Non dovevo farlo


A volte si comincia con un cucchiaino di gelato. Doveva essere solo uno. Poi diventano due. Poi ci ritroviamo con la vaschetta in mano. Oppure prendiamo un pezzetto di pane mentre prepariamo la cena, un grissino passando dalla cucina, un biscotto mentre stiamo vedendo un film. Tanto è solo uno. Poi ne prendiamo un altro. E un altro ancora. Quando ci fermiamo, ci accorgiamo che è finito un altro pacco. Quella che doveva essere una piccola eccezione è diventata un'altra abbuffata.

A volte succede ancora prima. Entriamo in casa e apriamo il frigorifero senza esserci nemmeno tolti la giacca. Cominciamo a mangiare mentre cuciniamo e arriviamo a tavola che abbiamo già spizzicato metà cena. Cerchiamo qualcosa di dolce appena chiusa una telefonata che ci ha lasciati tesi, oppure aspettiamo che tutti siano andati a dormire perché quello diventa finalmente il momento in cui nessuno ci chiede più niente. Magari restiamo lì, in piedi in cucina, a mangiare quasi di nascosto anche se in casa siamo soli, come se persino davanti a noi stessi ci fosse qualcosa da nascondere.

Il senso di colpa arriva quasi subito. "Non dovevo farlo". "Possibile che non riesca mai a controllarmi?". "Da domani basta davvero".

A volte arriva anche prima di aver finito. Continuiamo a mangiare e già sappiamo che dopo staremo male. Una parte di noi vorrebbe fermarsi, un'altra sembra avere bisogno di continuare ancora un po'. Quel cibo ci consola e nello stesso momento cominciamo già a odiarci per averne avuto bisogno.

Così finiamo per convincerci di aver deluso, ancora una volta, la persona con cui sarà più difficile fare pace... noi stessi.

Ci eravamo ripromessi che questa volta sarebbe andata diversamente. Avevamo fatto la spesa con tutte le buone intenzioni, deciso che saremmo stati più attenti e convinti che questa sarebbe stata la volta buona. Magari avevamo comprato confezioni più piccole per non esagerare, tolto da casa tutto quello che ci sembrava pericoloso, saltato il pranzo per compensare la sera precedente o deciso che avremmo mangiato soltanto cose “giuste”. Ogni volta sembra che la soluzione debba essere diventare più bravi, più forti e più disciplinati. Quasi mai ci fermiamo a guardare quello che è successo prima di arrivare a quel momento.

Si parla tanto di dieta, di quantità, di orari, di quello che andrebbe eliminato dalla dispensa. Si parla molto meno della fatica che precede quel momento. Di tutto quello che abbiamo cercato di sopportare durante la giornata, delle emozioni che abbiamo messo da parte, delle richieste a cui abbiamo risposto, della rabbia che abbiamo trattenuto e di quella sensazione di essere arrivati a sera senza avere più nulla da dare, svuotati e straniti.

Magari abbiamo detto sì per tutto il giorno quando avremmo voluto dire no. Abbiamo lavorato senza fermarci, ascoltato i problemi di tutti, ingoiato una discussione, rassicurato qualcuno mentre noi avremmo avuto bisogno di essere rassicurati. Ci siamo occupati della casa, dei figli, dei genitori e del lavoro. Abbiamo fatto quello che c'era da fare e spesso anche quello che nessuno ci aveva chiesto, perché siamo abituati a tenere, sistemare, rispondere e ad esserci.

Poi arriva la sera. Gli altri magari stanno bene, la giornata in qualche modo è passata, tutto quello che dovevamo fare è stato fatto. Dentro, invece, restiamo noi con tutta la fatica che durante il giorno non abbiamo avuto nemmeno il tempo di sentire.

Da qualche parte quella fatica deve trovare un'uscita. Per alcune persone quella valvola di sfogo è proprio il cibo.

In quel momento mangiare ci dà una tregua. Per pochi minuti ci distrae, ci consola, ci fa sentire qualcosa di piacevole e ci permette di smettere di pensare a tutto quello che abbiamo tenuto insieme fino a quel momento. Quello che ci fa stare male rimane lì, ma riusciamo a sentirlo un po' meno, come se lo addormentassimo.

A volte neppure abbiamo fame. Apriamo e chiudiamo la dispensa cercando qualcosa senza sapere bene cosa. Mangiamo in piedi, velocemente, direttamente dalla confezione. Finire gli avanzi, prendere “solo un pezzetto”, continuare finché il sacchetto è vuoto può diventare quasi automatico. Il sapore dopo un po' non lo sentiamo neanche più. Rimane soltanto quel gesto ripetuto che per qualche minuto occupa le mani, la bocca, la testa e copre tutto il resto.

Ci sono sere in cui sappiamo perfettamente che non stiamo cercando biscotti, pane o gelato. Stiamo cercando di abbassare il volume di qualcosa che dentro è diventato troppo alto. Una tensione, una tristezza, un vuoto, una rabbia, una stanchezza che non sappiamo più come gestire.

Il nostro cervello registra anche questo... registra che, dentro alla stanchezza, alla solitudine o alla tristezza, quella strada ha dato un sollievo immediato. La volta successiva tenderà a riproporcela.

Poi il sollievo passa e ricominciano i rimproveri. Magari raccogliamo le confezioni vuote e ci prende persino vergogna a guardarle. Le infiliamo in fondo al cestino, sistemiamo la cucina e ci diciamo che domani recupereremo, che nessuno deve sapere, che questa è stata davvero l'ultima volta.

Più ci sentiamo in colpa, più aumenta il malessere. Più aumenta il malessere, più cresce il bisogno di trovare qualcosa che ci faccia stare meglio. Il cibo, ancora una volta, diventa la risposta più vicina e più veloce. Così ci ritroviamo ogni volta nello stesso punto. Mangiamo per stare un po' meglio, poi stiamo peggio proprio per aver mangiato e quel nuovo malessere ci riporta ancora una volta verso il cibo.

A volte il giorno dopo proviamo a riprendere il controllo stringendo ancora di più. Niente colazione, pranzo leggerissimo. “Stasera non mangio”. Ci guardiamo allo specchio cercando sul nostro corpo la prova di quello che abbiamo fatto la sera prima e passiamo la giornata a rimediare, compensare e a trattenere.

Quasi fosse necessario farci pagare quello che è successo. Arriviamo così a fine giornata affamati, stanchi e con la sensazione di aver passato ore a resistere. Basta poco e quel controllo tenuto insieme con i denti cede di nuovo.

Per questo seguire una dieta può diventare molto difficile anche quando è stata preparata bene ed è adatta alle nostre esigenze. La dieta si occupa di cosa mangiamo, di quanto ne mangiamo e di quando lo mangiamo. Se il cibo ha assunto anche il compito di consolarci, accompagnare la solitudine, riempire un vuoto o concederci l'unico momento di tregua della giornata, lavorare soltanto sull'aspetto pratico lascia fuori una parte enorme della storia.

Il rapporto con il cibo ha spesso radici molto lontane e profonde. Fin da piccoli si lega alla cura, alla presenza, alla protezione e al sentirsi accolti. Nel corso della vita può diventare anche un modo per affrontare emozioni che facciamo fatica a riconoscere, a contenere o a esprimere.

Per questo non basta aprire il frigorifero o la dispensa, buttare tutto ciò che consideriamo sbagliato e prometterci che da lunedì saremo persone diverse e finalmente disciplinate.

Serve capire che cosa succede dentro di noi prima di arrivare lì. Serve conoscere la funzione che quel cibo ha assunto nella nostra storia e il bisogno che, in quel momento, stiamo cercando di soddisfare.

La psicoterapia può aiutare proprio in questo lavoro profondo di comprensione. Un lavoro che permette, poco alla volta, di smettere di guardarci soltanto come persone senza volontà e di riconoscere quanta fatica c'è stata dietro quel comportamento.

Qualcuno che forse conosce benissimo tutte le calorie, tutte le regole e tutte le cose che “dovrebbe” fare, ma conosce molto meno il momento esatto in cui ha cominciato ad avere bisogno del cibo per reggere quello che da solo non riusciva più a reggere.

Dietro ogni "Non dovevo farlo" carico di vergogna e amarezza, c'è spesso una persona che si è già rimproverata abbastanza e che avrebbe bisogno, finalmente, di capire che cosa le succede, imparando a guardarsi con più comprensione e gentilezza e a riconoscere tutte le fatiche che si ritrova ad affrontare.


D.ssa V. Scoppio

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