Spaccare tutto o spaccarsi la schiena?

 


Questa fotografia è stata scattata a Cagliari negli anni Trenta del Novecento. Ritrae un gruppo di bambini che venivano chiamati Is Piccioccus de crobi, i ragazzi del cesto.

Era un fenomeno tristissimo. Bambini che vivevano per strada, spesso orfani, abbandonati, figli di relazioni illegittime o di famiglie talmente povere da non poterli mantenere. Si guadagnavano da vivere trasportando, con un cesto di giunco, la spesa delle signore che andavano al mercato oppure piccoli carichi dal porto verso i quartieri alti della città. In cambio ricevevano qualche moneta o qualcosa da mangiare. Quando andava bene.

Non stiamo parlando del Medioevo. Questa era la realtà di una città italiana meno di un secolo fa. E il fenomeno si protrasse fino agli anni Cinquanta.

Questo era il presente ai tempi dei nostri genitori.

I nostri genitori non andavano in giro a spaccare tutto. Si spaccavano la schiena. Per sopravvivere, per costruirsi una vita e soprattutto per dare ai propri figli quello che loro non avevano mai avuto.

Il presente dei ragazzi di oggi, confrontato con quello di quei bambini, è qualcosa che allora sarebbe sembrato un sogno irrealizzabile.

Oggi abbiamo cibo e vestiti in quantità tali da permetterci perfino il lusso di buttarli. Anche i più poveri possono contare su forme di assistenza che allora erano semplicemente impensabili. Abbiamo una sanità pubblica che cura anche chi non possiede un centesimo. Una sanità che non sarà perfetta, ma che, grazie anche agli straordinari progressi della medicina, garantisce possibilità di cura e di sopravvivenza mai conosciute prima nella storia dell'umanità.

Allora ammalarsi poteva significare morire. Gli antibiotici e i vaccini non erano ancora disponibili come oggi, moltissime malattie erano incurabili, la mortalità infantile era altissima e bastava un'infezione, perfino un piccolo taglio, per rischiare di finire al cimitero.

Questa era la vita normale. Non l'eccezione.

I ragazzi di oggi, quelli che hanno avuto la fortuna di nascere in Italia o comunque nel mondo occidentale, non si rendono conto di appartenere alla  generazione più privilegiata che l'umanità abbia mai conosciuto. E di vivere nella parte più fortunata del pianeta.

Se avessero trascorso anche soltanto due giorni nella vita di uno di quei piccioccus de crobi cagliaritani, probabilmente comincerebbero ad apprezzare l'immensa fortuna che è capitata loro.

Perché il problema è proprio questo: non sanno, e troppo spesso nessuno glielo insegna, che tutto quello che hanno non è affatto scontato.

Non è piovuto dal cielo. Non è stato regalato da qualche divinità generosa.

È il risultato del lavoro e dei sacrifici delle generazioni che li hanno preceduti. È il frutto dello sviluppo economico, del capitalismo, dell'economia di mercato, delle conquiste scientifiche, della democrazia e dei diritti garantiti nei paesi occidentali.

Proprio quella società che tanti di loro disprezzano, senza rendersi conto che è la stessa che permette loro di vivere come nessun'altra generazione prima di loro.

Una società nella quale puoi manifestare contro il governo senza finire in galera. Puoi insultare chi ti governa senza sparire in una prigione. Puoi esprimere le tue idee senza rischiare la vita. 

Tutte cose che centinaia di milioni di esseri umani, ancora oggi, possono soltanto sognare.

E invece sentiamo ripetere continuamente che a questi ragazzi «hanno rubato il futuro».

Ma quale futuro gli avrebbero rubato?

Quello di poter studiare fino a trent'anni? Quello di avere a disposizione conoscenze, strumenti e tecnologie che fino a pochi decenni fa erano fantascienza? Quello di poter viaggiare, comunicare con il mondo intero, curarsi, scegliere liberamente come vivere?

Ecco, questa è forse la cosa che mi fa più arrabbiare. Non tanto che ci siano dei giovani che non conoscono la storia, ma che ci siano degli adulti che li giustificano, li incoraggiano e raccontano loro che sono vittime di una società che non gli ha dato niente.

Una società che invece ha consegnato loro un livello di benessere, libertà e opportunità che i loro bisnonni non avrebbero nemmeno osato immaginare.

Per migliaia e migliaia di anni il presente dell'umanità è stato fame, miseria, malattie senza cure, mortalità infantile e una fatica quotidiana per riuscire semplicemente a sopravvivere.

In meno di un secolo siamo passati dai bambini che trasportavano ceste per un pezzo di pane a generazioni che hanno a disposizione istruzione, medicina, tecnologia, libertà individuali e possibilità che un tempo erano riservate a pochissimi privilegiati.

E adesso dovremmo sentirci in colpa perché abbiamo rubato loro il futuro?

Il futuro non si costruisce devastando le città, distruggendo i beni pubblici, incendiando cassonetti o prendendosela con chi non c'entra niente.

Il futuro si costruisce come hanno fatto i nostri genitori e i nostri nonni. Lavorando, studiando, impegnandosi, inventando, rischiando, facendo sacrifici. Cercando di lasciare a chi verrà dopo qualcosa di meglio di quello che si è ricevuto.

Quei bambini della fotografia non avevano quasi niente. Non avevano telefonini, vestiti firmati, vacanze, divertimenti e nemmeno la certezza di mangiare il giorno dopo. Avevano un cesto di giunco e due braccia con cui cercare di sopravvivere.

Eppure appartenevano a quelle generazioni che, attraverso sacrifici enormi, hanno contribuito a costruire il benessere di cui oggi godiamo.

Prima di gridare che gli hanno rubato il futuro, certi ragazzi dovrebbero cominciare a riflettere sull'immensa fortuna che hanno avuto nascendo qui e in quest'epoca.

E magari utilizzare tutte quelle energie, anziché per spaccare tutto, per costruire qualcosa.

Perché nessuno ha rubato loro il futuro. Hanno ereditato un presente che per i loro nonni sarebbe stato un sogno.

Adesso tocca a loro rimboccarsi le maniche e fare in modo che il futuro sia ancora migliore.

E soprattutto imparare una cosa che sembra essere stata completamente dimenticata: il benessere non è un fenomeno naturale, la libertà non è garantita per l'eternità e i diritti di cui godiamo non sono caduti dal cielo. Qualcuno, prima di noi, ha lavorato, sofferto e combattuto per conquistarli.

Il minimo che possiamo fare è non distruggere quello che ci hanno lasciato.


(opinioni raccolte in rete)

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