Sentimento e Meraviglia
[Gianni Spagnolo©26G26]
Le recenti cronache danno ribalta a qualche comportamento criminale degli adolescenti, inducendo l’adozione di misure restrittive circa l'età punibile. La cosa un po' mi spiazza. Oggi, in cui uno viene chiamato “ragazzo” non più fino alla pubertà, ma ormai fino alla prostatite, parlare di irresponsabilità sotto i 18 anni mi sa tanto d'ipocrisia.
In altri tempi, a 18 anni uno poteva esser già padre di famiglia e aver lavorato per metà della sua età. Ciò era dettato dallo stato di necessità, dalla vita più breve e precaria e dalle consuetudini; cose che fortunatamente abbiamo superato, ma è evidente che la responsabilità prescinde da riferimenti meramente anagrafici.
Il ritrovamento di Gesù al Tempio è un episodio narrato nel Vangelo di Luca (2,41-50) e costituisce il quinto mistero gaudioso del Rosario. Rappresenta Gesù dodicenne che si intrattenne nel tempio di Gerusalemme con i dottori della Legge, all'insaputa dei genitori che lo ritrovarono dopo tre giorni.
Vabbé, … Gesù era Gesù, direte!
Eh no, ciò! Si trattava dell'usanza ebraica di celebrare il rito di passaggio del Bar mitzvah per i tredicenni, considerata l'età in cui un ebreo avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di aderire ai precetti. All'età di 13 anni cominciava infatti l'obbligo di osservare i comandamenti; il ragazzo che aveva superato quest'età veniva chiamato Bar 'onshin, ossia responsabile delle proprie azioni.
Dalle bande nostre, che pur ebrei non siamo, vigevano regole analoghe. Nella nostra parlata non esisteva la parola “responsabilità”, c’era però un concetto simile, ma più esteso, che si chiamava “sentimento”. Bisognava sempre avere “sentimento”. Uno con poco sentimento el jera on poro gramo!
Le cose andavano fatte con sentimento; ogni cosa richiedeva sentimento. Cosa fosse questo sentimento non ci era subito evidente, ma lo imparavamo seduta stante quando venivamo rimproverati dagli adulti. Accadeva quando stavamo in bociarìa e succedeva qualche misfatto. Allora, il più vecchio di noi veniva ripreso così: A me dao maraveja de ti, che te dovarissi ver pì sentimento. L’età, anche se non precisamente definita, comportava responsabilità. Accadeva spesso anche fra fratelli, dove il maggiore era tenuto, d’ufficio, ad avere “pì sentimento”, ad essere responsabile dei più giovani. L’età in cui si cominciava ad avere sentimento non era precisa, dipendeva un po’ dalle circostanze, ma, come presso gli Alpini, era l’anzianità relativa a far grado.
A me dao maraveja de ti! Era un giudizio lapidario che ti richiamava immediatamente alle tue responsabilità e ti bruciava l'autostima.
La cosa peggiore che potesse capitare ad una ragazza da marito, era di sposare uno “de poco sentimento”. Non si trattava allora d’un concetto romantico, ma molto più concreto: correvi dietro ad un insulso. Aver "poco sentimento" era paragonabile al “no aver voja de laorare” nella graduatoria delle qualità maritali e morali.
“Sentimento”, infatti, come tante parole della nostra parlata mutuate tardivamente dall’italiano, non significava solo responsabilità, ma anche intelligenza, saper stare al mondo, voglia di fare, probità morale.
Ecco, anche nella nostra epoca ci vorrebbe un po’ più di sentimento, ma anche qualcuno che sappia richiamare tempestivamente all’ordine, che sappia dire: A me dao maraveja de ti!

"Sentimento" nella sua etimologia, dal.latino antico indicava " percepire con i sensi, giudicare, avere percezione, quindi rimandava ad un sentire concreto. Solo più tardi, in italiano, il termine ha assunto il significato legato alle emozioni. Ma forse, in una società che aveva bisogno di concretezza per sopravvivere, anche il sentimento era funzionale, e tutti, fin da principio, dovevano far " andar bene" le cose. Causare danni o creare problemi di natura sociale o economica era un disagio per le famiglie. A. sartori
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