Le lampade a petrolio


C’è qualcosa di tenero nelle lampade a petrolio.

Forse è la loro luce, così diversa da quella che conosciamo oggi. Non vuole riempire gli angoli né pretende di scacciare la notte. Si posa sulle cose una alla volta, con delicatezza.

Un tavolo di legno. Una sedia accostata al muro.

Un libro lasciato aperto. Un mazzo di fiori ormai secchi dentro una brocca. E poi le mani di qualcuno, raccolte attorno a quella piccola fiamma.

Un tempo, una lampada a petrolio bastava a cambiare il volto della casa. Si accendeva quando fuori arrivava il buio e dentro rimaneva ancora qualcosa da fare.

Forse c’era una camicia da rammendare, qualche verdura da sistemare per il giorno dopo,  il pane da mettere via, oppure semplicemente una famiglia seduta attorno al tavolo a raccontarsi la giornata appena trascorsa.

La fiamma tremolava dietro il vetro ogni volta che s'insinuava una corrente d’aria, cosi qualcuno, quasi senza pensarci, allungava una mano per proteggere quella piccola luce.

Dalle finestre delle vecchie case di campagna non usciva mai una luce forte, ma un abbraccio caldo, appena visibile da lontano. 

La notte, intanto, si prendeva tutto il resto.

I campi diventavano ombre e  gli alberi si muovevano appena.

Le stelle comparivano una dopo l’altra sopra i tetti.

Le lampade a petrolio appartenevano alle sere in cui non c’era bisogno di trovare qualcosa da fare per riempire il tempo. Dopo il lavoro nei campi, dopo aver sistemato la cucina e chiuso le porte, restava qualche ora da vivere senza fretta.

Ed eccola lì, la vecchia lampada. Sul tavolo, su una mensola o accanto alla finestra. Con il suo serbatoio pieno, lo stoppino regolato con cura e quel piccolo vetro che diventava caldo mentre la fiamma continuava a bruciare.

Chissà quante volte è stata spenta soffiandoci sopra piano. Chissà quante mani l’hanno accesa e chissà quante conversazioni ha ascoltato senza poterle raccontare.

Forse ha visto bambini addormentarsi con la testa appoggiata al tavolo. Ha illuminato lettere arrivate da lontano, fotografie ingiallite, ricami cominciati e mai finiti.

Scommetto che, quando fuori pioveva, quella luce doveva sembrare ancora più calda.

La pioggia contro i vetri, il buio oltre la finestra e quella piccola fiamma dentro casa.

Una cosa semplicissima.

Eppure, guardando oggi una vecchia lampada a petrolio, viene spontaneo chiedersi quante sere siano passate attraverso quel vetro.

Forse è questo che mi affascina di più.

È come se dentro il suo metallo, nelle piccole imperfezioni, nelle tracce lasciate dal tempo, fosse rimasto qualcosa delle case che ha abitato.

E allora mi piace tenerla accesa quando la sera arriva, anche se oggi non serve più per illuminare una stanza.

La guardo mentre fuori il cielo cambia colore, mentre i rumori della giornata si fanno più lontani e la casa comincia lentamente a raccogliersi.

La sua luce cade piano sulle cose.

E per un momento sembra quasi che il tempo, invece di andare avanti, abbia fatto una piccola curva e sia tornato indietro.

A una sera qualunque di tanti anni fa.

A una casa in mezzo alla campagna.

E a qualcuno che, prima di andare a dormire, si avvicina alla lampada, abbassa lo stoppino e lascia che la fiamma diventi sempre più piccola, fino a spegnersi.


La casetta in campagna

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