Vera o falsa? Comunque il suo messaggio é molto valido


Non so quanto sia vera questa storia. Forse è una leggenda nata sul web, forse alcuni dettagli sono stati trasformati dal tempo e dalla fantasia. Ma ci sono storie che, anche quando non possiamo verificarne fino in fondo la verità, riescono comunque a consegnarci una verità più grande.

Questa parla di un polpo.

Per mesi, una telecamera di sorveglianza cittadina avrebbe ripreso qualcosa di apparentemente inspiegabile. Ogni notte, esattamente alle 2:17, un polpo usciva da un tombino vicino al lungomare. Attraversava lentamente la strada deserta, senza allontanarsi mai troppo. Non entrava negli edifici, non cercava cibo. Si dirigeva sempre verso una piccola area commemorativa ricoperta di fiori. Arrivato lì, rimaneva fermo per alcuni minuti. Poi tornava indietro e scompariva nuovamente nel tombino.

All’inizio nessuno capiva. I filmati sembravano così assurdi da far pensare a un falso. I biologi marini erano perplessi. La vicenda arrivò persino nei telegiornali locali. Perché un polpo avrebbe dovuto lasciare ogni notte il mare per raggiungere quel luogo? La risposta arrivò quando un anziano pescatore riconobbe quella piccola area commemorativa. Era stata dedicata, anni prima, a un giovane soccorritore marino che aveva trascorso la sua vita a salvare animali feriti. Secondo il racconto dei pescatori del luogo, un giorno quell’uomo aveva trovato un piccolo polpo intrappolato in una rete. Lo aveva liberato, curato e custodito fino a quando l’animale non era stato abbastanza forte da poter tornare in mare. Poi, come accade con tante cose della vita, di quell’animale non si seppe più nulla. Fino a quei filmati. Alcuni ricercatori, incuriositi, decisero di seguire il polpo durante una delle sue visite notturne. E sotto i fiori della commemorazione trovarono una piccola targhetta di metallo, ormai arrugginita, appartenuta all’attrezzatura del soccorritore. Il polpo vi si avvicinava e la toccava delicatamente con un tentacolo. Poi se ne andava. Notte dopo notte. Anno dopo anno.

Non so se sia realmente accaduto. Ma mentre leggevo questa storia ho pensato che, forse, il punto non è capire se un polpo possa ricordare così a lungo un gesto di bontà. Il punto è chiederci se noi sappiamo ancora ricordare il bene che abbiamo ricevuto. Perché questa è una cosa che, talvolta, gli uomini sanno fare peggio degli animali.

Ricordiamo facilmente chi ci ha ferito, molto meno chi ci ha guarito. Conserviamo nella memoria le parole che ci hanno fatto male e lasciamo sbiadire quelle che ci hanno restituito coraggio. Sappiamo raccontare con precisione ciò che ci è stato negato, ma dimentichiamo con sorprendente facilità tutto ciò che ci è stato donato. La riconoscenza, invece, è la memoria del bene. È la capacità di tornare, almeno con il cuore, là dove qualcuno ci ha fatto del bene. Perché nessuno di noi è arrivato fin qui da solo.

Ci sono stati uomini e donne che, in momenti diversi della nostra vita, ci hanno trovato impigliati nelle nostre reti. Qualcuno ci ha liberato. Qualcuno ci ha raccolto quando eravamo feriti. Qualcuno ha avuto pazienza con noi quando noi non ne avevamo più con noi stessi. Qualcuno ha creduto nella nostra possibilità di tornare a respirare quando noi avevamo già smesso di crederci. E forse molte di queste persone non sanno neppure quanto siano state importanti. Alcune sono lontane. Altre non ci sono più. Altre ancora sono semplicemente passate nella nostra vita senza sapere di aver lasciato una traccia. La riconoscenza ci chiede di non permettere che quella traccia venga cancellata.

San Tommaso d’Aquino, parlando della gratitudine, ci ricorda che il bene ricevuto non è qualcosa che possiamo semplicemente consumare e dimenticare: esso genera una relazione, una responsabilità, una risposta. Perché quando riconosco di aver ricevuto un dono, riconosco anche che la mia vita è stata abitata dalla gratuità di qualcun altro. E allora cambia persino il modo di guardare la nostra storia. La domanda non è più soltanto: «Che cosa mi è mancato?» Diventa: «Quanto ho ricevuto?» Non soltanto: «Chi mi ha deluso? Ma anche: «Chi mi ha sostenuto?» Non soltanto: «Perché nessuno mi ha aiutato?» Ma: «Quante volte qualcuno mi ha aiutato senza che io me ne accorgessi abbastanza?»

Forse la maturità spirituale comincia proprio quando smettiamo di considerare tutto come dovuto. Quando impariamo a passare dalla pretesa alla gratitudine. Dal diritto al dono. Dal possesso alla meraviglia. San Paolo pone una domanda che dovrebbe accompagnare ogni nostra giornata: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1Cor 4,7). È una domanda disarmante. Che cosa possiedo che non mi sia stato donato? La vita. La fede. Le persone che amo. Gli incontri che mi hanno cambiato. Le mani che mi hanno sostenuto. Le parole che mi hanno consolato. Le occasioni che mi sono state offerte.

I perdoni che ho ricevuto. Le volte in cui qualcuno ha avuto ancora fiducia in me quando io non ne avevo più. Tutto, in fondo, porta il segno di un dono. E allora forse dovremmo imparare anche noi a tornare, ogni tanto, davanti alle nostre piccole «targhette arrugginite». A quei luoghi interiori dove è rimasta la memoria di qualcuno che ci ha voluto bene. A quelle persone che hanno lasciato un segno. A quelle mani che ci hanno liberato dalle reti nelle quali eravamo rimasti impigliati. E fermarci. Non per chiedere. Non per ottenere. Semplicemente per dire: «Grazie. Io non ho dimenticato».

Forse è questa una delle forme più belle della riconoscenza: non poter restituire ciò che abbiamo ricevuto, ma lasciare che quel bene ricevuto continui a vivere attraverso di noi. Perché il vero modo di ringraziare chi ci ha salvato dalle nostre reti è diventare, a nostra volta, capaci di liberare qualcun altro. E allora, vera o no che sia la storia di quel piccolo polpo, mi piace pensare che ogni tanto dovremmo imparare da lui. Tornare. Fermarci. Ricordare. E toccare con delicatezza la memoria del bene ricevuto. Perché ci sono debiti che non si pagano restituendo qualcosa. Si pagano non dimenticando. E forse, alla fine, la riconoscenza è proprio questo: ricordarsi di essere stati salvati.


Don Salvatore Abagnale

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