Rimarcare
"Dopo tutto quello che ho fatto per te..." è una frase tossica, non tanto per il contenuto letterale, ma per il peso emotivo che si porta dietro, è un ricatto emotivo sottile, una richiesta implicita di riconoscimento e di restituzione.
Non è una semplice osservazione, è un modo per far sentire l’altro in debito. Dietro c’è l’idea che l'amore, la disponibilità, l’aiuto, siano una merce di scambio.
La verità è che tutto ciò che facciamo, ogni nostra azione, anche la più “altruistica” e sincera, ha una componente egoistica. Non si fa mai niente del tutto “per niente”. Aiutiamo per sentirci utili, amabili, per costruire (o mantenere) un'immagine di noi stessi in cui ci riconosciamo come “buone persone”, disponibili e indispensabili.
E non c’è nulla di male in questo, finché non diventa una moneta di scambio affettiva, o uno strumento per legare qualcuno a noi attraverso il senso di colpa.
Viviamo in una società che, purtroppo, ha idealizzato il sacrificio, annullarsi per l’altro è visto come il massimo atto d’amore. Ma annullarsi non è amare, non può mai essere amare perché significa cancellarsi. E chi si cancella, spesso lo fa sperando (consapevolmente o no) che prima o poi l’altro lo ricambi, lo ripaghi e lo riconosca. Ma l’altro non può colmare un vuoto che noi stessi abbiamo creato togliendoci valore.
Perché sì, donare è un gesto bellissimo ma solo finché non ci svuota. Finché non ci annulla. Perché ciò che si dona davvero, non si rinfaccia. E se lo facciamo per essere visti, riconosciuti e ricambiati... non è un dono. È una strategia (magari inconscia), travestita da generosità.
E questo dovrebbe farci riflettere molto, quante volte aiutiamo davvero l’altro, e quante invece cerchiamo approvazione, affetto e conferme? Fa male ammetterlo, lo so, ma è il primo passo verso relazioni più sane. Relazioni dove si dà per scelta e non per paura. Dove si ama senza dover pagare il prezzo del silenzio, della colpa e del “ti devo qualcosa”. Solo da lì nasce qualcosa di vero. Riflettiamoci.
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