Momenti che fanno anche sorridere


Ci sono momenti in terapia che mi fanno sorridere ogni volta.

Succede che a un certo punto, dopo mesi di lavoro, di parole e di nodi sciolti con pazienza, qualcuno si ferma, mi guarda e dice: “Dottoressa, ma è da un po’ che non ho l’ansia… mi devo preoccupare?”

E lì, soprattutto quando ormai c’è quella confidenza profonda fatta di lavoro serio e fiducia costruita nel tempo, scoppiamo a ridere insieme. Una risata vera, di quelle che nascono perché ci siamo accorti entrambi del paradosso.

Eppure, dentro quella domanda, c’è qualcosa di terribilmente serio.

Quando una persona ha vissuto a lungo in uno stato di allerta, l’assenza dell’allerta spesso fa molta paura.

È come se una parte interna si affacciasse e sussurrasse: “Troppo silenzio… sicuro che sia tutto a posto?”

Stare male, per quanto doloroso, è prevedibile. Stare meglio è un territorio che non si è ancora imparato a conoscere bene.

Quell’ansia, del resto, non è arrivata per caso. Ha una storia e spesso è stata il modo che una persona ha imparato molto presto per proteggersi, prevedere ciò che poteva accadere e non farsi trovare impreparata.

Con il tempo è diventata una compagna fedele. Una compagnia dolorosa e sfiancante, certo, però sempre presente. Ha occupato i pensieri, il corpo, le giornate e moltissime energie.

Quando comincia a farsi da parte, quindi, insieme al sollievo può arrivare uno strano spaesamento. Ci si sente increduli, un po’ storditi e persino spaventati. Si aspetta quasi che torni, perché sembra strano non sentirla più lì. E poi, sotto sotto, compare anche una domanda: “E adesso che ci faccio con tutto questo tempo, se non devo più occuparmi dell’ansia?”

All’inizio non si sa bene.

Poi, piano piano, ci si accorge di quante cose erano rimaste sullo sfondo mentre tutte le energie servivano a controllare il corpo, anticipare ciò che poteva accadere, evitare, resistere o semplicemente arrivare alla fine della giornata.

Si torna ad avere spazio per desiderare qualcosa, per incuriosirsi e per fare progetti. E ci si può persino meravigliare di quanta vita era rimasta lì, ad aspettare di essere guardata.

A quel punto il lavoro terapeutico cambia forma e obiettivo.

Abbiamo imparato a calmarci durante la tempesta. Adesso dobbiamo imparare a restare in mare anche quando il mare non è in burrasca, a tollerare una giornata buona senza trasformarla in una “la sconterò domani” e soprattutto a non cercare il sintomo solo perché per tanto tempo è stato l’unico linguaggio conosciuto.

Molte persone hanno imparato a vivere come se il pericolo fosse lo stato naturale dell’esistenza e la vigilanza fosse l’unico modo per sentirsi responsabili, attenti e maturi. Rimanere in allerta, però, non ci rende più preparati. Ci tiene soltanto sulla soglia di qualcosa che potrebbe accadere e ci porta via da quello che sta accadendo davvero.

Una mente più serena non è distratta o ingenua. Ha imparato a riconoscere quando è necessario attivarsi e quando può respirare senza sentirsi in colpa per aver abbassato la guardia.

È come un marinaio che ha imparato a conoscere il mare.

Il mare non diventa una piscina. Resta vivo, mutevole e a volte imprevedibile. Il marinaio esperto, però, non interpreta ogni onda come l’annuncio di un naufragio. Sa quando è il momento di rientrare in porto, quando attivare un segnale di emergenza e quando può continuare a navigare con fiducia.

E mentre naviga, finalmente, può guardare i colori del mare, sentirne il profumo e lasciarsi cullare dal suo leggero dondolio. Può accorgersi del vento sulla pelle, della luce che cambia sull’acqua e di tutto quello che prima non riusciva nemmeno a vedere, perché era troppo impegnato a cercare tempeste all’orizzonte.

Può gettare l’ancora, concedersi un bagno, restare a galleggiare per qualche minuto e sentire la freschezza dell’acqua sul corpo. Può godersi quella meraviglia senza guastarla chiedendosi continuamente quanto durerà.

Una parte di lui rimane presente e attenta a ciò che accade. Ha soltanto smesso di osservare il mare con gli occhi della paura.

Perché vivere cercando continuamente di evitare ogni pericolo lascia pochissimo spazio per accorgersi della meraviglia che, nel frattempo, abbiamo davanti.

È anche questo che cerco di insegnare in terapia: attraversare le tempeste e reggere la serenità quando finalmente arriva. Smettere di vivere come se il pericolo fosse l’unico stato legittimo dell’esistenza e ogni onda nascondesse una minaccia.

Quel modo di stare al mondo non si abbandona con una rassicurazione. Ha bisogno di essere compreso e accompagnato, finché quella sentinella sempre spaventata può diventare una presenza adulta, attenta e serena.

Una parte resta presente, guarda quello che succede e sa che, se arriverà davvero un pericolo, potrà occuparsene. Nel frattempo, però, può lasciare che il resto di noi si occupi di vivere.

Guarire vuol dire imparare a conoscere il proprio mare abbastanza da non avere più paura di ogni suo movimento. E quando, finalmente, per un po’, l’ansia non c’è… possiamo sorridere di quella domanda e riconoscere tutto il lavoro che c’è voluto per arrivare fin lì.

Qualcosa dentro è diventato più stabile. Abbiamo imparato a scegliere per quali onde vale la pena attivarci e quali possiamo semplicemente lasciare passare. Quella serenità non è una distrazione e non è la quiete che precede inevitabilmente una tempesta. È qualcosa che abbiamo imparato a costruire... e dopo averla desiderata così a lungo, possiamo finalmente viverla senza continuare a chiederci quanto durerà.


D.ssa V. Scoppio

Commenti

Post popolari in questo blog

Scala Grazia - ferrata delle Anguane