Se è vero purtroppo...!!!


A volte si comincia con un cucchiaino di gelato. Doveva essere solo uno. Poi diventano due. Poi ci ritroviamo con la vaschetta in mano. Oppure prendiamo un pezzetto di pane mentre prepariamo la cena, un grissino passando dalla cucina, un biscotto mentre stiamo vedendo un film. Tanto è solo uno. Poi ne prendiamo un altro. E un altro ancora. Quando ci fermiamo, ci accorgiamo che è finito un altro pacco. Quella che doveva essere una piccola eccezione è diventata un'altra abbuffata.

Il senso di colpa arriva quasi subito. "Non dovevo farlo". "Possibile che non riesca mai a controllarmi?". "Da domani basta davvero".

E così finiamo per convincerci di aver deluso, ancora una volta, la persona con cui sarà più difficile fare pace: noi stessi.

Ci eravamo ripromessi che questa volta sarebbe andata diversamente. Avevamo fatto la spesa con tutte le buone intenzioni, deciso che saremmo stati più attenti e convinti che questa sarebbe stata la volta buona. Eppure quasi mai ci fermiamo a guardare quello che è successo prima di arrivare a quel momento.

Si parla di dieta, di quantità, di orari, di quello che andrebbe eliminato dalla dispensa. Si parla molto meno della fatica che precede quel momento. Di tutto quello che abbiamo cercato di sopportare durante la giornata, delle emozioni che abbiamo messo da parte, delle richieste a cui abbiamo risposto, della rabbia che abbiamo trattenuto e di quella sensazione di essere arrivati a sera senza avere più nulla da dare, svuotati e straniti.

Da qualche parte, però, tutta quella fatica deve trovare un'uscita. Per alcune persone succede proprio con il cibo.

In quel momento mangiare ci dà una tregua. Per pochi minuti ci distrae, ci consola, ci fa sentire qualcosa di piacevole e ci permette di smettere di pensare a tutto quello che abbiamo tenuto insieme fino a quel momento. Quello che ci fa stare male rimane lì, ma riusciamo a sentirlo un po' meno, come se lo addormentassimo.

Il nostro cervello registra anche questo. Registra che, in mezzo alla stanchezza, alla solitudine o alla tristezza, quella strada ha dato un sollievo immediato. La volta successiva tenderà a riproporcela.

Poi il sollievo passa e ricominciano i rimproveri.

Più ci sentiamo in colpa, più aumenta il malessere. Più aumenta il malessere, più cresce il bisogno di trovare qualcosa che ci faccia stare meglio. E il cibo, ancora una volta, diventa la risposta più vicina e più veloce. Così ci ritroviamo ogni volta nello stesso punto. Mangiamo per stare un po' meglio, poi stiamo peggio proprio per aver mangiato e quel nuovo malessere ci riporta ancora una volta verso il cibo.

Per questo seguire una dieta può diventare molto difficile anche quando è stata preparata bene ed è adatta alle nostre esigenze. La dieta si occupa di cosa mangiamo, di quanto ne mangiamo e di quando lo mangiamo. Se il cibo, però, ha assunto anche il compito di consolarci, accompagnare la solitudine, riempire un vuoto o concederci l'unico momento di tregua della giornata, lavorare soltanto sull'aspetto pratico lascia fuori una parte enorme della storia.

Il rapporto con il cibo ha spesso radici molto lontane e profonde. Fin da piccoli si lega alla cura, alla presenza, alla protezione e al sentirsi accolti. Nel corso della vita può diventare anche un modo per affrontare emozioni che facciamo fatica a riconoscere, a contenere o a esprimere.

Per questo non basta aprire il frigorifero o la dispensa, buttare tutto ciò che consideriamo sbagliato e prometterci che da lunedì saremo persone diverse e finalmente disciplinate.

Serve capire che cosa succede dentro di noi prima di arrivare lì. Serve conoscere la funzione che quel cibo ha assunto nella nostra storia e il bisogno che, in quel momento, stiamo cercando di soddisfare.

La psicoterapia può aiutare proprio in questo lavoro profondo di comprensione. Un lavoro che permette, poco alla volta, di smettere di guardarci soltanto come persone senza volontà e di riconoscere quanta fatica c'è stata dietro quel comportamento.

Perché dietro ogni "Non dovevo farlo" carico di vergogna e amarezza, c'è spesso una Persona che si è già rimproverata abbastanza e che avrebbe bisogno, finalmente, di capire che cosa le succede, imparando a guardarsi con più comprensione e gentilezza e a riconoscere tutte le fatiche che si ritrova ad affrontare.


D.ssa V. Scoppio

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