Una casa "interna"
Mi piace pensare che ognuno di noi abbia una casa interna. Un luogo fatto di quello che abbiamo vissuto, dei legami che abbiamo costruito, delle paure che ci portiamo dietro, delle sicurezze che nel tempo siamo riusciti a mettere insieme e di tutte quelle stanze in cui conserviamo pezzi della nostra storia. È un modo per immaginare quello che succede dentro di noi quando la vita, ad un certo punto, comincia a mettere alla prova equilibri che fino a quel momento avevano retto.
La nostra casa interna non si allaga sempre per una sola grande tempesta. A volte l’acqua comincia a entrare piano, quasi con discrezione, da una fessura che all’inizio ci sembra persino trascurabile: una preoccupazione che dura più del previsto, una relazione che ci lascia ogni giorno un po’ più svuotati, una perdita che continuiamo a chiamare “superata” perché la vita intorno a noi è andata avanti, mesi in cui abbiamo tenuto insieme tutto e tutti mentre nessuno, forse nemmeno noi, si accorgeva di quanto ci stessimo stancando.
All’inizio facciamo quello che sappiamo fare. Asciughiamo, spostiamo qualcosa, mettiamo al sicuro quello che non vogliamo si rovini, continuiamo a vivere nelle stanze rimaste asciutte e ci diciamo che, in fondo, possiamo gestirla.
Continuiamo davvero a fare quasi tutto. Andiamo al lavoro, facciamo la spesa, ci occupiamo dei figli, prepariamo una cena, ascoltiamo i problemi degli altri, mettiamo una lavatrice, ricordiamo a qualcuno una cosa importante, magari ridiamo pure, mentre una parte di noi rimane continuamente in ascolto di quella perdita. Ogni tanto torniamo con il pensiero proprio lì: a quella telefonata che non arriva, a quella paura che continua a prendersi troppo spazio, a quella persona da cui sappiamo che dovremmo prendere le distanze e che invece continuiamo a cercare con insistenza, o ad aspettare nella speranza che sia lei a cercare noi, a quella ferita che credevamo più lontana e che invece basta poco per sentire ancora viva.
L’acqua, intanto, continua a passare sotto le porte. Raggiunge il sonno, la pazienza, la voglia di vedere gli altri, il desiderio di fare cose che fino a poco tempo prima ci facevano stare bene. Una sofferenza che sembrava riguardare un solo pezzo della nostra vita comincia lentamente a entrare anche nel resto, e magari ci scopriamo più fragili proprio nei punti in cui ci eravamo sempre sentiti solidi.
Continuiamo allora a tenere stretta una relazione che sappiamo ci faccia male, controlliamo ancora quel telefono anche se conosciamo già il dolore che proveremo dopo, chiediamo l’ennesima rassicurazione sapendo che ci calmerà per pochissimo, rimandiamo una decisione che dentro di noi abbiamo già preso molte volte e poi disfatto altrettante.
È come avere tra le mani un vecchio quaderno che l’acqua ha ormai inzuppato completamente. L’inchiostro si è allargato fino a rendere illeggibili molte parole, le pagine si sono gonfiate, qualcuna si è incollata all’altra e sappiamo benissimo, guardandolo, che probabilmente non tornerà mai più come prima. Eppure lo teniamo sollevato.
Lo apriamo con delicatezza, cerchiamo una pagina rimasta intatta, passiamo un dito sopra una frase che non si legge quasi più e continuiamo, contro ogni evidenza, a sperare che asciugandosi possa tornare esattamente il quaderno che era.
L’acqua, però, intanto continua a fare il suo lavoro. Entra nei muri, resta sotto i mobili, lascia quell’umidità che all’inizio proviamo a ignorare e poi cominciamo a sentire dappertutto. Cambia persino l’odore della casa. Arriva quella puzza di muffa che ci fa capire che non è più soltanto una questione di disagio: vivere lì, così, non ci sta facendo bene alla salute. Lo sappiamo.
Lo sentiamo nel corpo, nell’umore, nel sonno, nel modo in cui reagiamo alle cose, nella fatica con cui affrontiamo anche giornate normali. Ci rendiamo conto che qualcosa andrebbe affrontato davvero, che non basta più spostare gli oggetti o asciugare il pavimento ogni volta che si bagna.
Solo che vedere con chiarezza quanto una situazione ci stia facendo male non significa avere già la forza per uscirne.
A volte manca l’energia, a volte il coraggio, a volte siamo così stanchi per aver contenuto l’acqua fino a quel momento che anche solo pensare di dover svuotare una stanza, rompere un muro, cercare la perdita, buttare ciò che non si può più salvare ci sembra enorme.
E allora restiamo ancora un po’ lì, anche sapendo che quell’aria non ci fa bene, anche sentendo l’odore della muffa, anche sapendo che prima o poi dovremo affrontare tutto.
Da fuori può sembrare assurdo. Da dentro, quel quaderno magari contiene dieci anni della nostra vita, il progetto che avevamo costruito con qualcuno, la persona che pensavamo saremmo diventati, una speranza a cui ci siamo aggrappati nei momenti peggiori. Lasciarlo cadere non significa soltanto buttare qualcosa che si è rovinato: a volte significa accettare che quella cosa non tornerà più com’era, e questa consapevolezza può fare molto più male dell’acqua stessa.
Chi ci vuole bene vede tutto questo da un punto diverso dal nostro e, proprio perché vorrebbe sottrarci alla sofferenza, può sentire il bisogno di indicarci una via d’uscita: provare a lasciare andare quella relazione, smettere di controllare continuamente cosa fa quella persona, pensare un po’ più a noi, uscire, distrarci, provare a reagire, prendere una decisione perché così continuiamo soltanto a stare male.
Molte di queste cose possono essere anche vere. Solo che noi siamo dentro quella casa da ore, magari da mesi.
Abbiamo già cercato la perdita, asciugato lo stesso punto cento volte, promesso a noi stessi che da domani cambieremo qualcosa, pensato di farcela e poi scoperto che l’acqua era tornata. Ci siamo già arrabbiati con noi stessi, ci siamo sentiti deboli, incoerenti, persino stupidi per essere ancora lì.
La parte che spesso gli altri non vedono è proprio questa: chi non riesce ancora a lasciare andare, molte volte, sa benissimo che dovrebbe farlo. Chi continua a tornare in un posto che gli fa male sa che quel posto gli fa male. Chi non riesce ad alzarsi, a reagire, a decidere, a mettere un confine può aver passato intere notti a dirsi esattamente le stesse cose che gli stiamo dicendo noi.
Sapere da dove entra l’acqua e riuscire a fermarla sono due cose completamente diverse.
C’è anche un’altra cosa che accade spesso: non sempre lasciamo entrare qualcuno nella nostra casa quando comincia ad allagarsi.
A volte proviamo a chiudere le porte delle stanze bagnate e continuiamo a ricevere gli altri nel salotto ancora asciutto. Diciamo che siamo solo stanchi, che è un periodo, che passerà. Altre volte sappiamo perfettamente cosa sta succedendo, ma proviamo vergogna nel mostrare il disordine, nel far vedere quanto siamo confusi, quanto continuiamo ad aggrapparci a qualcosa che sappiamo essere ormai fradicio, quanto poco somigliamo in quel momento alla persona forte e lucida che gli altri sono abituati a conoscere.
Lasciare entrare qualcuno significa permettergli di vedere anche questo.
Significa aprire una porta e mostrargli le stanze che abbiamo cercato fino a quel momento di tenere fuori dallo sguardo degli altri.
Qualche volta quella persona è un amico, un compagno, una sorella. Qualche volta è un terapeuta, qualcuno a cui decidiamo lentamente di mostrare dove l’acqua è arrivata davvero e che, proprio per questo, dovrebbe avere la sensibilità di non restare comodo nel proprio salotto asciutto a spiegarci cosa dovremmo fare.
Chi entra davvero in quella casa si accorge prima di tutto dei piedi bagnati, delle braccia stanche, delle cose che stiamo cercando di tenere sollevate da troppo tempo.
Può anche sapere che quel quaderno andrà lasciato andare, che una porta dovrà essere chiusa, che prima o poi bisognerà trovare la falla e decidere cosa salvare e cosa no. La differenza sta nel riuscire a non cominciare da lì.
Sta nel guardarci in un modo che dica: capisco dove sei. Vedo quanto è alta l’acqua qui dentro. Vedo quanto sei stanco di tenere tutto sollevato. Sono qui con te.
A volte abbiamo bisogno proprio di questo: qualcuno disposto a bagnarsi un po’ i piedi insieme a noi, senza la pretesa di prosciugare immediatamente tutta la casa e senza consegnarci consigli dal punto asciutto in cui si trova lui.
Poi arriverà anche il momento di aprire le finestre, capire cosa può asciugarsi, cosa dovrà essere buttato, quali stanze avranno bisogno di essere rifatte e da dove cominciare.
In certi momenti, però, siamo semplicemente lì, circondati da cose bagnate, con la sensazione che sia tutto troppo, che non sappiamo dove mettere le mani o che magari lo sappiamo benissimo ma non abbiamo ancora le forze per cominciare.
Ci sono cose che, guardate dal salotto asciutto di un’altra vita, sembrano avere soluzioni semplicissime; poi basta avere la sensibilità di mettere per un momento i piedi nell’acqua dell’altro per accorgersi di quanto possa sentirsi smarrito, impotente, perfino stupido mentre sa benissimo cosa dovrebbe fare, vede l’acqua continuare a salire e si scopre ancora aggrappato a salvare proprio quelle cose che, viste da fuori, sembrerebbe così facile lasciare andare. Riflettiamoci.
D.ssa V. Scoppio

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