El cocòn
[Gianni Spagnolo©26H10]
Dalle nostre bande, gli anni Sessanta dello scorso secolo, hanno per così dire rappresentato lo spartiacque fra il mondo vecchio e quello nuovo.
Per così dire: eravamo già follemente immersi nell'incipiente progresso, ma sussistevano ancora abitudini e mode che appartenevano al passato. Soprattutto negli anziani, che preferirono abbandonare metaforicamente questa valle mantenendo fino alla fine le loro abitudini, i loro stili di vita e la loro lingua madre.
Ciò si rifletteva anche nell'aspetto: vestiti e acconciature su tutto.
Per gli uomini l'acconciatura dipendeva più dal testosterone che dalla volontà, per cui imperava il riporto alla bersagliera e bastava il baschetto o il cappello a far da monumento ai caduti. Nelle donne l'acconciatura dei capelli denotava immediatamente a quale mondo si appartenesse. Per loro dominava il fazzoletto da testa, rigorosamente nero e annodato sulla nuca per le più anziane, più lezioso e variopinto per quelle di mezza età. Le pulzelle erano proiettate invece già sulla nuova epoca e lì non c'era storia.
L'emblema delle nostre nonne, come la penna per gli Alpini, era el cocòn!
Tutte le nostre vece, nessuna esclusa, portavano i capelli con la crocchia sulla nuca, cioè col cocòn. Possiamo dire che il cocòn sia stata l'acconciatura universalmente adottata dalle donne che tiravano al bianchìn dall'Unità d'Italia fin quasi ai giorni nostri. Qualche cocòn si vede ancora, ma si chiama chignon ed è tutt'altra cosa. O almeno così dev'essere, perché a chiamarlo cocòn scatterebbe una denuncia per diffamazione.
Cocòn, in Veneto, era anche chiamato il grosso tappo situato al centro delle botti, immortalato nella nota metafora: "tegnér dala spina e spánder dal cocòn", a significare una persona poco avveduta nel gestire le proprie risorse. Anche il verbo "incoconarse" richiamava il riempirsi oltremisura. Cocòn nel senso di crocchia di capelli raccolta sulla nuca, deriva perciò dalla similitudine col tappo sporgente della botte, che in italiano si chiama "cocchiume".
El cocòn era comodo, facile da farsi e fermare con delle semplici forcine o pettinini di osso e, soprattutto, molto pratico nella la vita di tutti i giorni. Un po' come la coda di cavallo che s'impose ai nostri tempi, ma lì la differenza la fece l'elastico che prima non c'era. Inoltre, il cocòn era congeniale al fazzoletto da testa, che s'incastrava a pennello. Possiamo dire che il cocòn stava alle gonne sotto il ginocchio e al Novecento come le treccine a corona stavano ai cotolùni e all'Ottocento.
C'era infatti un'acconciatura alternativa al cocòn, un po' più elaborata, leziosa ed antica, che prevedeva che due piccole trecce di capelli facessero da corona alle testa invece d'essere raggruppate sulla nuca. Un tempo questa pettinatura era prerogativa delle ragazze da marito, ma poi si mantenne nelle donne più anziane e tipicamente quelle della montagna, dove le novità s'imponevano con maggior lentezza. Ne sono emblema le pettinature tipiche rimaste nei costumi delle valli tirolesi, dove la tradizione è sostenuta anche da elaborate forme di vestiario legate alle particolarità culturali, storiche ed economiche di quei luoghi.
Portavano ancora queste treccine varie nostre nonne dei tempi belli, e allora molte donne di Luserna o Castelletto. Erano gli ultimi retaggi d'una moda che resisteva nel tempo, ma a me pareva conferisse un'aura più elegante al viso e anche al portamento. Il cocòn lo trovavo banale e che desse al viso un'informe rotondità.

Eravamo “ricchi” senza sapere di esserlo… ricchi di tutto, nella nostra Valle , non ci mancava niente…ora??
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