Mi hai fatto male
Oggi, però, vorrei spostare lo sguardo su qualcosa che potrebbe piacervi molto meno.
Se sentite già di non voler guardare in quella direzione o oggi non avete voglia di leggere un post molto lungo, vi suggerisco di fermarvi qui.
Se invece avete voglia di fare un passaggio più scomodo, di leggere qualcosa che forse non vi darà immediatamente ragione e di provare a guardare anche una parte di voi che di solito preferiamo lasciare fuori dal racconto, allora seguitemi.
“Mi hai fatto male”. È una frase che molti di noi conoscono bene. Sappiamo quanto può costarci pronunciarla e quanto avremmo bisogno che l’altro restasse ad ascoltarla senza difendersi, ridimensionarla o spiegarci perché non dovremmo sentirci così.
Sappiamo anche cosa accade quando, dopo aver trovato finalmente il coraggio di dirla, chi abbiamo davanti si offende. Comincia a parlare del nostro tono di voce, del momento sbagliato, di tutte le volte in cui siamo stati noi a ferire lui e, nel giro di pochi minuti, ci ritroviamo a difendere il nostro dolore davanti alla stessa persona che lo ha provocato.
Quella scena la vediamo benissimo. Sentiamo la manipolazione, il vittimismo, la mancanza di empatia e la mancanza di responsabilità. Possiamo perfino conoscere le ferite dell’altro e comprendere da dove arrivi il suo modo di fare ma quella comprensione non toglie nulla a ciò che ci ha fatto.
Ora pensiamo alla stessa frase “Mi hai fatto male”, ma questa volta è qualcuno che la sta dicendo a noi.
La nostra mente già comincia a cercare tutto ciò che potrebbe assolverci. Non volevamo, eravamo esasperati, anche l’altro ci aveva ferito, non ce ne siamo accorti, eravamo in buona fede. Quello che abbiamo fatto noi, poi, non è neanche lontanamente paragonabile a ciò che è stato fatto a noi…
Lo so che qualcuno, leggendo, starà già scuotendo la testa con un sopracciglio un po’ inarcato e pensando: “Io no. Io queste cose non le farei mai. Non le ho mai fatte, se sbaglio lo riconosco”.
Qualcun altro avrà sentito una piccola fitta e le avrà messo subito accanto un “sì, però è diverso…”.
Perché ci piace tanto vederci come i buoni della storia. Quelli che hanno dato tutto, che hanno soltanto subito e che, se qualche volta hanno ferito qualcuno, avevano comunque una ragione.
In quel “noi”, ovviamente, ci sono anch’io.
Anche nella mia terapia personale, ad un certo punto, mi sono ritrovata su una sedia che non era più così comoda, anzi era diventata decisamente scomoda. Mi sono state mostrate cose di me che ho faticato ad accettare.
Per questo capisco bene le vostre possibili reticenze. Leggere un post non significa avere scelto di entrare in terapia e potreste legittimamente non avere nessuna voglia di mettervi in discussione su questi aspetti.
Se però vi fidate e avete voglia di conoscervi meglio anche quando il discorso diventa più scomodo, continuate a leggere.
Esiste una falsa credenza secondo cui si va dallo psicologo a raccontare la propria versione della storia e il terapeuta ci dà ragione. “Eh, certo, fammici parlare a me con il tuo psicologo, che gli dico io come sei, come stanno veramente le cose e quanto tu le racconti a modo tuo”.
Lo psicoterapeuta sa che sta ascoltando una versione della storia. All’inizio accoglie ciò che il paziente porta, perché dentro quella verità possono esserci dolore e torti molto reali. Poi, se il lavoro diventa profondo e onesto, lo accompagna a vedere anche il proprio pezzo: le volte in cui ha ferito, manipolato, preteso, omesso o spostato la responsabilità…
È lì che la terapia diventa anche uno sporco e scomodo lavoro.
Fuori dalla stanza di terapia accade ogni volta che qualcuno ci restituisce un’immagine di noi che non ci piace. Quando ci dice che lo abbiamo ferito e pensiamo subito che sia troppo sensibile. Quando ci fa notare un nostro comportamento e decidiamo che non ci comprende. Quando una persona mette un confine e la chiamiamo egoista. Quando qualcuno ci mostra un pezzo che non vogliamo vedere e, invece di guardarlo, cominciamo a screditare chi ce lo sta mostrando.
E per difendere l’immagine buona (a tutti i costi) di noi, possiamo interrompere una relazione, smettere di rispondere, cambiare discorso, scegliere persone che ci danno sempre ragione o continuare a raccontare la storia fino a trovare qualcuno che ci restituisca finalmente la versione che preferiamo e in cui stiamo più comodi.
E alcuni di noi possono scegliere di farlo per tutta la vita, continuando a vedere benissimo le proprie ferite e mai ciò che, partendo da quelle ferite, fanno agli altri.
Perché non sempre il dolore ci rende persone migliori. A volte ci rende persone che fanno male e che, proprio perché hanno sofferto, si sentono anche autorizzate a farlo. E spesso riescono perfino a nascondere a se stesse quello che stanno facendo.
È questo il punto più doloroso da accettare.
Perché essere stati vittime ci sembra quasi incompatibile con l’avere parti egoiste, manipolatorie, crudeli o meschine. La vittima, nel nostro racconto, è buona. Ha sofferto, ha dato tutto, ha sopportato troppo. È quasi una figura santificata e i santi, si sa, non fanno male a nessuno.
Le persone vere, però, sono molto più complicate. Possiamo essere stati vittime di qualcuno e avere ferito qualcun altro. Possiamo avere subito qualcosa di terribile e avere comunque avuto comportamenti di cui non andare fieri. Possiamo avere ragione su ciò che ci è stato fatto e continuare ad avere una responsabilità per ciò che abbiamo fatto e continuiamo a fare noi. Una verità non cancella l’altra.
C’è anche un piccolo lutto da affrontare, lasciare andare l’immagine di noi in cui siamo sempre quelli buoni. Quelli che hanno soltanto amato, dato, compreso e sopportato. Quelli che, se hanno fatto male, non se ne sono accorti, erano in buona fede o erano stati portati all’esasperazione.
Fa male riconoscere dentro di noi qualcosa che, quando lo abbiamo visto negli altri, ci ha disgustato. Fa male accorgerci che, magari in una forma diversa e con una gravità diversa, quel pezzo appartiene anche a noi. E capisco la voglia di distogliere lo sguardo. La capisco perché quella voglia l’ho provata anch’io.
Possiamo però guardare anche questo pezzo di noi con onestà, senza usarlo per cancellare tutto ciò che di bello sappiamo di essere o per condannarci come persone cattive, colpevoli di tutto e uguali a chi ci ha fatto male.
È un modo per riappropriarci di tutta la storia che ci riguarda. Delle ferite e di ciò che abbiamo fatto partendo da quelle ferite. Della luce e delle ombre. Dei meriti, degli scheletri, delle volte in cui abbiamo amato bene e di quelle in cui abbiamo fatto male.
Tutto. Perché se non vediamo le nostre parti meno piacevoli continuiamo a ripetere gli stessi comportamenti, dandogli ogni volta un nome più pulito e accettabile: buona fede, esasperazione, carattere, difesa, inconsapevolezza, impulsività, reazione a ciò che abbiamo subito…
Vederle ci permette di capire che cosa stiamo facendo, a chi stiamo facendo male e se vogliamo continuare a essere così.
Lo so che questa lettura è lunga. E so anche che, oltre alla lunghezza, chiede di restare dentro qualcosa di molto scomodo. Qualcuno avrà trasformato quella scomodità in “sono tutte caxxate psicologiche”, “non ho tempo per questi pipponi” o “mamma mia quanto è prolissa e pallosa” e avrà già scrollato.
A chi, invece, è rimasto fino a qui voglio dire grazie. Perché leggere davvero significa avere accettato, almeno per qualche minuto, di non cercare soltanto parole che accarezzano la parte ferita, ma anche parole capaci di mostrarne un’altra molto meno piacevole.
Mi piacerebbe sapere con quale sensazione siete arrivati fin qui. Se sentite che qualcosa di ciò che avete letto continuerà a muoversi dentro di voi, se vi ha fatto male ma pensate che possa avervi fatto bene oppure se vi è sembrata soltanto una lunga supercazzola psicologica dalla quale vi aspettavate chissà quale verità, lasciandovi delusi e con la sensazione di avere perso tempo.
E soprattutto vorrei lasciarvi con la domanda che ha accompagnato me mentre scrivevo:
se per un momento smettessimo di raccontarci soltanto come i buoni della storia, che cosa vedremmo di noi? VS
📌 Non tutti i post che scrivo vi portano in luoghi scomodi come questo. Chi mi segue lo sa. Ci sono riflessioni più leggere, post divulgativi che aiutano a comprendere meglio qualcosa che ci accade e anche contenuti più ironici. È giusto che sia così, perché questa è una pagina Facebook, non la succursale della mia stanza di terapia.
Ma dentro questa pagina ci sono anche riflessioni come quella che avete appena letto, che toccano parti di noi molto meno disposte ad essere messe in discussione.
Ognuno è libero di prendere ciò che sente utile e di lasciare il resto. Quello che per qualcuno è una lungaggine che appesantisce inutilmente la lettura, per qualcun altro è proprio quel pezzettino in più che cercava e che altrove non aveva trovato. E ciò che nutre una persona può non nutrirne affatto un’altra.
Io questa pagina la voglio così, con dentro un po’ di tutto. Senza pretendere che ogni post debba essere adatto a tutti e senza chiedere a nessuno di leggere ciò che sente distante o inutile. Perché, se togliessi proprio quel pezzettino (o pezzettone 😀) in più per rendere tutto più breve, più semplice, più immediato, più piacevole da leggere e soprattutto più comodo, questa pagina perderebbe il suo cuore che invece è il motivo per cui l’ho creata.
D.ssa V. Scoppio

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