Persone "penose"
Ci sono persone che, a dirlo senza girarci troppo intorno, risultano penose. Eh no, non nel senso della compassione, non nel senso che ci fanno tenerezza. Nel senso che qualcosa, nel loro modo di stare al mondo, stona profondamente.
E questa cosa, spesso, ci mette anche a disagio dirla. Perché siamo abituati a pensare che dietro ogni comportamento ci sia una ferita, una storia, un perché. Ed è vero. C’è quasi sempre.
Ma capire, non significa giustificare tutto.
Ci sono modi di stare nelle relazioni che non sono solo fragili, sono “semplicemente” poveri. Poveri di responsabilità, poveri di rispetto e poveri di consapevolezza.
Persone che manipolano e poi si dipingono come vittime. Che feriscono e poi si offendono se glielo fai notare. Che chiedono attenzione senza mai offrirne. Che entrano nelle vite degli altri senza delicatezza, senza misura e senza nessuna cura.
E allora sì, a volte quella sensazione che proviamo è proprio quella: “questa cosa è penosa”. Non tanto la persona in sé. Ma il modo in cui sceglie (o non sceglie) di esserci nel mondo e nelle relazioni.
Perché ad un certo punto della vita non possiamo più spiegare tutto con il passato. Il passato ci influenza, sì. Ma non ci assolve per sempre.
C’è un momento, di crescita intima e silenziosa, in cui diventiamo responsabili di come trattiamo gli altri, di come gestiamo le nostre fragilità, di quanto lavoriamo su di noi invece di usarci come alibi.
Perché la vera differenza sta qui: tra chi, pur con le sue fatiche, prova a mettersi sempre in discussione… e chi resta fermo, ma pretende comunque spazio, comprensione e indulgenza.
Quello che chiamiamo “penoso”, a volte, è proprio questo blocco. Questa rigidità emotiva, questo non vedere e non voler vedere mai il proprio pezzo, la propria responsabilità.
Dobbiamo pensarci seriamente, perché questo discorso riguarda gli altri, ma diventa prezioso anche riferito a noi. Riflettiamo su quante volte tolleriamo dinamiche che ci fanno stare male perché “in fondo poverino”. Su quante volte confondiamo l’empatia con il sopportare tutto a qualunque prezzo.
Perché l’empatia sana non è chiudere gli occhi. È vedere bene. E, quando serve, sapersi anche allontanare. Senza odio né rancore, ma con dolorosa lucidità.
Perché non tutto ciò che ha una ferita merita accesso illimitato alla nostra vita. E non tutto ciò che comprendiamo, dobbiamo per forza tenercelo vicino, perché spesso la forma più matura di rispetto, verso di noi e anche verso l’altro, è smettere di giustificare ciò che continua a farci male.
E imparare a chiamare le cose con il loro nome, anche quando quel nome è molto sgradevole.
D.ssa V. Scoppio

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