Mòcoli (6) El turibolo

[Gianni Spagnolo©25L11]

Nei precedenti post di “Mòcoli”, avevo scritto che il servizio di turibolante costituiva l’apice della carriera del mòcolo.

Era infatti prerogativa del chierichetto più anziano dimostrare la sua perizia con lo strumento facendolo roteare con arte durante le funzioni più solenni. La teatralità del movimento e la capacità di estrarre vigorosi volute di fumo dal braciere, stuzzicava infatti l’orgoglio di ogni ministrante. Sull’ala sinistra della navata, c’era inoltre un pubblico virile che a sua volta aveva esercitato il mestiere e sapeva valutare e criticare alla bisogna.

A parte le solennità, c’erano tuttavia delle celebrazioni più ordinarie in cui s’usava il turibolo, che erano snobbate dai mocoli più anziani, soprattutto i Vespri e i funerali meno trafficati.

I Vespri si celebravano nel pomeriggio della domenica ed erano frequentati prevalentemente dalle pie donne e dalle ragazze della dottrina, queste ultime rigorosamente precettate. Ai canti dei Salmi seguiva l’ostensione del Santissimo, accompagnata da ampie volute d’incenso. L'atmosfera era solenne, con l'ostensorio che brillava avvolto alla sua base dal piviale di damasco dorato del celebrante, cosi rigido da stare in piedi da solo. In sagrestia il clima era però un po’ più rilassato e rimaneva anche tempo per fare qualche esperimento, in attesa che la navata cominciasse a vibrare del potente falsetto della Maria Màule, sulle note del: Tu sole vivo per me sei Signore…

Non ho memoria di banali bevute dal bottiglione del vin santo, cosa peraltro impossibile data l’indefessa guardianìa esercitata da Toni Podòlo, ma con l’incenso siamo arrivati a ben più tristi esiti. L’arrivo del nuovo parroco, Don Francesco, coincise di fatto con le innovazioni apportate dal Concilio Vaticano II e qualcosa cambiò anche nella nostra routine.

Don Francesco aveva procurato delle pastiglie di carbone per alimentare il braciere del turibolo, per cui non era più necessario correre svelti a prelevare le braci dalla stufa del sagrestano o della Maria Contessina. Bastava infatti accendere il dischetto di carbone con un fuminante, supiàrghe sora na stcianta affinché si sviluppasse la brace e quindi spargerci sopra l’incenso. 

Don Francesco usava peraltro un incenso più bello e fragrante di quello insulso cui eravamo abituati. Per non saper né leggere né scrivere, inutile dire quanto abusassimo di questi nuovi materiali e le inevitabili fumeghére che ne seguivano.

Ma non era questo il problema. Quell'incenso era un materiale esotico circondato da un alone mistico, visto che rappresentava le preghiere dei fedeli che salgono al cielo, o almeno così ci dicevano. Questo nuovo era costituito da cristalli marroncini con striature giallognole ed aveva un gradevole profumo. Un prodotto così vicino al cielo non poteva non essere anche buono, e perciò decidemmo di provarlo. Il gusto non era poi così appetitoso, sembrava di masticare rasa de pésso, ma gli effetti si palesarono di lì a poco con bruciori di pancia e tardiva dissenteria per chi ne aveva assunto più degli altri. 

Con gran fatica e a prezzo di malcelati contorcimenti si riuscì a portare a termine comunque la celebrazione, ma d’allora s'usò l’incenso con maggior parsimonia. Non vi furono infatti altre sperimentazioni e l'aura ascetica che contornava di quella resina fu del tutto compromessa.

Attributo che in realtà non aveva neanche in origine, perché pare fosse l’espediente in uso nelle chiese per confondere i miasmi emanati dalle sepolture all’interno delle navate e gli afrori dei fedeli riuniti, i quali, data l'igiene del passato, non profumavano certo di mughetto.

Emblematica è la danza del Botafumeiro della Cattedrale di Santiago de Compostela, fatta un tempo per imbrogliare gli odori dei tanti pellegrini accorsi sporchi e sudati alla fine del Cammino di Santiago che si accalcavano nel tempio e da lì rimasta come folkloristica tradizione.


Commenti

  1. Mi sembra di rivivere la mia esperienza di mocolo con Don Romeo, Don Giuseppe e Don Tarcisio Guzzo. Ed i ricordi degli acuti della Maria Maula fanno tremare ancora le navate della chiesa. Grazie Gianni per questi racconti.

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