I lutti simbolici
Non tutti i lutti hanno una bara. Ci sono dolori che non nascono da una morte, ma da una mancanza.
Non c’è funerale, non ci sono fiori, nessuno ci dice “mi dispiace per la perdita”. Eppure ci svegliamo ogni giorno con quel vuoto nel petto, che ci accompagna da anni.
Sono lutti simbolici: l’assenza di un amore che non abbiamo ricevuto, di un riconoscimento che non è mai arrivato, di un’infanzia che non ha conosciuto protezione. E fanno male. A volte più dei lutti reali. Perché restano aperti, invisibili e solitari. Nessuno li vede, ma ci divorano dentro.
In terapia, spesso, si arriva proprio lì: non al dolore della perdita fisica, ma a quello della mancanza strutturale.
Un vuoto che non si è mai colmato e che abbiamo tentato di riempire con il controllo, con il compiacimento, con la rabbia, con relazioni tossiche, ansie, dipendenze, somatizzazioni…
Ma ci sono vuoti che non si riempiono. Si guardano in faccia, si nominano, si piange per ciò che non c’è stato. Solo allora può cominciare la guarigione: è lì che il vero lutto prende forma.
Accade quando smettiamo di aspettarci che le cose vadano diversamente. Quando molliamo la speranza che arrivi la carezza mancata, le scuse attese da una vita, l’amore che da bambini non è mai arrivato. Quel momento è un terremoto interiore, uno tsunami devastante. Perché significa dire addio a un’illusione che ci ha tenuti in piedi per anni. E il dolore è terribile.
Ma è solo accettando (non solo con la testa, ma con la pancia, con le emozioni, ossia terapeuticamente "elaborando") che certe cose non ci sono state e non ci saranno mai, che possiamo iniziare davvero a vivere. Altrimenti restiamo incastrati, prigionieri di una storia congelata, legati al passato come un’ancora che ci trascina a fondo.
Non è rassegnazione, è elaborazione del lutto. Un percorso che passa dall’accettazione alla liberazione. Perché quando smettiamo di aspettare che la nostra storia cambi, possiamo finalmente cominciare a viverla davvero, per quella che è. Senza illusioni.
Ed è lì che si apre lo spazio per cambiare.
Prima, però, occorre fare un passo durissimo: lasciare andare.
Eh sì... fa paura. Una paura fottuta. Chi è arrivato fin lì in terapia spesso lo ricorda come il momento in cui si è affacciato su un burrone, con la sensazione che lasciare andare significasse perdere anche l’ultima parte di sé rimasta legata a quella persona, a quella storia, a ciò che avrebbe dovuto essere.
È un passaggio pieno di angoscia, quasi una piccola morte. Eppure, dall’altra parte, può iniziare a sentirsi di nuovo la vita.
Se questi lutti restano invece irrisolti continuano a guidare la nostra vita da sotto, come fili invisibili. Ci ritroviamo a cercare nelle relazioni ciò che non abbiamo mai avuto. A scegliere inconsapevolmente partner che ci fanno sentire di nuovo invisibili, inadeguati e non amabili.
A convivere con un senso costante di vuoto, di confusione, di rabbia latente. E a volte ci ammaliamo, se non nel corpo, nella mente. Perché ciò che non elaboriamo, agisce. E a lungo andare, logora.
Il paradosso è questo: ci liberiamo solo quando smettiamo di combattere. Quando smettiamo di voler riscrivere il passato.
Quando accettiamo, davvero, che certe cose non le avremo mai.
E che, nonostante tutto, va bene così.
Perché oggi possiamo prenderci la responsabilità di darci quello che ci è mancato. Con nuove scelte. Con nuovi occhi. Con più verità. Questo è il vero lutto. Ed è, allo stesso tempo, la vera rinascita.
D.ssa V. Scoppio
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