Perchè accettiamo solo le briciole?
Non accettiamo le briciole perché siamo stupidi o perché, in fondo, ci piace soffrire. Le accettiamo perché, molto tempo fa, qualcuno ci ha insegnato, spesso senza dirlo, che per avere amore bisognava pagare un prezzo. E quel prezzo eravamo proprio noi, i nostri bisogni, la nostra voce e la nostra dignità.
Nasce quasi sempre da lì, da quel bambino interno che ha imparato una lezione crudele. “Se dico di no, mi lasciano. Se mi arrabbio, smettono di volermi bene. Se chiedo troppo, divento un peso”.
Allora quel bambino fa una scelta di sopravvivenza. Meglio accettare tutto che perdere il legame. Meglio tacere che rischiare l’abbandono. Meglio sopportare che sentire di non valere niente.
E questa logica, che da piccoli è stata vitale, da adulti diventa una gabbia. Continuiamo a muoverci come se l’altro avesse ancora in mano la nostra sopravvivenza emotiva (perché noi gliela consegniamo).
Perché non mettiamo confini? Perché il confine, nella nostra storia, è stato vissuto come una minaccia, non come una protezione. Quando provavamo a dire “basta”, ci dicevano che eravamo ingrati, esagerati o cattivi. Quando provavamo a mostrare dolore, ci ridevano in faccia, minimizzavano, si arrabbiavano o si addoloravano di conseguenza. Quando avevamo bisogno, spesso non c’era nessuno, oppure c’era qualcuno presente con il corpo ma assente con il cuore.
Allora abbiamo imparato che, per tenere l’altro vicino, dovevamo tenere noi stessi lontani da noi. Così, da adulti, ogni volta che proviamo a mettere un limite, dentro scatta un allarme. “Se lo faccio, mi abbandona. Se lo dico, perderò tutto”.
E il bambino disperato che urla dentro di noi prevale. “No, ti prego, non rischiare, stai zitto, sopporta, ma non farlo andare via”.
Finché continuiamo a cercare in un altro adulto quella figura di accudimento che ci è mancata, resteremo inevitabilmente sbilanciati dentro la relazione. Continueremo a sperare che sia l’altro a darci quella sicurezza, quel valore e quel senso di protezione che non siamo riusciti a costruire dentro di noi.
Ma c’è un problema. Quando mettiamo nelle mani dell’altro la nostra sopravvivenza emotiva, tutto diventa una minaccia. Un messaggio visualizzato e non risposto diventa panico. Un tono freddo, una catastrofe. Un cambio di umore dell’altro, un terremoto interno.
A quel punto la relazione passa quasi in secondo piano. Rimane soprattutto la paura di perderla. Viviamo in una specie di unità di terapia intensiva emotiva, dove l’altro è il respiratore e noi abbiamo continuamente il terrore che stacchi la spina.
Sopportiamo il male pur di non perdere il legame per lo stesso motivo per cui i bambini sopportano urla, silenzi, offese, controlli e umiliazioni pur di non perdere mamma o papà. Quando siamo piccoli, il legame viene prima del benessere. Da quel legame dipende la nostra sopravvivenza. Il benessere riguarda la qualità della vita, il legame riguarda la possibilità stessa di continuare a vivere. Per questo un bambino si adatta anche a ciò che lo fa soffrire.
Da bambini non possiamo dire: “Questo ambiente fa schifo, vado a vivere da un’altra parte”. Possiamo solo adattarci. E adattandoci costruiamo un copione interno. “È normale che, per essere amati, io debba soffrire”.
Così, quando da adulti incontriamo qualcuno che ci tratta male, quella parte profonda di noi non pensa che ci sia qualcosa che non va. Riconosce una sensazione che conosce bene. È una sofferenza che ha attraversato tante volte e, proprio perché le è così familiare, fatica a viverla come un segnale che dovrebbe farla allontanare. Il nostro sistema nervoso, infatti, tende a confondere ciò che conosce con ciò che è sicuro.
Quando non abbiamo un appoggio stabile dentro, ogni movimento dell’altro diventa un terremoto. Se scrive meno pensiamo che ci stia lasciando, se è distratto sentiamo di non valere più, se chiede spazio ci convinciamo di aver sbagliato qualcosa. Viviamo in allerta costante, come radar emotivi impazziti, impegnati a interpretare ogni minimo segnale per capire se siamo ancora al sicuro.
Così finiamo per controllare tutto. Ogni parola, ogni silenzio, ogni espressione del volto dell’altro. Cerchiamo rassicurazioni continue, ci adattiamo, ci annulliamo e, a forza di avere paura che la relazione finisca, rischiamo di renderla sempre più faticosa.
E questo sembra confermare il copione. “Vedi? Non valgo”. Ma quel dolore non dimostra che non valiamo. Dimostra soltanto quanto sia ancora viva una storia che abbiamo imparato molti anni fa.
Sentirsi dire “devi amarti di più” serve a poco. Se bastasse una frase, nessuno rimarrebbe intrappolato per anni negli stessi copioni. Il lavoro è molto più concreto e molto più difficile. Significa imparare ad ascoltarci anche quando quello che sentiamo ci spaventa, permetterci di dire “no” anche con il cuore che batte forte e riconoscere che tante cose vissute come normali nella nostra storia, in realtà, ci hanno fatto male.
Trovare la figura di accudimento dentro di noi vuol dire, un pezzetto alla volta, diventare quell’adulto che guarda il bambino interno e gli dice: “Non devo sacrificarti per avere amore. Il tuo dolore non è una rottura di scatole, è un segnale. Non permetterò più che qualcuno ti calpesti per restare in una relazione”.
È un percorso lento. Ci saranno momenti in cui riusciremo a proteggerci e altri in cui ci ritroveremo ad accettare ancora una briciola. La differenza è che, piano piano, inizieremo ad accorgercene sempre prima e a tornare dalla nostra parte con sempre meno ritardo.
Mettere un confine non è dire all’altro: “Tu sei cattivo”. È dire a noi stessi: “Io merito di non essere trattato così”.
A volte, quando mettiamo un confine, qualcuno se ne va. Fa malissimo e ci sembra di morire. Ma proprio dentro quel dolore possiamo accorgerci di una cosa importante. Un legame che può esistere solo se rinunciamo a noi stessi, in realtà, non sta incontrando noi. Sta incontrando soltanto la parte di noi che ha imparato a sopravvivere adattandosi.
E lì iniziamo a scoprire che un amore non dovrebbe mai chiederci di rinunciare a noi stessi per poter continuare a esistere.
Se leggendo queste righe ci siamo riconosciuti anche solo in parte, può essere importante fermarci un momento e chiederci quante volte abbiamo chiamato amore qualcosa che ci era profondamente familiare, ma che ci stava chiedendo di rinunciare a noi stessi.
Già il fatto di riuscire a farci questa domanda significa che stiamo iniziando a guardarci con occhi diversi. Significa uscire, anche solo per un attimo, da un copione che fino a quel momento sembrava l’unico possibile. E quando iniziamo a vedere con più chiarezza quanto sia doloroso vivere così, può nascere il desiderio di prenderci finalmente sul serio, di intraprendere un percorso terapeutico o di fare un lavoro di consapevolezza su noi stessi.
Perché tutti meritiamo relazioni in cui, per sentirci amati, il prezzo da pagare sia sempre più piccolo, fino a non dover più rinunciare a nessuna parte di noi.
Riflettiamo.
D.ssa V. Scoppio

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