L'occidente che si vergogna di esistere
Ci sono civiltà che vengono distrutte dai nemici.
E poi ci sono civiltà che iniziano a morire quando smettono di credere in sé stesse.
Joseph Ratzinger lo aveva capito molto prima di tanti altri. Quando parlava dell’Europa, non descriveva soltanto una crisi politica o economica. Descriveva qualcosa di molto più profondo: una crisi spirituale, identitaria, quasi psicologica. Un continente stanco, incapace di riconoscere la propria grandezza, convinto che la propria storia sia soltanto un elenco di colpe.
Ratzinger usò un’espressione fortissima: “odio di sé dell’Occidente”.
Ed è esattamente ciò che vediamo oggi.
L’Europa contemporanea sembra aver perso il coraggio di difendere la propria civiltà. Quando parla della propria storia, riesce a vedere quasi soltanto colonialismo, guerre, discriminazioni, oppressioni. Tutto vero, certo. Ma una civiltà che osserva sé stessa esclusivamente attraverso il filtro della colpa è una civiltà che si prepara lentamente alla dissoluzione.
Perché l’Occidente non è stato soltanto questo.
L’Occidente è Atene, Roma, il cristianesimo, Dante, Michelangelo, Shakespeare, Bach, Leonardo da Vinci. È il diritto romano, le università medievali, la scienza moderna, la libertà individuale, la separazione tra potere religioso e politico, l’idea stessa di dignità della persona umana.
Eppure oggi sembra quasi proibito ricordarlo.
Ci hanno insegnato a diffidare della nostra identità. A considerare ogni forma di orgoglio culturale come qualcosa di sospetto. A credere che difendere la propria civiltà significhi automaticamente odiare quella degli altri.
Così l’Europa ha iniziato lentamente a disarmarsi da sola.
Prima culturalmente.
Poi spiritualmente.
Infine demograficamente.
Ed è dentro questo vuoto che si è inserita la grande sfida del nostro tempo: l’immigrazione islamica di massa e l’avanzata dell’islamismo radicale.
Per decenni le élite europee hanno raccontato che il multiculturalismo sarebbe stato automaticamente una ricchezza. Che tutte le culture fossero perfettamente compatibili. Che identità, tradizioni e religioni potessero convivere senza tensioni semplicemente grazie alla tolleranza.
Ma Ratzinger aveva intuito il punto decisivo: il multiculturalismo può esistere soltanto se esiste ancora una civiltà consapevole di sé stessa.
Una società che non sa più chi è non integra nessuno. Si dissolve.
E infatti oggi vediamo un’Europa sempre più insicura, sempre più frammentata, sempre più incapace di trasmettere i propri valori alle nuove generazioni. Quartieri interi delle grandi città europee stanno cambiando volto. Crescono comunità islamiche che spesso non desiderano integrarsi, ma ricreare modelli culturali separati da quelli occidentali. In molte realtà europee avanzano radicalismo religioso, tensioni identitarie e ostilità verso i principi laici occidentali.
Ma guai a dirlo apertamente.
Perché il vero dogma europeo contemporaneo non è più la verità: è il senso di colpa.
E così ogni tentativo di affrontare il problema viene immediatamente soffocato sotto accuse rituali: razzismo, xenofobia, islamofobia. Il dibattito si blocca ancora prima di iniziare. Le parole diventano proibite. La realtà viene anestetizzata dal linguaggio.
Nel frattempo, però, la realtà continua ad avanzare.
L’islamismo radicale non nasce dal vuoto. Nasce anche dalla debolezza di un’Europa che ha smesso di credere nella propria superiorità culturale e spirituale. Una civiltà forte può dialogare. Una civiltà svuotata può soltanto arretrare.
Ed è questo il cuore del pensiero di Ratzinger.
Il rispetto verso gli altri popoli non richiede l’autodistruzione. L’apertura non richiede il suicidio culturale. La tolleranza non significa rinunciare alla propria identità.
Anzi: soltanto chi possiede radici profonde può davvero confrontarsi con il mondo senza paura.
Una civiltà che cancella i propri simboli, rinnega la propria storia, ridicolizza la propria religione e considera ogni tradizione un peso da abbattere diventa inevitabilmente fragile. E le civiltà fragili finiscono sempre per essere dominate da culture più forti, più giovani o semplicemente più convinte di sé stesse.
Per questo le parole di Ratzinger oggi suonano quasi profetiche.
L’Europa non rischia soltanto di perdere sicurezza o stabilità. Rischia di perdere la propria anima.
E una civiltà senza anima è soltanto un territorio in attesa di nuovi padroni.

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