Imboscamento


[Gianni Spagnolo©25L16]

I più attempati fra noi che transitano per l’Alta Val d’Astico non possono certo non notare l’imboscamento che questa ha subito negli ultimi decenni. In queste condizioni devono averla vista, tolte ovviamente le abitazioni e le infrastrutture moderne, solo i conversi che costruirono i primitivi Ospizi. 

Non certamente i nostri avi, che erano avvezzi a ben altro paesaggio. Ambienti costituiti da ghiaie, prati, seminativi, arativi vitati, piantàvanéde fin soto i soji e sporadici alberi rigorosamente d’utilità. Nei colori più variegati, in funzione della fioritura delle messi e dell'avvicendarsi delle stagioni, ma per il resto sostanzialmente glabri come il sederino d’un bambino. Ne danno testimonianza le poche foto della Valle dalla fine del Milleottocento alla metà del secolo scorso, che la ritraggono con questo assai spoglio aspetto. Lì le infrastrutture umane spiccano in modo netto, evidenziando l'inverso rapporto tra la demografia e il consumo di suolo, al contrario dei giorni nostri.

Cosa peraltro ovvia per un tempo in cui la popolazione doveva trarre il suo sostentamento esclusivamente da questo territorio, di per sé assai avaro, dovendolo perciò sfruttare in ogni suo più remoto recesso e possibilità, fino alle estreme conseguenze.

Oggi nessun abitante in Valle credo ricavi il suo mantenimento dalla terra in cui abita, salvo magari qualche irriducibile e per coltivazioni marginali, che perciò non fanno testo. La natura si sta quindi riappropriando dei suoi spazi e delle sue prerogative senza dover più scendere a compromessi con l’uomo. In tempi in cui si insiste sull’impatto devastante dell’impronta antropica sull’ambiente, da noi pare sia quest’ultimo a prendersi un po’ di rivincita. Ignoro dove penda la bilancia chimica fra la maggior produzione d’ossigeno dei boschi in accrescimento e l’inquinamento dovuto al traffico e alla modernità, ma è bello credere che on alto e un basso fae on gualivo.

Quand’ero piccino, le Jare brillavano al sole come un mucchio di ossa calcinate, facendo da brutta quinta al colle su cui sorge il paese.  Sassi, vipere e stciàpi de noselàri, meta di libere scorribande. Ora invece ti accompagnano agli attacchi delle ferrate tramite un boscoso ed ombreggiato sentiero. 

Sparite le Marogne al Casotto, in lento rimarginamento gli sbréghi delle cave del Corvo, del Corbìn e delle altre minori della corsa alla palladiana della metà del secolo scorso, è rimasta la Cava Molino ad arrogarsi il diritto di imporre alla Valle la sua immensa impronta.  Qui non ci si può neanche consolare che on alto e un basso fae on gualivo, dato chj xe drìo a sgualivàr tuto. Ecco, questo forse è rimasto l'unico caso di qualcuno che ricava dalla Valle il suo sostentamento. 

Guai far nar dò le tradission!



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