La casa che profumava di farina

 


C’era un tempo in cui la casa profumava di farina e di mani indaffarate.

La pasta fatta in casa era un gesto lento, familiare, che univa diverse generazioni. La sfoglia veniva tirata sottile sul tavolo di legno, il mattarello scivolava avanti e indietro con un ritmo cadenzato, quasi musicale, e la farina volava leggera nell’aria come una piccola neve domestica.

Quando la pasta era pronta, veniva lasciata asciugare all’aria.

Sui canovacci puliti, sulle spalliere delle sedie o su quei vassoi traforati che le nonne conservavano solo per le grandi preparazioni. La pasta riposava respirando l’aria della casa.

Le finestre socchiuse lasciavano entrare un soffio di vento buono e, al suo passaggio, i fili di pasta si muovevano appena, come se salutassero.

La cucina diventava un laboratorio di pazienza, un piccolo teatro di gesti antichi.

E ognuno, passando accanto al tavolo, dava un’occhiata affettuosa alla pasta che asciugava: perché lì, in quella semplicità, c’era il sapore delle domeniche, delle famiglie riunite, di una cura che nasceva dalle mani e arrivava dritta al cuore.

Quando finalmente veniva raccolta, la pasta aveva perso l’umidità dell’impasto e aveva guadagnato qualcosa di più prezioso: il tempo dedicato, la calma delle case di una volta e quel profumo buono di attesa che non si scorda più.


La casetta in campagna

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