Il silenzio dei cimiteri e la distrazione dei vivi


Oggi, 2 novembre, la Chiesa ci invita a sostare. 

Non a fare, non a dire, ma a sostare. 

È la Commemorazione di tutti i defunti, eppure sembra che il frastuono della vita abbia coperto persino la voce della memoria. I cimiteri si svuotano, le tombe si impolverano, e nei cuori si fa più difficile il ricordo. Eppure, come scriveva sant’Agostino, “non sono morti coloro che vivono in Dio”. Se dimentichiamo i nostri defunti, non è solo la memoria che muore, ma la fede stessa che si indebolisce.

La Scrittura ci insegna che la morte non è un confine, ma una soglia. “Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore” (Rm 14,8). Paolo non parla della morte come di una fine, ma come di un’appartenenza: anche nel morire, restiamo nel Signore. Ecco perché prenderci cura dei defunti, pregare per loro, ricordarli con affetto e con fede, è un atto di comunione. È la Chiesa che continua a respirare, unendo la terra e il cielo in un unico respiro.

Karl Rahner diceva che “la morte è l’atto con cui l’uomo consegna definitivamente se stesso a Dio”. È un atto di fiducia radicale, il compimento della libertà. Ma se la morte è un affidamento, allora la memoria è la risposta dell’amore: è dire a chi ci ha preceduto che non è caduto nel nulla, che la sua vita non è stata vana.

Oggi invece la morte fa paura. Non si nomina, si nasconde, si sterilizza. È diventata un argomento scomodo, come se parlare della fine potesse farci perdere qualcosa. 

Eppure, come ricordava Dietrich Bonhoeffer, “solo chi è pronto a morire, è capace di vivere”. Chi ha il coraggio di guardare la morte, impara ad abitare la vita con profondità, a non sprecarla in cose futili, a riconoscere ciò che resta.

Il 2 novembre non è un giorno di malinconia, ma di verità. È l’occasione per riconoscere che siamo Pellegrini, che la nostra vita è un passaggio, e che la speranza cristiana non è un sogno di immortalità, ma la certezza di un incontro.

Nella luce quieta di questo giorno, le tombe ci insegnano a non essere distratti: ogni nome inciso nella pietra racconta una storia di amore, di lotta, di grazia. Ogni fiore deposto è una preghiera che dice: “Tu non sei scomparso, sei solo passato oltre.”

Forse dovremmo tornare più spesso ai cimiteri, non per culto del passato, ma per imparare la sobrietà del vivere. Perché solo chi ricorda i morti, impara davvero a custodire i vivi.


Don Salvatore Abagnale

Commenti

  1. Grazie Carla per questa bellissima riflessione🙏

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  2. Parole sagge cara da mettere in memoria

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