Divagazioni linguistiche...

[Gianni Spagnolo©25L12]

Sono affascinato dal linguaggio, ossia dalla modalità con cui la gente comunica ed esprime i suoi sentimenti. È forse la maniera più specifica che caratterizza un popolo, una civiltà. Senza di esso non saremmo capaci di formulare la profondità e la ricchezza dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Più ricco è il linguaggio, più articolato e preciso è il pensiero, quindi la cultura, quindi la civiltà. Non esiste civiltà complessa con un linguaggio povero, né viceversa.

Basti pensare all'articolazione e al rigore di greco e latino, lingue antiche, ma proprie di civiltà e di imperi. 

Non così i dialetti, tali appunto perché mai assurti a dignità letteraria, a sicura codifica e/o ad ampia diffusione. Per di più espressioni di società semplici, dall’economia precaria e dal contesto tribolato, dove l’espressione di significato usava molte metafore e similitudini tratte dalla vita ordinaria.

In vita mia ho dovuto misurarmi con diverse lingue e dialetti, vuoi per origine, studio, lavoro o diletto… e forse non ho ancora finito. La madrelingua veneta, l’italiano imparato a scuola, lo Schwyzerdütsch e l'Hochdeusch dell’emigrazione, il francese e l’inglese per studio e lavoro, con incursioni su spagnolo, russo, cinese e, ma sì, mettiamoci anche lui, il cimbro. 

Talvolta mi chiedo in che lingua penso, ma credo che sia la prima, la più istintiva. Mi trovo spesso a tradurre in italiano forme pensate in dialetto. Vieni dentro, al posto di: entra, vieni su al posto di: sali, metti giù al posto di: posa, ... giusto per dare l’idea. Verbi che in dialetto non ci sono. Le espressioni in lingua sarebbero infatti più eleganti, precise e forbite, ma vedo che l’italiano parlato sta velocemente perdendo la sua ricchezza appiattendosi sempre più.

La lingua nazionale annovera infatti circa 160.000 lemmi comuni, che arrivano a circa 270.000 includendo neologismi e vocaboli tecnici. I sapienti dicono che l’italiano medio ne usi, correntemente, si e no duemila e che il bagaglio di conoscenze di un madrelingua si aggiri al massimo sulle 7.000 parole. 

Anche il dialetto subisce qualche processo di osmosi inversa, ossia di parole dell’italiano che vengono venetizzate, per rendere il dialetto (si ritiene) più socialmente accettabile. Marìo e mojére, per esempio, trasferiscono il corrispondente italiano, ma non sono originali. Nella nostra parlata si diceva: el me omo, la me fémena. Màdone e missieri esistevano (ora non più), ma erano più usati: el me paròn, la me paròna, cioè quelli che inequivocabilmente erano i padroni della casa comune ed esercitavano ampia giurisdizione sulla prole, propria o acquisita che fosse.

Certo che usare oggi espressioni come: "el me omo" o "la me femena" per indicare il coniuge, è passibile di immediata reprimenda e ludibrio sociale, pur esprimendo un concetto, di per sé, del tutto lapalissiano. Sul chiamare poi la suocera: la me parona, ... mi sa che sia meglio sorvolare.


Commenti

  1. sei proprio senza limiti, Gianni, leggendoti ho pensato al nostro politico quando, parlando in italiano, dice: "pensiamoci sopra".
    GRAZIE

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