Gestire la sensibilità


Essere molto sensibili è come vivere con l'audio e la luminosità del mondo sempre al massimo. Non percepiamo solo ciò che succede, ma anche quello che resta tra le righe, il silenzio dopo una frase, l'intonazione che cambia o un respiro più veloce. Ci resta dentro una parola detta quasi distrattamente, ci emoziona un gesto che altri nemmeno notano e, a volte, uno sguardo continua ad accompagnarci per ore e ore.

Notiamo dettagli che altri ignorano, elaboriamo le emozioni in profondità e ci immedesimiamo con facilità. È anche per questo che ci emozioniamo davanti ad un tramonto, ricordiamo particolari che gli altri dimenticano, ci accorgiamo quando qualcuno sta male anche se continua a dire che va tutto bene e riusciamo a cogliere la bellezza anche nelle cose più piccole, quelle che spesso passano inosservate.

Questa apertura ci regala intensità e profondità (che meraviglia!), ma ci espone anche a una fatica enorme e invisibile. Portiamo addosso pesi che non sono nostri, l'amica che si sfoga e ci lascia il cuore pesante, lo sconosciuto in fila al supermercato che con la sua rabbia ci cambia l'umore, un commento pungente che continua a bruciare anche ore dopo. Gli altri, magari, hanno già cambiato argomento. Noi siamo ancora lì a ripensare quella frase, a chiederci cosa volesse dire davvero, se avremmo potuto rispondere diversamente.

Dopo un po', per sopravvivere a tutta questa intensità, ognuno prova a trovare un modo per proteggersi. C'è chi indossa un'armatura e diventa più duro, ma anche più spento. E c'è chi continua ad assorbire tutto, fino ad arrivare a sera esausto, senza riuscire più a distinguere quello che appartiene agli altri da quello che appartiene davvero a sé.

Per molte persone questa sensibilità diventa una condanna. Si sentono troppo emotive, troppo vulnerabili e troppo coinvolte. Vivere sentendo tutto può diventare davvero faticoso. Finiscono per pensare che il problema sia il loro modo di essere, quando nessuno ha mai insegnato loro a convivere con questa caratteristica e a proteggerla.

Convivere con una sensibilità così intensa si può imparare. A volte bastano piccoli accorgimenti quotidiani. Altre volte questo modo di sentire affonda le sue radici nella propria storia e allora il percorso richiede un lavoro più profondo, che spesso trova nella terapia uno spazio prezioso.

La via di mezzo è imparare a mettere confini invisibili, gestendo questa sensibilità come si gestirebbe una pianta delicata.

• Dire mentalmente "questo non è mio", quando sentiamo addosso emozioni che appartengono a qualcun altro.

• Concederci momenti di silenzio o di solitudine per ricaricarci.

• Scegliere con cura le persone, i luoghi e i contenuti che ci nutrono invece di prosciugarci.

• Permetterci di dire "oggi no", senza provare sensi di colpa.

Proteggerci non vuol dire chiuderci. Vuol dire avere una pelle sana, che lascia passare il calore e la luce ma respinge ciò che può ferire.

Piano piano diventa più facile fermarsi e chiederci: "Quello che sto provando è davvero mio?". E, a volte, la risposta è no. È la rabbia di qualcuno che ci è rimasta addosso. È un'ansia che abbiamo respirato stando accanto ad una persona. Accorgercene non ci rende meno sensibili, anzi, ci aiuta a non confondere tutto quello che sentiamo con quello che ci appartiene davvero.

La sensibilità è un dono prezioso che va maneggiato con cura, anche e soprattutto da noi stessi. L'audio e la luminosità con cui percepiamo il mondo probabilmente resteranno sempre alti. Possiamo però immaginare di avere una manopola tutta nostra, da imparare a conoscere e a regolare nel tempo. Così la sensibilità resta una finestra aperta sul mondo, senza trasformarsi ogni volta in una porta spalancata. Perché quello che ci tocca non possiamo sempre sceglierlo. Quello che possiamo imparare, piano piano, è a non lasciare che tutto continui ad abitare dentro di noi.


D.ssa V. Scoppio

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