Rimarginare le nostre ferite


A volte, quando stiamo male, la felicità o anche soltanto la serenità degli altri ci arriva addosso come uno schiaffone. Ci mette davanti, tutto insieme, quello che ci manca, quello che abbiamo perso, quello che la vita ci ha negato e che magari a qualcun altro ha concesso con molta più generosità. E in certi momenti è difficile non trovare ingiusto che gli altri stiano bene mentre noi facciamo una fatica enorme anche solo per rimanere in piedi.

Da lì a diventare taglienti o velenosi il passo può essere breve. Cominciamo a guardare con disprezzo quello che gli altri stanno vivendo, a ridimensionarlo, a sporcarlo, quasi che la nostra sofferenza ci avesse consegnato una verità più profonda sul mondo e insieme il diritto di stabilire quali gioie siano meritate, quali superficiali e quali persino offensive davanti al nostro dolore.

È umano che la serenità degli altri possa farci male quando dentro di noi c’è una guerra. È umano provare invidia, rabbia, persino quel pensiero che magari ci vergogniamo di confessare: perché a lui sì e a me no? Quello che proviamo racconta quanto siamo feriti e merita di essere ascoltato anche nelle sue parti meno belle, perché fingere che non esistano serve soltanto a lasciarle agire indisturbate. Arriva però un momento in cui dobbiamo chiederci che cosa stiamo facendo di quella ferita e soprattutto che cosa stiamo facendo agli altri attraverso di lei.

Perché soffrire, anche duramente, anche terribilmente, non ci consegna un lasciapassare per diventare crudeli. Il male che abbiamo ricevuto può spiegare la rabbia con cui ci muoviamo nel mondo, però non rende innocente il male che a nostra volta facciamo.

Il dolore è qualcosa di intimo e sacro. Ha bisogno di essere guardato, custodito, raccontato a chi sappia accoglierlo e curato per tutto il tempo necessario. Quando invece lo mettiamo davanti a noi come una bandiera che deve giustificare ogni parola cattiva, ogni gesto aggressivo e ogni disprezzo per la vita altrui, continuiamo a usarlo per farci del male e, nel frattempo, ne facciamo anche a chi ci passa accanto.

A quel punto ogni sorriso sembra quasi un affronto e chi è sereno diventa qualcuno a cui ricordare immediatamente quanto possa essere dura la vita, come se la sua gioia fosse una colpa e fosse nostro compito ridimensionarla. Come se, visto che noi stiamo attraversando la notte, nessuno avesse più il diritto di lasciare accesa una luce o di godersi un sole splendente.

E può darsi che quella persona serena abbia davvero avuto più fortuna di noi. Può darsi che alcune cose le siano arrivate senza doverle conquistare un centimetro alla volta e che non conosca affatto il dolore che conosciamo noi. Oppure può darsi che sorrida tenendo nascoste fatiche che non immaginiamo, perché non tutte le ferite si mostrano e non tutti raccontano ciò che hanno attraversato o sentono di dover esibire il proprio dolore perché venga riconosciuto.

In qualunque caso, la sua serenità non ci sta portando via niente. Spegnerla non restituirà a noi ciò che abbiamo perso, non renderà più giusto quello che ci è accaduto e non farà diminuire di un solo grammo il peso che portiamo. Aggiungerà soltanto altro dolore al dolore che esiste già.

La parte più difficile è restare accanto a ciò che ci fa male senza permettergli di scegliere al posto nostro chi vogliamo diventare. Usare tutta l’energia che la sofferenza pretende per provare a comprenderla e a curarla, invece di lasciarle il potere di snaturarci. Perché il dolore può anche renderci più attenti, più capaci di accorgerci delle fragilità altrui e di riconoscerle persino quando sono molto diverse dalle nostre. Questo accade quando smettiamo di domandargli chi dobbiamo punire e cominciamo a chiederci che cosa abbia bisogno di essere curato dentro di noi.

Nessuna ferita si rimargina mentre la usiamo per colpire. Continuerà a sanguinare e, per quanto riusciamo a sporcare anche gli altri del nostro sangue, saremo sempre noi a portarla addosso e a sentirne vivo il dolore, come accade con una ferita che continuiamo a riaprire e alla quale non concediamo mai il tempo e la cura necessari per rimarginarsi. Riflettiamoci.


D.ssa V. Scoppio

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