Ostello delle Anime perse - interessante e vera -
Ci sono persone che, senza saperlo, diventano l’ostello delle anime perse.
L’idea mi è venuta in seduta, parlando con una mia paziente. Un po’ sorridendo e un po’ dicendolo sul serio, le ho detto: “Vedo che ha smesso di essere l’ostello delle anime perse”.
E tutte e due abbiamo capito immediatamente di cosa stavamo parlando, perché certi nomi mi vengono in mente così e, in un istante, mettono a fuoco anni di storia…
L’ostello delle anime perse è quella persona che tiene sempre acceso il lume alla finestra e che, in qualche modo, trova posto per tutti: per chi è ferito, per chi è confuso, per chi è in crisi, per chi si è perso e per chi arriva tardi, scarico e pieno di pesi…
Non parlo soltanto di chi costruisce relazioni sentimentali basate sul salvataggio, come accade con chi adotta “orfanelli emotivi” o si sente custode cronico delle fragilità altrui. Parlo di qualcosa di più ampio e diffuso, di chi lo fa un po’ con tutti.
Con l’amico sregolato che chiama nel momento peggiore, con il collega incapace di gestirsi, con il familiare eternamente in affanno, con lo sconosciuto che dopo tre minuti racconta la propria vita e trova subito ascolto e con chiunque appaia smarrito, bisognoso e affamato di presenza.
Sono persone che sembrano dire al mondo: entra, ti preparo qualcosa di caldo, riposati qui. Ti ascolto io, ti capisco io, ti aiuto io.
Ed è una qualità bellissima, perché dentro ci sono sensibilità, intuito, compassione e una rara capacità di percepire il dolore degli altri senza voltarsi dall’altra parte. Meraviglioso, davvero.
Il problema comincia quando questa disponibilità non è più una scelta, perché aprire la porta è diventato l’unico modo conosciuto per stare con gli altri. A quel punto aiutare non è più soltanto qualcosa che si desidera fare, ma qualcosa che non si riesce a smettere di fare, anche quando si è stanchi, anche quando non c’è spazio e anche quando quella presenza comincia a pesare.
Ci sono bambini che imparano molto presto che, per avere un posto, devono rendersi utili ed essere premurosi, che per ricevere vicinanza devono capire prima gli altri e che i propri bisogni possono aspettare, mentre quelli altrui no.
Quei bambini crescono e diventano adulti capaci di accorgersi immediatamente di ciò che manca a chi hanno di fronte, di intuire un dolore prima ancora che venga raccontato e di trovare sempre un modo per alleggerirlo. Quando, però, si tratta di capire che cosa manca a loro, tutto diventa molto più difficile.
Il problema è che, a forza di nutrire gli altri, restano digiuni. Ascoltano, accolgono, comprendono e fanno spazio, fino a quando si accorgono di essere diventati una casa per tutti, tranne che per se stessi.
Queste persone sono meraviglie. Portano nel mondo una luce rara, fatta di sensibilità, attenzione e delicatezza. Proprio per questo hanno bisogno di imparare a dosarsi, senza diventare dure, egoiste o indifferenti e senza spegnere quella luce gentile che le abita.
Hanno bisogno di capire che non ogni viandante deve diventare un loro ospite, che non ogni smarrimento le riguarda e che non ogni fame deve essere saziata da loro. Perché accogliere qualcuno anche quando dentro non c’è più spazio, a volte, è il modo in cui si dimenticano di sé.
E allora, da dove si comincia?
Per chi è abituato da una vita a esserci per gli altri, capire se sta aiutando qualcuno perché lo desidera o perché sente di doverlo fare è già un passaggio importante.
Anche perché nel nutrire gli altri queste persone si nutrono davvero. Esserci, sentirsi vicine e vedere qualcuno stare meglio grazie a ciò che hanno saputo dargli le appaga profondamente.
Quel nutrimento è vero, ma non può essere l’unico. Perché tra tutte le anime alle quali aprono la porta ce n’è una che rischia di rimanere fuori, ed è la loro. Rimane lì in silenzio, mentre loro preparano qualcosa di caldo per gli altri, sistemano cuscini, ascoltano dolori e fanno spazio a ogni nuovo ospite.
Ci sono giorni in cui sono loro a essere stanche, spaventate, tristi o a non sapere più bene dove andare, eppure continuano a occuparsi di chiunque bussi alla porta, senza accorgersi che quella sera avrebbero bisogno di tenere al caldo prima di tutto se stesse.
Queste persone non hanno bisogno di diventare diverse da ciò che sono. Magari il mondo avesse più persone così, perché quello che danno è genuino e portano nel mondo una luce preziosa. Hanno soltanto bisogno di includere anche se stesse tra le persone da accogliere, ascoltare e tenere al caldo.
Perché, prima di essere l’ostello delle anime perse, hanno bisogno di imparare a diventare rifugio della propria.
D.ssa V. Scoppio

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