In medio stat virtus


C’è un enorme equivoco intorno alla parola egoismo, perché la usiamo quasi sempre come se indicasse una persona fredda, menefreghista, incapace di sentire gli altri, qualcuno che pensa soltanto a sé e che, pur di ottenere ciò che vuole, non esita a passare sopra chiunque. Una brutta persona, insomma.

Eppure, se ci pensiamo, siamo cresciuti dentro messaggi che ci insegnano molto presto a mettere l’altro davanti a noi. “Condividi i tuoi giochi”, si dice a un bambino piccolissimo, quando quei giochi sono ancora qualcosa di profondamente suo, quasi un’estensione di sé, senza che sempre gli venga insegnato con gradualità che può custodire ciò che ama e, nello stesso tempo, imparare il valore della reciprocità e della condivisione. 

“Mangia per mamma, altrimenti mamma soffre”, “fai il bravo per nonna”, “non fare così perché mi fai stare male”. Molto spesso il bambino viene spinto a fare qualcosa per proteggere l’emozione dell’adulto, molto meno spesso sente dire, “mangia perché il tuo corpo ha bisogno di energia”, “lavati i denti perché così resteranno forti e potrai mangiare tutte le cose che ti piacciono”, “riposati perché domani avrai più forza”.

Così, senza accorgercene, rischiamo di crescere con l’idea che prenderci cura di noi sia una forma di egoismo, mentre fare continuamente per gli altri sia la prova della nostra bontà. Il falso mito è proprio questo, se pensi a te sei fondamentalmente cattivo, se pensi agli altri sei fondamentalmente buono. E invece la bontà vera non coincide con l’annullarsi, né con il sacrificarsi fino a sparire.

Una persona può dedicare tutta la propria vita agli altri, rinunciare a desideri, confini, riposo, libertà, e continuare a ricevere applausi per questa abnegazione, finché un giorno quella rinuncia comincia a pesare, a trasformarsi in rancore, stanchezza, senso di essere stati usati, bisogno di risarcimento. Perché ogni volta che ci annulliamo per qualcuno, anche se lo facciamo con le migliori intenzioni, dentro di noi rimane una parte che prima o poi chiederà conto di ciò che ha perduto.

L’altruismo senza un sano egoismo può diventare una forma di finta bontà, una bontà che ha bisogno di sentirsi indispensabile, che si nutre del riconoscimento, che spera in una medaglia invisibile, in una gratitudine capace di ripagare tutto ciò che si è dato. Ma nessun essere umano può vivere bene facendo soltanto per gli altri e lasciando sempre sé stesso in fondo alla fila.

C’è una differenza enorme tra chi, per tutelare sé, è disposto a schiacciare gli altri e chi rivendica con serenità il proprio spazio di esistenza, i propri bisogni, i propri limiti, senza invadere lo spazio dell’altro e senza consegnargli il proprio. La prima è una forma di prevaricazione. La seconda è salute.

Quando pubblico riflessioni come questa, mi accorgo sempre che si creano due schieramenti opposti. Da una parte ci sono persone che leggono un invito a diventare stronzi, a fare soltanto ciò che si vuole, a non avere più riguardo per nessuno. Dall’altra ci sono persone che temono che questi discorsi autorizzino gli altri a diventare stronzi, a giustificare indifferenza, egoismo e mancanza di responsabilità con la frase “devo pensare a me”.

Il senso di queste parole non nutre né l’una né l’altra posizione. Pensare a sé non significa diventare stronzi, e pensare agli altri non rende automaticamente buoni. Una persona davvero buona sa tenere insieme entrambe le cose, sa ascoltare i propri bisogni e quelli dell’altro, sa riconoscere quando è giusto proteggersi e quando invece è possibile fare spazio, sa guardare ogni situazione e capire dove, in quel momento, deve pendere la bilancia.

Fare per sé tenendo conto dell’altro è una posizione adulta, responsabile e profondamente sana. Non richiede di essere santi, né di diventare duri. Richiede soltanto di smettere di vivere come se dovessimo meritare il diritto di esistere attraverso tutto ciò che facciamo per gli altri, e di riconoscere che anche noi abbiamo un posto, una voce, un limite e un bisogno che meritano ascolto.

D.ssa V. Scoppio

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