La sobrietá


E SE LA SOBRIETA' CAMBIASSE IL MONDO?

Ripropongo una delle "virtù" per me più importanti, predicata e poco praticata....

Nell’epoca degli eccessi, della competizione mediatica a chi grida più forte e la “spara” più grossa, della visibilità a tutti i costi, della logorroica “piazza” virtuale di Facebook, delle fila chilometriche per acquisire l’ultimo smartphone, può tornare la voglia di sobrietà?

Soltanto chi si trova nelle condizioni di disporre molto più del necessario e quindi conosce e pratica l’eccesso può avvertire, in una certa fase della sua vita, la necessità di assumere un comportamento più sobrio. 

È questo di fatto quello che successe ad Alvise Cornaro, l’autore del fortunato testo Vita sobria (1558), ripreso qualche anno fa dal giornalista scrittore Manlio Brusatin, a cui viene fatta risalire l’origine della trattazione teorica di questa “utile virtù”. In questo testo infatti, l’autore, che ha vissuto per metà della sua vita nell’agio, disponendo e consumando più del necessario, scopre che adottando uno stile di vita ispirato alla sobrietà, regolamentato quindi non soltanto nella quantità di cibo da consumare, ma anche nel modo di vestire, di abitare, di impegnarsi in attività pratiche o in arti utili, nonché nella condotta morale, fornisce una concreta possibilità di allungare considerevolmente la propria esistenza.

L’adozione di uno stile di vita sobrio è qui esplicitamente concepito come uno strumento per perseguire ciò a cui tutti ambiscono: vivere il più a lungo possibile. Considerata sotto questo aspetto la sobrietà non sembra possedere un fine eticamente molto elevato, dal momento che Alvise Cornaro l’adotta quando sente che la sua vita materiale sta per terminare e ricorre ad essa soltanto per vivere più a lungo, riuscendovi. Ma gli esempi di sobrietà nella Storia non mancano… Da San Girolamo, prototipo della rinuncia, agli abiti e alla vita monastica. Dalla Temperanza introdotta come virtù cardinale da San Tommaso d’Aquino, alle sue rappresentazioni pittoriche in artisti come Giotto e Paolo Veronese. Dalle diete e i vizi culinari del filosofo tedesco Walter Benjamin, alla cucina degli avanzi. Passando per la sobrietà degli abiti della working class ottocentesca, la ”mise” di Napoleone durante la campagna d’Italia, giudicata da un sarto nostrano, le sedie rustiche di un asceta della pittura come Van Gogh. Per arrivare fino alla modernità, al design, alla nuova idea di artigianato. Sempre rigorosamente sobri.

Così come è necessario il coraggio della felicità, ci vuole anche il coraggio della sobrietà”, così disse Papa Francesco nel messaggio in occasione della XXIX Giornata mondiale della gioventù.

La sobrietà, infatti, non è solo una limitazione più o meno volontaria dei beni terreni, che pure è necessaria se non si vuole distruggere il mondo, ma è uno stile di vita, improntato sulla  semplicità e sul rispetto verso gli altri. 

La sobrietà non è virtù che riguarda unicamente i beni e le ricchezze; è virtù che tocca l'interezza dell'anima e della vita, quella personale, quella civile. Si potrebbe dire che essa abita la terra del «piccolo», è il credere che i tesori sono nascosti nello spazio dei «piccoli», e crederlo testardamente, a dispetto di una numerosa razza di odierni «scavatori», che persiste a cercare tesori altrove, presso i grandi, all'ombra dei potenti, tra trono e altare” come sostiene Marcello Farina, sacerdote filosofo.

La sobrietà aiuta a costruire la giustizia, perché decide e sceglie secondo un’equa misura ed è rispettosa dei diritti e soprattutto dei doveri che si hanno verso il prossimo. 

Chi agisce con sobrietà (versione aggiornata della virtù cardinale della temperanza) non è smodato, eccessivo, ingordo, sregolato, ma si gode la sua semplicità in tutto, perché sa ridurre, recuperare, riciclare, riparare, ricominciare.

“La smania del nuovo”, invece, è quella che spinge a voler ricercare qualcosa che non si sa che cosa sia, a non accontentarsi mai di quello che si ha già, a non godere fermamente delle cose fatte. Tutto ciò contiene i semi dell’infelicità e rende estremamente complesso il vivere quotidiano. Anche il continuo bombardamento sensoriale, che la società dei consumi effettua rende dipendenti dalle novità.

D’altra parte, il volere più di quello che si ha è un’esigenza legittima dell’essere umano, laddove essa è fonte di un miglioramento della qualità della vita. La trappola scatta quando si desidera di più senza godere appieno di quello che nel frattempo si è raggiunto. In tal senso Cristopher Carlson, scrittore svedese, osserva che “…Se pensi che di più sia meglio, non sarai mai soddisfatto… ricordati che anche se ottieni quello a cui stai pensando, non sarai più soddisfatto di prima, perché continuerai a desiderare sempre di più…”.

Alla luce di ciò, il nostro benessere passa attraverso una riscoperta della sobrietà e della semplicità, che consentono di apprezzare quello che si è, quello che si ha e quello che si fa. Si scopre così nella frugalità l’origine delle propria grandezza. 

“Temo un uomo dal discorso frugale. temo che egli sia grande…” (Peter Dickinson, 1996).


Alberto Leoni

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