che resta, saldo e luminoso, quando tutto il resto si spoglia.  Una vecchia credenza popolare invita a prendere i semi del cachi, aprirli lungo la loro “linea naturale” e guardare la forma del cuore interno. Se appare come un cucchiaio, si dice che l’inverno...

La vignetta

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Non con chiunque...

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Per anni mi sono interrogata su una domanda. Perché con alcuni psicoterapeuti abbiamo la sensazione che riescano ad accompagnarci proprio nei punti più profondi, più vergognosi, più dolorosi e più nascosti della nostra storia, mentre con altri, pur riconoscendone la preparazione, la competenza e la serietà, questo non accade? Per molto tempo ho pensato che la risposta fosse nello studio, nella formazione e nell’esperienza. Poi, un giorno, il mio terapeuta mi disse una frase che allora mi colpì molto. “Se tu non ti stessi formando per diventare una psicoterapeuta, il nostro lavoro sarebbe in via di conclusione. Ma tu ti stai formando per fare questo lavoro e queste parti di te devi arrivare a conoscerle ad occhi chiusi”. Ci ho messo anni a capire davvero che cosa volesse dire. Non mi stava invitando semplicemente a continuare la mia terapia. Mi stava dicendo che, se un giorno avessi voluto accompagnare qualcuno fin lì, io quei luoghi avrei dovuto imparare a conoscerli molto bene anche d...

Sua Maestá il castagno

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  Per secoli, nelle montagne italiane, quando il grano non arrivava, arrivava lui. Lo chiamavano l'albero del pane.  Il castagno — Castanea sativa — ha nutrito generazioni intere di comunità appenniniche, alpine e calabresi quando i cereali erano un lusso. Le castagne venivano raccolte, essiccate nei seccatoi (le tradizionali costruzioni in pietra con fuoco lento), macinate e trasformate in farina. Da quella farina nascevano il castagnaccio, i necci, il pane di castagne, la polenta dolce — ricette che esistono ancora oggi non per nostalgia, ma perché sono buone. E il frutto non era tutto. Il legno del castagno è tra i più resistenti della falegnameria italiana — praticamente imputrescibile. I pali da vigna che sostengono i vigneti di Barolo, Chianti e Prosecco sono, ancora oggi, in gran parte di castagno. Quello che beviamo nel bicchiere passa spesso per un albero di bosco. I castagneti sono anche ambienti di grande ricchezza faunistica. Cinghiali, scoiattoli, moscardini, ghia...

Il Nonno di una volta

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  Il Nonno di una volta che giocava a carte era una delle immagini più vivide e più affettuose che l'infanzia italiana conservasse. Quella figura del Nonno seduto al tavolo con gli amici del bar o con i familiari la domenica pomeriggio che giocava a briscola o a scopa o a tressette con quella concentrazione assoluta di chi prende il gioco sul serio e non tollera distrazioni, con il cappello ancora in testa o posato sul tavolo accanto alle carte. La briscola italiana era il gioco di carte più democratico e più diffuso che il tempo libero italiano producesse. Quattro persone, un mazzo di quaranta carte, le regole che tutti conoscevano dall'infanzia, la competizione che poteva durare ore senza che nessuno guardasse l'orologio. Il mazzo di carte napoletane, quelle carte con i bastoni e le coppe e le spade e i denari che erano diverse dalle carte francesi e che erano specificamente italiane in ogni dettaglio della loro iconografia.  Il colpo sul tavolo, quel gesto teatrale di ch...

Il primo supermercato d'Italia

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Milano, 1957. Una folla accorreva per vedere il primo supermercato d’Italia, una novità che cambiò il modo di fare la spesa. Per molti, fu una vera scoperta. Ricordi la tua prima visita ad un supermercato? Io mi ricordo nel 1990 a Thiene l'Emisfero.

Il geco

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Il geco si arrampica su superfici lisce senza colla e senza ventose. È pura fisica.  Le sue dita sono ricoperte da milioni di strutture microscopiche simili a capelli chiamate setae. Ogni seta si ramifica in strutture ancora più piccole chiamate spatulae, che entrano in contatto estremamente ravvicinato con la superficie. A quella scala nanometrica, le forze di van der Waals — interazioni elettromagnetiche deboli tra molecole vicine — generano un'adesione sufficiente a sostenere il peso dell'animale. Non è colla. Non è aspirazione. È il contatto molecolare tra milioni di strutture minuscole che lavorano insieme. Il meccanismo è reversibile: il geco stacca il piede semplicemente cambiando l'angolo, modificando l'orientamento delle spatulae e riducendo il contatto con la superficie. Grip e rilascio, migliaia di volte al giorno, senza consumarsi. I ricercatori hanno studiato questo sistema per sviluppare adesivi asciutti e riutilizzabili, superfici anti-scivolo, e tecnolog...

La vignetta

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Vecchiaia: quantità o qualità?

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Negli ultimi tempi è diventato virale un testo attribuito a Clint Eastwood. Probabilmente non è mai stato pronunciato. Eppure milioni di persone hanno scelto di credergli; forse perché nessun altro incarna, nel nostro immaginario, la forza, l’indipendenza e la capacità di attraversare la vita come Clint Eastwood. Vederlo oggi novantaseienne ci costringe a confrontarci con una verità che preferiamo tenere ai margini: anche gli invincibili invecchiano. Viviamo in una società che celebra la longevità, ma fatica profondamente a guardare la vecchiaia. Ci congratuliamo con chi raggiunge i novant’anni o addirittura il secolo di vita, come se il semplice trascorrere del tempo fosse di per sé una vittoria. Molto più raramente, però, ci fermiamo a domandarci che cosa significhi davvero abitare un corpo così vecchio. La vecchiaia estrema non è soltanto un elenco di acciacchi, ma un cambiamento radicale del modo di stare nel mondo. Il corpo rallenta, i movimenti diventano più prudenti, le energie ...

Ottobre parrebbe portar buono...

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A distanza di un anno esatto, (anche l'anno scorso 2 ad ottobre) altre due coppie si sono unite in Matrimonio. Auguri e Felicitazioni a tutti!!! Chiara Giacomelli con Massimo Toldo da Pedescala sabato 3 ottobre Michela Peron con Nicola Sella da Contra' Sella  domenica 4 ottobre

I "cambiamenti" nel Veneto

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  Nel 1951, circa 700.000 veneti lavoravano nei campi: molti dei loro figli avrebbero costruito le imprese che oggi rendono famoso il Nordest. È una delle grandi contraddizioni della storia italiana. Il Veneto che oggi associamo alle fabbriche, alle esportazioni e agli imprenditori era, appena pochi decenni fa, una terra dalla quale migliaia di famiglie partivano perché non riuscivano a vivere del proprio lavoro. Nel 1951, circa il 43% della popolazione veneta occupata lavorava in agricoltura. La società era ancora profondamente rurale e il ritardo economico rispetto alle aree più industrializzate del Paese spingeva molti abitanti a cercare fortuna altrove. Per chi viveva nelle campagne del Vicentino, del Trevigiano, del Bellunese o del Polesine, emigrare non era un'avventura romantica. Era spesso una necessità. Si partiva per Torino, Milano e le altre città del triangolo industriale. Si partiva anche per la Svizzera, la Germania, il Belgio e altri Paesi europei, dove le fabbriche,...

Valdagno: Altri tempi...

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A Valdagno, in provincia di Vicenza, il lanificio Marzotto non scandiva soltanto le giornate degli operai. Il suo potere si estendeva ben oltre i cancelli, condizionando la vita di un'intera comunità.  Dentro la fabbrica “il marcatempi con il cronometro in mano” seguiva ogni movimento dei lavoratori. Controllava quanto tempo impiegavano a cambiare una bobina, quanto ne serviva per completare una mansione e persino quanto rimanevano in bagno. Il sistema di cottimo legava direttamente la retribuzione ai ritmi produttivi, mentre chi non rispettava le prestazioni richieste rischiava provvedimenti disciplinari, sospensioni e licenziamenti. A questo si aggiungevano la sorveglianza delle guardie aziendali, le perquisizioni corporali e l’inquinamento del torrente Agno.  Nel 1967, la ristrutturazione dell'azienda aveva già comportato una riduzione del personale di oltre mille unità, aggravando ulteriormente il conflitto con i dipendenti. La tensione crebbe fino a quando il 19 aprile 19...