E poi venne settembre


Per tutta l'estate aveva avuto il sole addosso.

Lo sentiva arrivare al mattino, ancora tiepido, e passare lentamente sulla sua superficie fino a farla diventare calda. Quando il pomeriggio era più forte, si lasciava attraversare dalla luce e diventava quasi trasparente.

Era nata in primavera, quando il ramo era ancora sottile e l'albero aveva poche foglie.

All'inizio era stata piccolissima.

Aveva avuto un verde tenero, quasi impossibile da distinguere dalle gemme che le stavano accanto. Poi era cresciuta. Il vento l'aveva fatta dondolare, la pioggia l'aveva bagnata e il sole l'aveva scurita.

Aveva imparato il rumore dell'albero. Un fruscio che cominciava quando il vento entrava tra i rami e ogni foglia rispondeva con una voce diversa.

Lei conosceva quelle voci.

Conosceva anche il punto esatto in cui il ramo si piegava quando arrivava un temporale. Conosceva il calore delle giornate immobili e il fresco improvviso che precedeva la pioggia.

Poi venne settembre.

Una mattina si accorse di essere cambiata.

Il verde aveva cominciato a ritirarsi lentamente, lasciando spazio a un colore nuovo.

Prima un giallo appena accennato.

Poi un oro più intenso.

La foglia non si riconosceva più, ma non aveva paura.

Continuava a stare sul ramo e lasciava che l'autunno facesse il suo lavoro.

Ogni giorno perdeva qualcosa.

Un poco di colore. Un poco di forza. Un poco di quella leggerezza che aveva avuto in primavera.

Eppure, mentre diventava fragile, sentiva di essere più piena.

Come se dentro quelle nervature sottili fossero rimaste tutte le giornate che aveva attraversato.

La prima pioggia, il temporale di agosto, le mattine fredde dopo una notte di vento, il sole che le aveva scaldato la superficie fino a farla brillare.

Tutto era ancora lì.

Una sera il vento arrivò all'improvviso.

La chioma si mosse tutta insieme.

La foglia sentì il ramo piegarsi sotto di lei.

Per la prima volta il suo picciolo cedette.

Non fu un dolore.

Fu una sensazione strana, breve.

Come quando qualcosa che hai tenuto stretto per molto tempo smette di appartenerti.

E allora cadde.

Non verso il basso.

Per qualche istante sembrò quasi salire.

Il vento la prese e la portò sopra l'albero. La fece girare, la capovolse, la riportò vicino ai rami dai quali era appena partita.

La foglia vide il suo albero dal un altra prospettiva per la prima volta.

Vide la grandezza della chioma, i rami intrecciati, i punti vuoti lasciati dalle foglie cadute prima di lei.

Le sembrò bellissimo.

Poi il vento cambiò direzione.

La portò lontano.

Attraversò l'aria sopra il prato e passò sopra un cespuglio ormai rosso d'autunno. Per un momento si posò sull'erba, ma una nuova folata la sollevò.

Questa volta non cercò di resistere.

Volò ancora.

Finché arrivò in fondo al prato, dove la terra era morbida e coperta di foglie.

Lì si fermò.

Restò capovolta per qualche minuto, con una nervatura rivolta verso il cielo.

Poi una goccia di pioggia cadde sulla sua superficie. Ne seguì un'altra e la foglia si appesantì.

Il vento passò ancora una volta sopra di lei, ma non riuscì più a portarla via.

E rimase così, sotto la pioggia d'autunno, mentre il suo colore dorato si confondeva lentamente con quello delle altre foglie.

Sopra, il ramo dal quale era caduta si muoveva ancora.

Ma ormai non c'era più bisogno di aggrapparsi.

L'autunno aveva già fatto tutto quello che doveva.


La casetta in campagna

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