El brìscolo
Era forse il divertimento più
diffuso ed accessibile, così che ce l’avevano un po’ tutti nelle pertinenze di casa.
Complice la sua semplicità e versatilità in termini di struttura e materiali, ma
soprattutto la giocosa ebbrezza che provocava. Non mancavano certo le travi a
cui appenderlo. Intel bàito, intela téda, soto al portego e, ovviamente, sugli alberi. Erano parecchie le strutture che si
prestavano all’installazione di questo semplice attrezzo, per il quale
bastavano du sogàti e on toco de tola.
E vanti a briscolàrse!
Ne esistevano di tanti tipi e
misure, di brìscoli, fatti con i materiali più disparati e non sempre adattati
alla corporatura degli scapestrati utilizzatori, che spesso eccedevano l’età in
cui briscolàrse liberamente era ancora tollerato.
Il mio brìscolo era appeso nel sottoscala prima e nel bàito poi, così non disturbava nessuno. Ce l’aveva costruito mio papà con
la sua consueta maestrìa e marchio CE ante litteram, per cui era fatto con una
confortevole tavola di faggio levigato, appesa con due catenelle a due sogàti avvolti
sulla trave del soffitto. Lo spazio d’azione era piuttosto limitato e non
consentiva quei pazzi angoli d’elevazione che raggiungeva qualcuno di quelli sospesi alle capriate delle téde.
Da strumento di divertimento, il brìscolo poteva però diventare anche mezzo di tortura e prevaricazione da parte della bociarìa più anziana. Bastava che qualcuno si sostituisse al lanciatore amico, per palleggiarti sempre più in alto scatenando autentiche crisi di panico e pianti. Scendere non potevi, l’altezza inebriava e l’unica salvezza era abbarbicarsi disperatamente alle corde, sperando che l’esperienza finisse in pressa, così come l'impeto degli sghignazzanti aguzzini. Io ne avevo il terrore, perché l’eccessivo dondolamento mi causava giramenti di testa e conati di vomito.
Per non parlare degli avvitamenti, particolarmente temuti nei briscoli dalle corde lunghe, dei quali era imprevedibile e improbabile l'esito felice. Consisteva nell'afferrare di soppiatto il sedile col malcapitato e farlo girare repentinamente in modo da intorcolàre le corde e imprigionare il briscolante, per poi rilasciarlo di botto quando non si riusciva più a girarlo. Si liberava così la forza elastica delle sòghe torte che facevano roteare vorticosamente l'appeso, il quale finiva spesso a terra con la testa fra le nuvole e qualche bella botta. Era l'inevitabile naja che toccava ai più giovani.
Il peggio capitava però al Simitero
Vecio dei Chéca, dove avevano installato da poco delle moderne giostrine, ossia il girello e le gondole di ferro. Queste erano proprio indistruttibili e si prestavano perciò all’utilizzo più fantasioso e sfrenato. Nelle gondole ci si poteva stare addirittura in quattro di piccoli, su sedili opposti. Guai però capitarci sopra se nelle vicinanze c’era
qualche tépa più vecchia o malvagia di te: la tortura tua era assicurata, così come il
divertimento loro.
Le gondole di ferro non erano tecnicamente
un brìscolo, più un dòndolo. La differenza non l’ho mai capita, ma ne
ho ben sperimentato la dinamica. Mettendosi in coppia in piedi sulle spalliere opposte, con le mani
appese ai ferri di sospensione, si poteva imprimere alla giostra una spinta e
velocità tale da fargli raggiungere il suo asse e così frullare
impunemente i poveri malcapitati che vi sedevano dentro; massima le tose!
Cuanti xighi, sbéchi, urli, pianti ... e
gòmiti!

Sei unico a riportarci in quei tempi...
RispondiEliminaGera el tempo de le sarese (o cirese ?)
RispondiEliminanoi la chiamavamo sinsolera.
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