La piantaggine
Il suo nome deriva dal latino plantago, che richiama la "pianta" del piede. Non solo perché la forma delle sue foglie ricorda la sagoma di un'impronta, ma perché sembra nascere proprio dove l'uomo e gli animali camminano. Più la si calpesta, più le sue radici resistenti si ancorano al suolo. È la compagna di strada per eccellenza. Quando durante una passeggiata estiva ci si sbuccia un ginocchio o si viene punti da una vespa o da un'ortica, basta masticare o strofinare una foglia di piantaggine sulla pelle per sentire quasi all'istante il fresco del suo potere lenitivo.
Per secoli, prima dell'avvento delle farmacie, la piantaggine è stata la regina incontrastata della medicina contadina e dell'erboristeria esoterica.
Quando i colonizzatori europei sbarcarono in America del Nord, portarono con loro incontaminati semi di piantaggine attaccati al fango degli stivali e alle ruote dei carri. La pianta iniziò a germogliare ovunque passassero i bianchi, al punto che i Nativi Americani la ribattezzarono "l'impronta dell'uomo bianco". Notarono subito che dove arrivava la pianta arrivavano anche i nuovi insediamenti. Impararono rapidamente ad usarla per curare le ferite da freccia e i morsi di serpente.
I pellegrini del Medioevo infilavano foglie di piantaggine nelle scarpe prima di intraprendere lunghi viaggi. Credevano che la pianta prevenisse le vesciche e la stanchezza ai piedi e, allo stesso tempo, agisse come un amuleto magico capace di proteggerli dai morsi dei serpenti, dalle aggressioni e per evitare di smarrirsi lungo strade sconosciute.
Nella tradizione contadina, la piantaggine era legata all'elemento della terra. Si credeva che avesse il potere di "estrarre" il male dai corpi, proprio come estrae il veleno dalle punture d'insetto. I guaritori di campagna la usavano nei rituali di purificazione, stendendo le sue lunghe foglie sulla fronte di chi soffriva di febbri perniciose o di malocchio, convinti che la foglia assorbisse la negatività prosciugandosi al posto del malato.
La casetta in campagna

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