Capita a tutti...


Capita a tutti, ci sono giorni in cui non ci riconosciamo. Ci guardiamo allo specchio e ci sembra di vedere qualcun altro, ci vediamo stanchi, svuotati, lontani. Giorni in cui vorremmo sparire, prendere un treno qualunque, o restare nascosti sotto le coperte finché il mondo non smette di cercarci.

Dentro è un casino, un miscuglio ingestibile di rabbia, malinconia, cinismo, paura, e quella solitudine sottile che a volte ci pesa addosso come un blocco di cemento.

Allora ci scappa un “non sai che giornata di emme ho avuto”. E dall’altra parte, puntuale, arriva: “sapessi io”. E lì finiamo intrappolati in una specie di gara assurda a chi sta peggio. Una competizione di ferite, come se per essere ascoltati dovessimo per forza sanguinare di più. Intanto, dentro, cresce un giardino mentale fatto di erbacce, pensieri cupi, silenzi strozzati e parole mai dette. Poi ci stupiamo se non fioriamo più, se non ridiamo più o se non abbiamo più un sorriso da regalare né da accogliere.

A volte sembriamo anche stronzi, ma in realtà siamo solo pieni. Pieni fino all’orlo di stanchezza, tensioni, aspettative, “va tutto bene” detti con la gola stretta. Così basta un niente, il partner che ci chiede “hai comprato il latte?”, l’ennesima email del collega, le scarpe in mezzo al corridoio e scattiamo, come se fosse successa una tragedia.

Poi arriva puntuale il senso di colpa, quello che ci siede accanto la sera e ci sussurra: “sei tu il problema”. E ci convinciamo di esserlo davvero. Ma la verità è che non ci ascoltiamo mai davvero nel profondo su come stiamo. 

Lasciamo fermentare le emozioni dentro finché diventano rabbia, e speriamo che qualcuno, per amore o intuito, le legga senza bisogno di parole. Spesso non accade, e ci sentiamo soli anche in mezzo alla gente. Fraintesi, esagerati, piccoli. E da fuori forse sembriamo davvero così, ma solo perché nessuno guarda dentro abbastanza a lungo da capire.

Ci sono sere in cui passando per strada, guardando dalle finestre accese delle case, vorremmo solo entrare in una di quelle cucine calde, sedere in silenzio e sentire una voce dire: “Ci sono io. Non devi fare tutto da solo. Adesso ci penso io a te.”

In quei momenti non ci servono soluzioni. Ci servono braccia che ci accolgano, occhi che ci guardino con tenerezza e parole dolci che non ci giudichino. Perché sì, a volte sembriamo mostri, ma in realtà siamo solo anime affollate: piene di emozioni, contraddizioni e bisogni non detti. Umani fino all’osso. E finché non lo riconosciamo, continueremo a mostrare il peggio di noi.

In fondo, chiediamo solo tregua, comprensione, e qualcuno che, anche solo per un attimo, ci tenga in braccio senza fare domande. Perché alla fine non serve essere forti sempre. Serve solo ricordarsi che anche il caos, se accolto, smette di farci paura. E che a volte basta un abbraccio vero per rimettere insieme tutti i pezzi sparsi di noi.

D.ssa V. Scoppio

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