Giappone: il lavoro dei Maestri
Da noi c'è una gerarchia che nessuno dichiara: in alto chi pensa, in basso chi pulisce. La usiamo perfino come minaccia: "studia, o finirai a pulire". E chi tiene in ordine una casa impara a scusarsi: "io non faccio niente di importante... tengo solo la casa".
In Giappone quella gerarchia l'ho trovata capovolta. Sei cose me l'hanno smontata pezzo per pezzo.
1. Samu (作務). "Il lavoro che è pratica".
In Occidente pulire è il lavoro che tocca a chi non ha scelta. Nei monasteri zen, invece, fa parte della via: spazzare il cortile, lucidare i pavimenti di legno, preparare il riso. Si chiama samu, e non è la pausa dalla pratica: è la pratica, quanto la meditazione. Di un grande maestro si racconta che, ormai vecchio, zappava e spazzava ogni giorno; per farlo riposare, i monaci gli nascosero gli attrezzi. Lui smise di mangiare: "un giorno senza lavoro, un giorno senza cibo". Quella frase ha 1.200 anni. Se una scopa sta bene in mano a un maestro, il tuo fare ordine non si può chiamare "niente".
2. Gakkō sōji (学校掃除). "La pulizia della scuola".
In Occidente, a scuola, pulire è un castigo. In Giappone le aule non le pulisce un bidello: le puliscono i bambini. Quasi ogni giorno, dopo pranzo, bagni compresi. Non è una punizione e non serve a risparmiare: è un'ora dell'orario, come una materia. Avere cura si impara facendolo. E se nessun bambino è troppo importante per pulire, nessun adulto vale di meno perché pulisce.
3. Susuharai (煤払い). "Spazzare via la fuliggine".
In Occidente le grandi pulizie sono il lavoraccio prima degli ospiti. In Giappone sono una festa: a dicembre, nei grandi templi di Kyoto, file di monaci e fedeli battono i tatami con canne di bambù, mentre ventagli larghi due metri spingono fuori la polvere di un anno intero. Si spazza via l'anno vecchio per accogliere quello nuovo. Il tempio non si pulisce nonostante sia sacro: si pulisce perché è sacro. Una cosa la pulisci perché ci tieni. Anche una cucina. Anche la tua.
4. Harai (祓い). "Purificare".
In Occidente lo sporco è quasi una colpa: una casa in disordine "dice qualcosa di te". Nello shintō non è una colpa: è qualcosa che si posa su chiunque, per il solo fatto di vivere. E non si espia: si lava. All'ingresso dei santuari ci si sciacqua le mani, e i riti cominciano con una purificazione: harai, che suona come lo "spazzare" delle pulizie di casa. Se la tua casa non è perfetta, non hai niente da farti perdonare: vivere sporca chiunque. Il panno che passi è parente di un rito antichissimo.
5. Atarimae (当たり前). "La cosa ovvia".
In Occidente, finita la festa, i rifiuti sono il problema di chi è pagato per raccoglierli. Ai Mondiali del 2022 il mondo vide i tifosi giapponesi restare a raccogliere i rifiuti dello stadio, anche quelli degli altri: la federazione aveva portato 8.000 sacchetti col "grazie" scritto in tre lingue. E i giocatori lasciarono lo spogliatoio impeccabile: 11 gru di origami e un biglietto di ringraziamento. A chi chiedeva il perché, tanti risposero con una parola: atarimae. Lasciare un posto meglio di come l'hai trovato è la misura di una persona. E chi ce l'ha come riflesso vale più di chi ci scrive un manifesto.
6. Toire no kamisama (トイレの神様). "La dea del bagno".
In Occidente il bagno è il gradino più basso della casa: il lavoro che si evita, o si delega. In Giappone le nonne raccontano da generazioni che lì abita una divinità... una dea, bellissima. E chi lo tiene pulito, dice la credenza, riceve in dono un po' della sua bellezza. Nel 2010 una cantante, Uemura Kana, ne ha fatto una canzone di quasi dieci minuti: la storia vera di sua nonna, che gliela ripeteva da bambina. Il Giappone l'ha ascoltata piangendo e l'ha premiata tra le canzoni dell'anno. Il posto più umile della casa ha una dea tutta per sé. Come se qualcuno avesse capito, molto prima di noi, che è lì che si riconosce chi sa avere cura.
Samu. Harai. Atarimae. Un paese che mette la scopa in mano ai maestri, i bambini a pulire la scuola, una dea a custodire il posto più umile della casa.
Da noi, invece, chi tiene in ordine impara a dirlo a testa bassa: "io non faccio niente di importante... tengo solo la casa". Solo. Come se tenere in ordine il mondo di qualcuno fosse una cosa piccola.
Non lo è. La cura quotidiana di una casa non è "non fare niente": è il mestiere più antico della serenità. Chi la fa non sta servendo: sta custodendo. Sta facendo, senza che nessuno gliel'abbia mai detto, la pratica dei maestri.
Ormai, quando sento dire "tengo solo la casa", penso ai monaci chini sui pavimenti di legno: in 1.200 anni, nessuno di loro ha mai pulito "soltanto".
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