El corteléto
[Gianni Spagnolo©26F13]
Ormai ho perso il conto di quanti bei coltellini, di ogni tipo e foggia, ho dovuto abbandonare al check-point di mezzo mondo. Passavo con convinta nonchalance ai controlli ed ecco che partiva quel fastidioso cicalino del metal detector, col solito corollario di faccia sorpresa, domande, concitate perquisizioni e talvolta penosi ritardi.
Non è che non sapessi cosa si poteva o non poteva portare addosso o nel bagaglio a mano negli aeroporti e nelle zone confinate, ma c’era magari qualche tasca dimenticata o qualche interstizio in cui ci finiva quello che ho sempre considerato, fin da bambino, un accessorio indispensabile: el me corteléto. Quando ne trovavo qualcuno d'interessante nei miei viaggi, non mancavo di aggiornare la collezione.
Oggi fa strano parlarne, per le note vicende di cronaca dei ragazzini armati che hanno portato al giro di vite legislativo sul porto dei coltelli a serramanico, ma io vengo da un altro contesto. Da bocia giravo sempre armato di roncoléta o coltellino da tasca, come penso la maggior parte dei miei coetanei. Nessuno mai è stato ferito o colpito a morte da questi attrezzi; le uniche vittime erano semmai le nostre mani ancora inesperte. Posso ancora contare le cicatrici di quelle ferite, ricordandone gli eventi causali uno ad uno.
Ho sempre amato i coltelli, fin da quando ammiravo quei pochi e spartani modelli esposti nella bottega di Sélega. Ancor oggi mi capita di fermarmi in qualche ferramenta che li espone. Non so perché, ... è così!
Da bocia, el corteléto era il mio compagno inseparabile, con il quale potevo realizzare un’infinità di cose. Robe semplici e spartane, beninteso, ma fatte da me. Bastoni intarsiati, fionde, armi di legno, cararmati col rochélo, archi, frecce, trappole, cerbottane, ecc. Ero diventato bravino.
Il primo me lo portò mio padre dalla Svizzera, ça va sans dire! E ce l’ho ancora. Ma il più bello era il suo, che mi ha infine lasciato in eredità e che ho dovuto malauguratamente abbandonare in un aeroporto siberiano, dopo una lunghissima, concitata e infruttuosa trattativa. Il bello è che, non so come, era passato inosservato a tutti i controlli dei tragitti aerei precedenti. Quella volta avevo messo frettolosamente in borsa il kit medico che usualmente portavo nello zaino da montagna, dove appunto conservavo quel coltellino. Era ovviamente originale svizzero, ma non quelli commerciali moderni con un’infinità di aggeggi; era quello nero dell’esercito, con lame di eccezionale tempra, punteruolo e cavatappi. Ma non era l'unico, nello zaino ne tenevo sempre più d'uno, di diverse fogge e dimensioni.
In verità, capitava assai raramente che mi servisse, ma avercelo addosso mi rassicurava. Sapevo che, in caso di qualsiasi emergenza, mi poteva tornare utile. Avevo imparato ad usarlo in mille modi, ma mai per offendere; questo era un pensiero estraneo a quel versatile utensile.
Lo porto, ovviamente, anche in auto. Qualche mese fa mi ruppero il vetro, rubandomi la borsa attrezzi che da sempre tengo in macchina per le emergenze. Dieci chili di roba che non ho quasi mai usato, ma che è bene che ci sia. Ho dovuto fare la denuncia alle FF.OO. e mi sono dovuto sorbire un pippone di venti minuti dal piantone di turno perché avevo dichiarato, fra le altre cose, di avere anche un coltellino multiuso. Nella borsa c’erano utensili meccanici, chiavi, martello, forbici, segaccio, corde, nastro, pala tattica, ecc. Il criminale latente che era in me avrebbe potuto fare una strage anche senza usare il coltellino. E pensare che una volta c’era anche il crick in dotazione, utile anche per dirimere eventuali controversie di circolazione. Hanno tolto anche quello!
In gioventù saremo stati anche dei sbregamandati, ma eravamo anche responsabili. L’uso improprio ci avrebbe sottoposto al giudizio della famiglia e del paese, ben più efficace e temuto che quello delle autorità estranee. Mi pare che oggi difetti un po’ di buon senso.
Sicuramente è venuto a mancare quella che chiamano: "l'educazione del villaggio", come recita quel proverbio africano "ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino". Sottolinea che la crescita e l'educazione non sono compito esclusivo dei genitori, ma richiedono una rete collaborativa di insegnanti, allenatori, istituzioni e membri della comunità. La famiglia è il fulcro, ma necessita del supporto di tutta la società per offrire stimoli, valori ed empatia.


Ogni tuo racconto mi riporta indietro di decenni, sia materialmente, c'è l'avevo anch'io il "kit di sopravvivenza", sia moralmente: provo un senso di ansia nel veder crescere i miei nipoti.
RispondiEliminaGrazie.
Presente sempre in tasca la roncoletta o quello a lama diritta, bastoni di tutti i tipi e alcuni intagliati sono ancora su alla terza gioa, archi, fischietti, fionde, rami e rametti, la roncoletta ce l'ho ancora nello zaino che porto in montagna, ma quando vado o andavo a funghi sempre il coltello svizzero di mio papà con vari attrezzi, in macchina nel bagagliaio di tutto, Bravo Gianni sempre interessanti i tuoi articoli.
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