Sua Maestá il castagno
Il castagno — Castanea sativa — ha nutrito generazioni intere di comunità appenniniche, alpine e calabresi quando i cereali erano un lusso. Le castagne venivano raccolte, essiccate nei seccatoi (le tradizionali costruzioni in pietra con fuoco lento), macinate e trasformate in farina. Da quella farina nascevano il castagnaccio, i necci, il pane di castagne, la polenta dolce — ricette che esistono ancora oggi non per nostalgia, ma perché sono buone.
E il frutto non era tutto.
Il legno del castagno è tra i più resistenti della falegnameria italiana — praticamente imputrescibile. I pali da vigna che sostengono i vigneti di Barolo, Chianti e Prosecco sono, ancora oggi, in gran parte di castagno. Quello che beviamo nel bicchiere passa spesso per un albero di bosco.
I castagneti sono anche ambienti di grande ricchezza faunistica. Cinghiali, scoiattoli, moscardini, ghiandaie, picchi — il bosco di castagno è uno degli habitat forestali più vivi del territorio italiano.
Da sapere — marroni e castagne non sono la stessa cosa: i marroni sono cultivar selezionate, più grandi, dolci e con una sola castagna per riccio. Le castagne selvatiche sono più piccole e possono essere tre per riccio. Entrambi ottimi, diversi.
Questa settimana nelle città italiane compaiono i primi venditori di caldarroste. Non è un dettaglio marginale: è un odore che segna l'inizio dell'autunno da secoli.
Una nota che spesso non si racconta: nel Novecento il cancro del castagno — un fungo introdotto accidentalmente dall'Asia — ha devastato i castagneti di tutta Europa. In Italia i danni furono enormi. Il recupero è stato lento, parziale, ancora in corso in molte aree. I castagneti che vediamo oggi sono in parte boschi sopravvissuti, in parte rimboschimenti. L'albero del pane c'è ancora, ma non è sopravvivenza garantita.

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