Mezzogiorno d'estate

 



Il caldo del mese di giugno era arrivato, la scuola era ormai terminata e si percepiva nell’aria quel sapore di vacanza e di libertà che rallegrava ogni animo. 

Nei prati il canto delle cicale si sentiva forte e il fieno, ormai maturo, attendeva di essere falciato. Ora, durante le vacanze estive, i tanti bambini e ragazzi del paese, avevano a disposizione più tempo per divertirsi con i giochi semplici di quegli anni che, conditi con tanta fantasia, riuscivano a tenerli impegnati per tutto il giorno; erano padroni indisturbati dei vari luoghi del paese, dei corsi d’acqua o dei prati e dei boschi. Ma a un’ora precisa, uno stuolo di bambini e ragazzi si radunava sul sagrato della chiesa e paziente, chiacchierando allegramente e saltando i paracarri, attendeva…  Aspettava cosa? E chi?

Dalla parte alta del paese, arrivava camminando lentamente una donna, tutta vestita di nero: gonna, maglia e fazzoletto in testa legato dietro; in una mano teneva ben salda una grossa chiave per aprire la porta del campanile e suonare la campana del mezzogiorno: era da tutti conosciuta come la Cia ( Marangoni Lucia  “Enne” 1908-1987). 

Tutti le si facevano intorno accompagnandola fin sulla porta, cercando a “urtòni” di prendersi i primi posti. Lei sorrideva girando la chiave nella toppa; entrata, prendeva in mano la grossa fune e suonava la campana che avvisava a tutto il paese, che era mezzogiorno in punto. Dentro il campanile c’era fresco e si stava proprio bene, ma alcuni rimanevano fuori della porta perché lo spazio non era molto grande. Tutti i ragazzini stavano a testa in su, aspettando che i rintocchi fossero finiti e ad un cenno della Cia, a turno si attaccavano stretti alla fune e salivano fin sotto il soffitto del primo vano della costruzione. Due giri, poi ci si staccava e si lasciava il posto a un altro, affinché tutti potessero divertirsi; questo gioco era quasi come salire in una giostra e, cosa importante, era gratis!  Succedeva però, che qualche furbetto restasse attaccato più del dovuto e allora la Cia, lo prendeva per le gambe  e senza tante storie, lo costringeva a mollare la presa. Non tutti potevano salire perché eravamo in tanti, ma sapevamo che chi non era riuscito in quel momento, sarebbe stato il primo del giorno dopo perché la campanara si ricordava bene chi era salito e chi no. Se qualcuno, il giorno dopo faceva il furbo, le parole della Cia non ammettevano repliche: - Fermo là! Ti te si stà ieri! - 

E così, per tutti i lunghi giorni delle vacanze estive, il divertimento tanto atteso era quello di ogni mezzogiorno che era fatto di semplici cose: la Cia, la campana, la sòga.  

Nel bollettino Parrocchiale STELLA  ALPINA dell’agosto 1973 c’era scritto questo avviso: “Le campane! Mai come in questi giorni si è guardato al campanile… Il nostro paesello, abituato a misurare il tempo e il lavoro al suono delle campane, sente più di altri il silenzio delle campane che si apprestano a riprendere il loro lavoro… elettronicamente, senza bisogno di nessuno. Tra qualche giorno saranno ultimati i lavori della Ditta Fagan di Marola (VI). 

Un particolare grazie alla nostra solerte campanara Lucia e a tutti i campanari che in varie occasioni hanno tirato le corde! D’ora in poi tutto funzionerà automaticamente per tutta la settimana”. 

Poi nei successivi bollettini sono riportate le varie offerte dei parrocchiani che hanno aiutato a sostenere questa spesa non indifferente. Ai nostri giorni, dove per far funzionare qualcosa basta premere un interruttore, attaccarsi alla corda delle campane per salire su e giù, può sembrare una cosa di poco conto, ma per noi allora era un gioco meraviglioso! 

Il ricordo di quella donna vestita di nero (come tante donne del tempo)  è però rimasto nei miei pensieri di bambina e quando ci penso, non posso che ringraziare la Cia per averci fatto vivere momenti pieni di avventura e allegria.

Lucia Marangoni (Dàmari)

16/6/2026


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