Il ritmo lento


Una delle cose che amo di più delle vacanze è il ritmo lento.

Eppure, se penso alle vacanze che mi fanno stare davvero bene, mi accorgo che dentro di me convivono due bisogni quasi opposti e che per sentirmi davvero nutrita ho bisogno di dare spazio a entrambi.

Da una parte c’è il viaggio, soprattutto d’estate. Quella fame di vedere, conoscere, scoprire la bellezza del mondo, che sia a pochi passi da casa o molto più lontano. Mi piace entrare per qualche giorno in una realtà diversa dalla mia, sentire altri odori, assaggiare altri sapori, osservare abitudini, paesaggi e modi di vivere, tornando a casa con gli occhi pieni e con la sensazione di aver aggiunto un pezzetto di mondo dentro di me.

Questa curiosità ha molto a che fare anche con il lavoro che faccio. Ogni giorno entro in contatto con storie e vite che non sono la mia e mi affaccio su altri modi di sentire, pensare, amare, soffrire e stare nelle relazioni. È anche per questo che mi affascina così tanto viaggiare: conoscere ciò che è diverso da me, entrare per un po’ in altri mondi, allargare lo sguardo e scoprire qualcosa che fino a quel momento non conoscevo mi nutre profondamente.

E quando viaggio, in realtà, lenta lo sono pochissimo.

Parto proprio con una tabella di marcia. Mi preparo il programma, mi segno tutto quello che voglio vedere, comprese le cose più piccole. Se scopro che in una strada c’è una facciata particolare, un cortile nascosto, un negozio curioso o perfino una maniglia che voglio fotografare, quella cosa finisce nel programma.

Sveglia presto, vedere questo, poi quello, provare quel cibo, cercare quel posto, fare quella strada e vivere quell’esperienza.

Quando sono in viaggio divento davvero affamata di tutto. Affamata di non perdermi neanche un pezzetto.

Sono capace di camminare anche quindici chilometri in una giornata pur di vedere tutto quello che avevo immaginato di vedere, e torno da quei viaggi piena, grata, felice, con mille immagini, diecimila fotografie e diecimila sensazioni addosso. Ma anche stanchissima.

E non credo che per me avrebbe senso snaturare il viaggio per renderlo più lento, perché perderei una parte importante di quello che sono. Io sono anche quella che vuole vedere tutto, cercare il dettaglio, infilarsi nella stradina, trovare quella cosa minuscola che aveva segnato giorni prima e tornare a casa sapendo di essersela goduta fino in fondo.

Poi però c’è un bisogno completamente diverso, che per molto tempo ho saputo ascoltare molto meno: quello di rallentare davvero. Di avere davanti del tempo che non deve necessariamente servire a qualcosa.

Per molto tempo, quando finalmente avevo un po’ di tempo libero, mi veniva quasi spontaneo pensare a tutto quello che avrei potuto farci. Approfondire quel libro di studio che durante l’anno rimaneva sempre lì, riorganizzare finalmente casa, sistemare tutte quelle cose rimandate per mesi e portarmi avanti con quello per cui normalmente il tempo non bastava mai.

Era come se anche il tempo libero dovesse comunque essere utilizzato bene, con addosso perfino un po’ di senso di colpa all’idea di sprecarlo. Una specie di bonus che avrei potuto sfruttare per recuperare tutte quelle cose che durante l’anno non trovavo mai il tempo di fare.

E contemporaneamente sentivo una grande indolenza nel farle e mi veniva da pensare: ma se si chiama vacanza, perché devo usare questo tempo per fare proprio quelle cose che durante l’anno non ho voglia di fare, solo perché adesso ho qualche ora in più?

Negli anni ho imparato a concedermi anche altro. Stare un’ora a sorseggiare un caffè con la testa vuota, guardando il mare, un prato, le persone che passano o anche semplicemente la libreria di casa mia, lasciando vagare i pensieri senza una direzione precisa.

Starmene sdraiata nel letto, a fissare il soffitto e sapere che posso restarci quanto voglio, perché non c’è una sveglia che suona e niente che mi costringa ad alzarmi di corsa.

Prendere un romanzo leggero, uno di quelli che mi fanno compagnia, che mi coccolano e diventano quasi un amico con cui ho proprio piacere di stare, e poter leggere senza fretta, senza dover rubare mezz’ora tra un impegno e l’altro o smettere perché si è fatto tardi e domani c’è la sveglia.

E magari quella grande riorganizzazione di casa che avevo immaginato di fare resta esattamente dov’era. La guardo e penso che la farò un altro giorno, in un altro momento.

La mia parte severa e bacchettona, a dire il vero, non è sempre molto d’accordo. Ogni tanto la immagino alzare il sopracciglio e gli occhi al cielo con un certo disappunto, come a ricordarmi tutto quello che avrei potuto fare. Negli anni, però, ho imparato a conoscere anche lei e soprattutto a non darle troppo potere.

La cosa bella è che oggi riesco a godermi quel tempo senza sentirmi in colpa.

Anzi, sento gratitudine per il fatto di averlo e soprattutto per aver imparato finalmente a starci dentro. Perché cambia proprio il modo in cui sto al mondo.

Nel viaggio posso camminare quindici chilometri senza pensarci troppo, salire, scendere, cercare, fotografare e avere ancora voglia di vedere un’altra cosa.

Nella modalità lenta, invece, a volte anche fare i quattro passi dalla cucina al salotto mi sembra una specie di traversata su Giove. 

E la cosa buffa è che sto bene in entrambe. In una sento energia, curiosità, fame, movimento e desiderio di riempirmi.

Nell’altra sento il bisogno di fare pochissimo, muovermi piano, lasciare che il tempo si allarghi e non chiedermi continuamente cosa devo fare dopo.

Quando manca la fretta cambiano sapore persino le cose più normali: lavare i piatti, fare una lavatrice, stendere il bucato e andare a fare la spesa. Fatte con calma, senza avere continuamente la sensazione di essere in ritardo sulla giornata, diventano incredibilmente più leggere, e oserei dire anche quasi piacevoli.

Amo poter dormire più a lungo e, una volta sveglia, restare ancora un po’ nel letto semplicemente perché posso. Amo fare colazione con una lentezza quasi esagerata, concedermi un riposino dopo pranzo, che continuo a sostenere dovrebbe diventare una regola aurea per tutto l’anno ascoltare i rumori della natura, stare anche un po’ in silenzio e lasciare che i pensieri vadano per conto loro.

Sono tempi dilatati nei quali sento che corpo e mente si nutrono in un modo diverso.

E mi colpisce pensare che tante volte abbiamo bisogno di chiamare “vacanza” proprio questo: il permesso di avere un ritmo più umano, più vicino a quello di cui in quel momento abbiamo bisogno.

Io credo di aver trovato il mio equilibrio quando ho smesso di chiedermi quale delle mie due parti mi rappresentasse di più e ho cominciato semplicemente ad ascoltarle entrambe.

C’è quella curiosa, affamata di mondo, che vuole vedere, sapere, conoscere, vivere e sperimentare, che vuole riempirsi gli occhi e tornare a casa sentendo di avere dentro qualcosa che prima non c’era.

E poi c’è quella che ha bisogno di silenzio, di lentezza, di pochi stimoli, di un libro che mi faccia stare bene, di un caffè che può durare un’ora, di una lunga dormita e di un pomeriggio in cui non succede praticamente niente.

La prima l’ho sempre conosciuta bene. La seconda ho dovuto imparare ad ascoltarla, perché per molto tempo stare ferma mi sembrava quasi uno spreco e ogni spazio vuoto diventava immediatamente qualcosa da riempire.

Adesso quel vuoto lo vivo in modo completamente diverso. Non lo sento più come un tempo nel quale manca qualcosa.

Lo sento come un tempo che può riempirsi di me, del mio ritmo, dei miei pensieri, del silenzio di cui magari avevo bisogno senza nemmeno essermene accorta, di una cosa fatta con calma e del piacere di non avere niente da rincorrere.

È uno spazio in cui posso sentire meglio come sto, cosa mi va, cosa mi nutre e di cosa invece, almeno per quel giorno, posso tranquillamente fare a meno.

E credo che sia proprio questo uno dei regali più belli che mi sono fatta negli anni: imparare che anche un tempo apparentemente vuoto può essere pienissimo, se dentro finalmente ci siamo noi.

C’è chi, come me, ha bisogno di entrambe le cose: della fame di mondo e del tempo lento. Chi sta bene soprattutto nel movimento, nelle cose da vedere e nelle esperienze da vivere, e chi sente di essere davvero in vacanza solo quando può fermarsi, rallentare e lasciare finalmente un po’ di spazio vuoto nelle giornate.

A voi cosa dà davvero la sensazione di essere in vacanza?


D.ssa V. Scoppio

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