Cambiare il modo di vedere
Restiamo in cerca di una parola, di una carezza, di uno sguardo che dica “ti vedo”. Continuiamo a sperare che, prima o poi, ci riconosca davvero.
La ferita più dolorosa è questa, capire che il genitore che avrebbe dovuto essere casa, riparo e braccia aperte forse non è capace di esserlo. Non perché noi valiamo o non valiamo, ma perché dentro di lui o di lei mancano gli strumenti per costruire quel tipo di presenza.
Accettare questa realtà non significa dire che il dolore non c’è stato. Significa smettere di restare seduti accanto a una finestra chiusa, aspettando un passo nel corridoio che forse non arriverà mai.
Finché restiamo aggrappati all’immagine del genitore ideale, inseguiamo un miraggio nel caldo dell’asfalto.
La svolta arriva quando smettiamo di bussare a una porta che non si apre e di chiedere acqua a un pozzo che non ne ha.
È un passaggio doloroso, perché comporta lasciare andare una speranza tenuta stretta per anni. In un certo senso, è come una perdita, ovvero la perdita per la fine dell’immagine che avevamo cucito su di lui.
Da lì in poi possiamo scegliere come proteggerci.
La vera liberazione non consiste nel cambiare il genitore, ma nel cambiare il modo in cui ci avviciniamo a lui. Quando smettiamo di aspettare il treno che non passa, iniziamo finalmente a riportare a casa l’amore, il rispetto e l’attenzione che abbiamo cercato troppo a lungo fuori da noi.
D.ssa V. Scoppio

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