Storiella con morale

 


Pensavo di andare solo a cena. Poi una frase di mio padre mi ha fermato.

Sono entrato nel solito cortile mentre si accendeva la luce del portico. Quella luce gialla, sempre uguale, che cade sul cemento crepato e sfiora il cofano della macchina vecchia parcheggiata sotto l’albero. Per me ha sempre voluto dire una cosa sola: essere a casa.

Mia madre è uscita prima che bussassi. Grembiule sporco di farina, viso acceso dal calore del forno.

—La cena è pronta.

Lo ha detto con la stessa voce di quando tornavo dagli allenamenti, con le ginocchia sbucciate e i calzini sporchi.

L’odore mi ha avvolto subito. Il suo pasticcio di pollo, quello delle domeniche. Non lo mangiavo da anni, ma è bastato un attimo per tornare indietro.

La cucina di sempre.

I piatti diversi tra loro.

I bicchieri di plastica.

La risata di mio padre.

E quella sensazione che il tempo fosse infinito.

Mio padre stava apparecchiando. Capelli ormai quasi bianchi, pochi. Le spalle un po’ piegate. Ma quando si è avvicinato per abbracciarmi, la stretta era la stessa di sempre.

Ci siamo seduti. Abbiamo mangiato, parlato, riso. Mi hanno chiesto del lavoro, del traffico, della casa. Io li guardavo. Mia madre che masticava più piano. Mio padre che ogni tanto si fermava a respirare.

E dentro sentivo qualcosa tirare: il tempo li stava cambiando.

Eppure, per un’ora, tutto è rimasto uguale. L’orologio sul muro, la radio bassa, mia madre che mi serviva ancora un po’. Mio padre con la solita battuta che conoscevo a memoria.

Quando è stato il momento di andare, li ho abbracciati. Ho detto che sarei tornato presto. Ma dentro sapevo che quel “presto” non è mai garantito.

Ho sceso i gradini, con le chiavi in mano.

Poi ho sentito la sua voce.

—Guida piano e fammi sapere quando arrivi.

Mi sono fermato.

Le stesse parole di quando avevo sedici anni.

Le stesse di quando sono partito per l’università.

Le stesse di ogni volta che uscivo da quel cortile.

Mi sono girato.

Mia madre sulla porta.

Mio padre appoggiato allo stipite.

Mi guardavano come se fossi ancora il loro bambino.

E lì ho capito.

Ero così concentrato su quanto stanno invecchiando, su quello che il tempo toglie… che non vedevo quello che resta.

Mi sostengono ancora.

Non come prima, con la forza di una volta.

Non con gesti grandi.

Ma con parole semplici.

Con attenzione.

Con presenza.

Mi sono seduto in macchina e sono rimasto lì fermo.

Perché so che arriverà un giorno in cui quella frase non la sentirò più.

Quando la luce del portico si accenderà, ma la porta resterà chiusa.

Durante il ritorno continuavo a sentirla.

“Guida piano. E fammi sapere quando arrivi.”

Una frase detta mille volte.

Quella sera aveva un peso diverso.

Ho pianto.

Non per tristezza.

Perché erano ancora lì.

Quella notte ho deciso di tornare più spesso. Non per dovere. Per scelta. Restare un po’ di più, ascoltare meglio, dire le cose senza rimandare.

Sedermi a quel tavolo finché posso.


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