Le coppie di ieri e di oggi
Ci aspettavamo la solita risposta.
Che oggi ci si lascia più facilmente. Che ci sono i social. Che manca l’impegno.
Invece ci ha detto una cosa che non avevamo mai sentito: “Le coppie di quarant’anni fa non erano più unite. Erano solo più costrette a restare. Quelle di oggi non sono più fragili. Sono solo più libere di ammettere quando qualcosa non funziona.”
Ci ha spiegato che per decenni la psicologia sociale ha confuso due cose molto diverse: la durata di una relazione e la sua salute. Una coppia che resta insieme cinquant’anni non è, per questo, una coppia felice. È stata una coppia in cui almeno uno dei due, spesso entrambi, non aveva l’opzione economica, sociale o culturale di andarsene.
Il sociologo Andrew Cherlin, in The Marriage-Go-Round del 2009, ha descritto questo passaggio con una frase che è diventata un riferimento. Nel Novecento il matrimonio era un contenitore dentro cui si costruiva una vita. Oggi è un premio che si celebra quando la vita è già costruita.
Non è che ci amiamo meno.
È che l’amore non regge più il peso di dover essere anche sopravvivenza economica, ruolo sociale, unica forma legittima di famiglia.
Lo psicologo Eli Finkel, in The All-or-Nothing Marriage del 2017, lo ha portato a un livello ancora più preciso. Chiediamo alle relazioni di oggi cose che le relazioni di quarant’anni fa non si sognavano nemmeno. Realizzazione personale. Crescita reciproca. Complicità intellettuale. Passione che dura. Amicizia profonda. Sostegno emotivo continuo.
I nostri nonni avevano un patto. Noi abbiamo un ideale.
E gli ideali, per definizione, deludono più spesso dei patti.
Il problema non è che le coppie di oggi sono peggiori.
È che chiediamo loro di essere tutto quello che una volta ci davano dieci relazioni diverse.
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