Essere visti, capiti e amati
Per tanti anni ho creduto che se una persona si sente davvero vista, capita e amata, prima o poi qualcosa dentro di lei si sciolga e smetta di dover tenere tutto sotto controllo, di proteggersi da ogni possibile ferita e si conceda finalmente di essere autentica.
Non è una cosa che ho imparato all'università. La pensavo molto prima di studiare psicologia. L'ho sempre pensata.
Forse perché sono una di quelle persone che, davanti ad un comportamento difficile, tende spontaneamente a chiedersi cosa ci sia sotto. Se qualcuno si arrabbia, si chiude, diventa freddo, aggressivo o distante, il mio primo pensiero raramente è stato: "Che persona antipatica". Mi viene molto più naturale chiedermi che cosa stia succedendo dentro quella persona, quale ferita stia cercando di proteggere, quale dolore stia cercando di non sentire.
Per molto tempo ho creduto che bastasse questo. Che se ami abbastanza, comprendi abbastanza, resti abbastanza, prima o poi l'altro si sentirà al sicuro e abbasserà le difese.
Poi la vita mi ha amaramente insegnato che le cose non funzionano sempre così. Perché gli esseri umani non si organizzano soltanto intorno all'amore. Molto più spesso si organizzano intorno alle difese. E le difese, per quanto a volte ci facciano soffrire, non sono il nemico. Sono il modo che una persona ha trovato per sopravvivere.
Ci sono persone che, per sensibilità, per storia personale o semplicemente perché il dolore le ha costrette a farlo, hanno imparato a guardarsi dentro, ad interrogarsi, a mettere in discussione i propri comportamenti, a chiedersi perché reagiscono in un certo modo, perché alcune cose le feriscono così tanto, perché continuano a ripetere gli stessi schemi.
E poi ci sono persone che hanno imparato a fare il contrario: a minimizzare, a razionalizzare, a dire che va tutto bene, a spiegarsi tutto con la logica, a vedere il nemico fuori e a non chiedersi cosa succede dentro.
Non credo che sia una questione di sensibilità o di profondità d'animo. Credo che ognuno trovi il proprio modo di sopravvivere al dolore. C'è chi, ad un certo punto della vita, è stato costretto a fermarsi e guardarlo in faccia e chi, per motivi che spesso nemmeno conosce fino in fondo, ha imparato ad andare avanti tenendolo a distanza, semplicemente perché quella è stata la strategia che gli ha permesso di restare in piedi.
Il problema è che spesso due persone possono volersi sinceramente bene, essere marito e moglie, genitore e figlio, amici da una vita, e continuare comunque a non capirsi davvero fino in fondo. Perché ciò che per una appare evidente, per l'altra semplicemente non esiste.
Una vede collegamenti ovunque, vede come una ferita dell'infanzia possa continuare a influenzare una relazione adulta, come dietro una rabbia possa nascondersi paura, come dietro una chiusura possa esserci dolore, come dietro una rigidità possa esserci una difesa.
L'altra persona, invece, vede ciò che è successo, i fatti, le parole dette, i comportamenti, le conseguenze, e spesso considera tutto il resto una complicazione inutile.
Nessuna delle due necessariamente ha torto. Nessuna delle due vuole fare del male all'altra. Eppure entrambe escono da quella conversazione sentendosi non comprese. Perché, semplicemente e dolorosamente, osservano la stessa realtà da profondità diverse.
È un po' come se entrambe stessero parlando di acqua. A volte è come se una persona stesse parlando degli abissi dell'oceano e l'altra della quantità d'acqua contenuta in una tazzina da caffè.
Attenzione: entrambe stanno parlando di acqua.
Solo che una ha imparato a conoscere gli abissi dell'oceano, le correnti profonde, le zone buie, i fondali che non si vedono dalla superficie. L'altra vede comunque l'acqua, ma in una forma più contenuta, più semplice e più immediata.
Non perché sia meno intelligente o meno sensibile, semplicemente perché la sua esperienza le ha insegnato a fermarsi altrove.
E allora capita che una persona continui a chiedersi: "Come fai a non vederlo?", mentre l'altra, sinceramente, non capisce nemmeno che cosa dovrebbe vedere.
È lì che spesso nasce quella strana solitudine che si può provare perfino accanto alle persone che amiamo di più. Perché non si tratta di sentirsi non amati, molto più spesso si tratta di sentirsi non visti nella propria sensibilità. E sono due cose molto diverse.
È il figlio che, dopo l'ennesima discussione, avrebbe solo bisogno di sentirsi dire: "Mi dispiace se ti ho ferito", e invece si ritrova davanti un genitore convinto di avere semplicemente fatto il proprio dovere.
È il partner che cerca di spiegare un dolore antico e si sente rispondere con una soluzione pratica.
È l'amico che trova il coraggio di raccontare una propria fragilità e si sente dire: "Dai, non pensarci".
È la persona che prova a raccontare quanto una situazione l'abbia fatta soffrire e si sente rispondere: "Sì, però adesso basta, vai avanti".
E ogni volta la sensazione è la stessa. "Ma come fai a non accorgertene?"
Come fai a non vedere che dietro la mia rabbia c'è tristezza? Come fai a non vedere che dietro certi miei modi bruschi c'è una ferita? Come fai a non vedere che dietro alcune discussioni non c'è il bisogno di avere ragione, ma il desiderio disperato di sentirsi importanti per qualcuno?
E allora si insiste, si spiega, si argomenta, si torna sullo stesso discorso dieci volte, si cercano parole sempre nuove. Non necessariamente perché si voglia convincere l'altro. Spesso perché si spera che, finalmente, l'altro riesca a vedere quello che per noi è così evidente.
Eppure, col tempo, ho capito una cosa che continuo a trovare molto triste ma molto vera. Ci sono persone che ci vogliono bene e che, nonostante questo, non riusciranno mai a raggiungerci in certi luoghi interiori. Non perché non lo desiderino, non perché siano cattive, non perché non tengano a noi. E questa, almeno per me, è stata una delle consapevolezze più difficili da accettare.
Perché per molto tempo ho pensato che il problema fosse trovare le parole giuste, spiegarmi meglio, raccontarmi meglio, essere più chiara, più paziente e più comprensiva.
Pensavo che, se fossi riuscita a farmi capire davvero, l'altro prima o poi sarebbe arrivato dove ero io. Poi ho capito che non sempre funziona così.
Perché ci sono luoghi interiori in cui non si arriva per amore, per buona volontà o per intelligenza. Ci si arriva perché la vita, in qualche modo, ci ha portati lì, perché abbiamo avuto bisogno di farlo, perché ad un certo punto siamo stati costretti a scendere.
E quando hai passato anni ad esplorare certe profondità, a guardare in faccia le tue ferite, a interrogarti sui tuoi meccanismi, sulle tue paure e sulle tue contraddizioni, finisci quasi per dimenticare che non tutti hanno fatto lo stesso viaggio.
È un po' come avere delle bombole d'ossigeno che ti permettono di scendere sott'acqua molto più in profondità. Dopo un po' ti abitui a quel paesaggio, ti abitui alle correnti, al buio, alla pressione, ti abitui perfino a orientarti lì sotto. E allora ti viene naturale pensare che anche chi ami possa raggiungerti. Ma non sempre è così. E non perché l'altro non ci voglia bene, non perché non ci provi o perché non gli importi.
Semplicemente perché non ha le stesse bombole.
E chiedergli di scendere fino a dove siamo noi, a volte, è come chiedergli di andare in apnea ad una profondità per cui non è attrezzato. Non può restarci a lungo, va in sofferenza, si spaventa, risale, oppure cambia discorso, si difende o si arrabbia.
Proprio qui nasce uno degli equivoci spesso più dolorosi delle relazioni. Perché chi è in profondità vive quella risalita come disinteresse, superficialità o mancanza d'amore. Chi invece è in superficie vive quella richiesta continua di scendere come una pressione, una pretesa o una critica. E così entrambe le persone soffrono, pur volendosi bene.
Credo che una parte della maturità consista anche nell'imparare a riconoscere questo limite senza trasformarlo automaticamente in una condanna. Perché il fatto che qualcuno non riesca a raggiungerci in certi luoghi non significa necessariamente che non ci ami. Significa, più semplicemente e più tristemente, che quello è il punto fino a cui oggi riesce ad arrivare.
Lo so, fa male accorgersi che esistono parti di noi che alcune persone, persino quelle che amiamo di più, forse non comprenderanno mai fino in fondo. È un piccolo lutto, un lutto silenzioso.
Perché una parte di noi continua a pensare che, se fossimo davvero importanti, se fossimo davvero amati, allora l'altro troverebbe il modo di arrivare fin lì. E invece, a volte, la verità è più semplice e più dolorosa: non tutto ciò che non viene visto nasce dalla mancanza d'amore.
Esistono persone che ci ameranno sinceramente senza riuscire a comprenderci completamente. Non perché non ci tengano, ma perché alcuni luoghi, dentro di loro, non li hanno mai attraversati.
Questo non cancella il dolore, ma può aiutarci a smettere di scambiarlo automaticamente per mancanza d'amore. Riflettiamoci.
D.ssa V. Scoppio

Difficile.. ma vero
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