L'attacco di panico
E poi arriva quella sensazione assurda, difficile da spiegare: la paura pura, il terrore, come se stessimo per morire, impazzire o perdere il controllo completamente.
Un attacco di panico è questo. E no, non è “solo ansia”. Non è una cosa che si supera con un po’ di volontà o “distraendosi”.
Quando succede, sembra che il corpo e la mente vadano in tilt. Ma la cosa più disorientante è che, spesso, non c’è un motivo evidente. Succede e basta.
E poi ci resta addosso una paura sottile: quella che possa succedere di nuovo. Magari in mezzo alla gente, al lavoro, in un posto da cui non possiamo “scappare”. E così si comincia a evitare, a controllare tutto, a chiudersi e a soffrire.
Ma cosa si prova davvero quando si vive un attacco di panico?
Più che sintomi fisici (che ci sono, e sono anche tanti), è un’esperienza emotiva molto profonda. Ci si sente persi, scollegati da noi stessi e dal mondo. Come se non fossimo davvero lì. Come se stesse per succedere qualcosa di brutto e noi non potessimo farci niente, come uno spettatore pietrificato davanti alla catastrofe.
A volte ci sembra di uscire dal nostro corpo, di non riconoscere quello che stiamo vivendo. Sono i meccanismi di difesa della depersonalizzazione e della derealizzazione. Succede spesso durante un attacco di panico. E fa ancora più paura.
Dopo, ci sentiamo esausti, vuoti, magari anche in colpa o in imbarazzo. Perché ci diciamo: “Ma perché mi succede? Cosa c’è che non va in me?”, “Sono matto o rischio di diventarlo?”.
E invece non c’è niente di rotto, difettoso o di matto in noi. Il nostro corpo sta solo cercando di proteggerci, ma in un modo un po’ maldestro e disorganizzato. Come un allarme che suona anche se non c’è nessun incendio. Il panico non è altro che un messaggero del corpo esausto e della mente esaurita. È una manifestazione estrema del nostro sistema nervoso che cerca disperatamente di proteggerci.
Cosa si può fare? Come si può cominciare a stare meglio?
Non esiste una formula magica e non succede tutto in un giorno. È un percorso di cura e di comprensione che richiede tempo e pazienza.
Ma ci sono cose che si possono imparare, piccoli strumenti concreti che, applicati con costanza, possono davvero fare la differenza.
🌺 Ricominciamo dal respiro
Durante un attacco, il respiro diventa corto e veloce ed è proprio questo che fa salire ancora di più la paura. Imparare a respirare con calma è come dire al corpo: “Va tutto bene, puoi rilassarti”.
Un piccolo e semplice esercizio di respirazione che vi suggerisco e che potete provare consiste in:
• Inspira lentamente dal naso contando fino a 4.
• Trattieni il respiro per 2 secondi.
• Espira lentamente dalla bocca per 6 secondi.
Ripeti. Anche solo per un minuto.
A volte può bastare per far scendere un po’ l’ondata del panico.
🌺 Diamo un nome a ciò che ci succede
“Ok, questo è un attacco di panico. Lo riconosco. L’ho già vissuto. Passerà.”
Può sembrare banale, ma nominare l’esperienza aiuta a non farsi travolgere. Anche se il panico fa paura, ricordarci che non siamo in pericolo reale può ridarci un minimo di controllo.
🌺 Ritorniamo nel presente, nel nostro corpo
Il panico ci porta via, ci fa sentire fluttuanti, fuori fase. Un modo per ancorarci è usare i sensi.
• Toccare qualcosa di solido, un tavolo, un oggetto in tasca.
• Guardare 5 cose intorno a noi. Poi notare 4 suoni. Poi 3 cose che stiamo toccando…
• Camminare lentamente, concentrandoci sui passi.
Sono piccoli gesti, ma aiutano a tornare nel qui e ora.
🌺 Parliamone con qualcuno (quando ci sentiamo pronti)
Tenersi tutto dentro alimenta la solitudine e la vergogna. Ma parlare, anche solo con una persona, può alleggerire il peso. Ci fa sentire meno soli. E poi, nominare le cose le rende meno spaventose.
Scriviamo un diario, una lettera a noi stessi o anche semplici frasi per scaricare l’ansia. Ai miei pazienti lo consiglio sempre e lo trovano molto utile. In terapia si lavora spesso anche partendo da quegli scritti.
🌺 E se serve, chiediamo aiuto
Le tecniche che vi ho descritto possono essere molto utili. Servono ad attraversare l’attacco, a sentirci meno in balia di quello che sta succedendo. Ma, da sole, non bastano. Spesso è necessario un lavoro più profondo.
È un po’ come asciugare il pavimento mentre il soffitto continua a perdere acqua. Possiamo limitare il danno, ma se non capiamo da dove arriva quella perdita, prima o poi l’acqua tornerà. In terapia andiamo proprio a cercare da dove arriva quella perdita, a capire perché il nostro sistema nervoso, a un certo punto della nostra vita, ha sentito il bisogno di lanciare un allarme così potente.
Lo so che vivete il panico come un compagno indesiderato e sgradevole, una specie di nemico che salta fuori all’improvviso e vi rovina la giornata e, a volte, anche la vita. Vi fa sentire deboli, in pericolo. Alcune volte potrete sentirvi difettosi, rotti, sbagliati e, se in certi momenti vi sembra di impazzire o di non farcela più, è normale che quello che sto per dirvi vi sembri quasi una follia.
Il panico, via via che lo ascoltiamo, lo accogliamo e lo comprendiamo, mostra il suo vero volto. Scopriamo così che non è il nemico che abbiamo sempre immaginato e che può diventare un nostro alleato.
Quando iniziamo davvero ad ascoltare quel messaggio, l’allarme non ha più bisogno di urlare. È lì che iniziamo a capire quali sono i nostri trigger interiori (quegli stimoli che riattivano esperienze traumatiche del passato), quali ferite continuano a fare male, quali emozioni abbiamo imparato a tenere chiuse e quali pensieri automatici continuano ad alimentare il panico.
Per questo mi piacerebbe chiedere a chi, dopo un percorso, è riuscito a comprendere meglio i propri attacchi di panico e ha imparato a conoscerli e a gestirli, se si ritrova in quello che ho scritto. Credo che la vostra esperienza possa essere l’incoraggiamento più bello per chi oggi è ancora immerso nel panico fino al collo e si sente completamente travolto.
Perché sotto il terremoto dell’attacco di panico, in realtà, c’è una parte di noi che ha solo bisogno di essere vista, capita e abbracciata, con tutta la gentilezza, la pazienza e la compassione di cui merita di essere nutrita.
D.ssa V. Scoppio

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