Ma lei, quando è in ferie, pensa a noi?


Qualche volta me lo chiedono scherzando, prima di salutarci.

E io magari rispondo: “Certo. Ormai conosco tutte le puntate, vorrò pure sapere come continua”.

Ci ridiamo su, come spesso accade in terapia quando dentro una domanda apparentemente leggera c’è anche qualcosa che leggero non è affatto.

Le ferie per me sono preziose, necessarie e rigeneranti.

Il mio è un lavoro che mi assorbe molto. Quando sono in seduta, io sono davvero lì. 

È faticoso come tanti altri lavori, con una particolarità: lo strumento attraverso cui lavoro sono anche io. La mia mente, la mia sensibilità, la capacità di essere presente e di fare spazio dentro di me alla vita dell’altro.

Per questo, dopo molti mesi, sento il bisogno di ossigenarmi, di riempirmi di paesaggi nuovi, risate, libri, silenzio, natura e cose leggere. Di lasciare depositare ciò che ho ascoltato, un po’ come un filtro che ogni tanto va pulito per poter tornare a fare bene il proprio lavoro.

Non parto pensando: “Finalmente per un po’ non dovrò più occuparmi di loro”.

I miei pazienti non sono una pila di pratiche da chiudere in un cassetto fino a settembre. E io ho bisogno di riposare proprio perché voglio tornare a seguirli con la stessa partecipazione, lo stesso interesse e lo stesso affetto sincero. Perché voglio avere di nuovo spazio dentro di me per accogliere tutto ciò che porteranno.

So che questa pausa fa bene anche a loro. Anche se non tutti, quando glielo dico, mostrano immediatamente il mio stesso entusiasmo. E ci sta.

Fa bene sperimentarsi fuori dalla stanza della terapia. Accorgersi di quante cose costruite insieme ormai sono diventate proprie. Provare a tenere per mano da soli il proprio bambino interiore quando ha paura, sapendo che la terapeuta continua a esistere anche quando per qualche settimana non è seduta lì davanti.

E poi fa bene ritrovarsi. Riprendere il filo, portare ciò di cui si avrà voglia di parlare e guardare insieme che cosa è accaduto in quel tempo. Dove si è riusciti a fare qualcosa di nuovo, dove si è tornati a perdersi e dove, magari senza neanche rendersene conto, ci si è trattati finalmente con un po’ più di cura.

Nel frattempo io li penso.

Penso a chi sta vivendo qualcosa di bello, qualcosa che aspettava da tanto, e mi auguro che riesca finalmente a goderselo senza che la paura arrivi subito a portargliene via un pezzo. Che ne faccia una scorpacciata, che si riempia gli occhi e il cuore, sapendo che poi ci sarà di nuovo il nostro spazio, in cui potremo ritrovarci e parlarne insieme.

Penso a chi sta attraversando qualcosa di doloroso e spero che, nei momenti più difficili, riesca a trattarsi con un po’ della cura che tante volte abbiamo provato a costruire insieme. Che non si chieda di stare bene prima del tempo e non aggiunga alla propria fatica anche la pretesa di non sentirla.

Penso a chi ha bisogno di scoprire che può farcela, che gli strumenti ormai li ha anche se continua a cercarli soltanto nelle mie parole. E penso a chi, invece, deve imparare che per una volta può non fare tutto da solo, che può chiedere una mano prima di arrivare allo stremo e che scrivermi, se ne ha davvero bisogno, non farà crollare rovinosamente l’intero impianto delle mie ferie.

Per questo, prima di salutarci, a qualcuno dico: “Mi raccomando, non si lasci solo. Tenga sempre il suo bambino per mano”.

A qualcun altro ripeto: “Se ha bisogno mi scriva”. Magari lo dico anche due volte, perché so che potrebbe passare tre giorni a chiedersi se sia il caso, altri due a scrivere e cancellare il messaggio e poi concludere che, a quel punto, tanto vale aspettare settembre.

Non dico a tutti la stessa cosa perché conosco la storia di ciascuno, il punto in cui si trova e il passo che sta provando a fare. So se in quel momento la cura passa dal provare a fidarsi un po’ di più di sé oppure dal concedersi finalmente di chiedere aiuto. In entrambi i casi, il punto è imparare a non lasciarsi soli.

E quando li penso, non è mai un pensiero generico, un “chissà come staranno”. 

Penso proprio a quella persona e so che cosa le sto augurando. Conosco il momento di vita preciso che sta attraversando, quanto le è costato arrivare fin lì e che cosa potrebbe avere bisogno di ricordare proprio adesso.

È un pensiero affettuoso, carezzevole. Quello che si ha per qualcuno a cui si tiene e al quale si augura del bene. Il suo bene, quello che in quel momento può avere un significato soltanto per lui.

Io ai miei pazienti voglio bene davvero.

Lo so che la terapia è il mio lavoro, che esiste un onorario, che i ruoli sono diversi e che questa non è un’amicizia. Tutto vero e giustissimo. Il fatto che sia una relazione professionale non rende meno autentico l’affetto che può nascere dentro quella relazione.

Non credo si possa stare così vicini alla vita di una persona, conoscerne le ferite, le paure, gli sforzi e le speranze e poi considerarla soltanto qualcuno con cui si ha un appuntamento fissato in agenda.

So anche che non tutti, facendo terapia, si sono sentiti pensati in questo modo. Qualcuno può aver incontrato un terapeuta più distante o essersi sentito dimenticato appena uscito dalla stanza. Io posso parlare del modo in cui vivo questa professione e so di non essere l’unica a viverla così.

L’affetto che provo per i miei pazienti è difficile da spiegare a chi immagina la terapia come un incontro freddo tra un professionista e qualcuno che gli espone un problema. Ha confini precisi, necessari e fondamentali. E proprio dentro quei confini può esserci qualcosa di profondamente sincero.

Così, se durante questa pausa qualcuno di loro dovesse domandarsi se ogni tanto lo penso, la risposta è sì.

Con quella tenerezza discreta con cui si pensa a qualcuno di cui conosciamo la fatica e al quale auguriamo, anche da lontano, di riuscire a tenersi per mano proprio nei giorni in cui non possiamo farlo insieme.


D.ssa V. Scoppio

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