Flessibilità
E sia chiaro, questo non significa negare che dalle esperienze difficili possano nascere anche risorse importanti, ci mancherebbe. Ci sono persone estremamente profonde, autonome, responsabili, capaci di reggere tanto proprio perché hanno dovuto farlo. Ma il punto è che noi spesso facciamo una grande confusione tra il fatto che qualcosa ci abbia costretti ad adattarci e l’idea che quella cosa ci abbia fatto bene.
E non è un caso che, quando parliamo di queste esperienze, usiamo continuamente parole come “forgiare”, “temprare”, “plasmare”. Se ci pensiamo bene sono tutte parole che arrivano da processi molto duri. Il metallo viene forgiato col fuoco, con i colpi, con la pressione. La tempra, letteralmente, è uno shock termico che irrigidisce il materiale e ne modifica la struttura. È interessante quanto nella nostra cultura sia radicata l’idea che per diventare solidi si debba necessariamente passare attraverso una forma di durezza estrema, di forzatura e di prova di resistenza.
Solo che un essere umano non è un pezzo di metallo. E soprattutto mente e corpo non funzionano sempre meglio quando vengono messi continuamente sotto pressione. Perché è vero che certe esperienze possono costringerci a sviluppare capacità di adattamento molto forti, ma questo non significa che sia l’unico modo attraverso cui si costruisce struttura interiore. Esistono anche modi molto più sani di diventare solidi, stabili e consistenti. Modi in cui la crescita passa attraverso presenza, sicurezza, continuità, contenimento emotivo, possibilità di sbagliare senza sentirsi umiliati o rifiutati.
Perché l’essere umano, soprattutto quando è piccolo, si adatta quasi a tutto pur di mantenere il legame con le figure da cui dipende. È una questione emotiva, psicologica, ma anche neurobiologica. Un bambino non può facilmente pensare che chi dovrebbe proteggerlo o accoglierlo gli stia facendo male, perché sarebbe troppo destabilizzante. E allora il cervello prova a rendere quella realtà più tollerabile: la rigidità diventa educazione, la freddezza diventa forza, la paura diventa rispetto. E quel dolore piano piano viene trasformato in qualcosa che “serviva” e strutturava il carattere.
Solo che molto spesso quella che chiamiamo forza è semplicemente un sistema nervoso che ha imparato a sopravvivere.
Perché crescere dentro ambienti molto critici, rigidi o emotivamente poco sintonizzati non insegna davvero al corpo a sentirsi al sicuro nel mondo. Insegna soprattutto a stare all’erta, a controllarsi, a comprimere emozioni e bisogni, a diventare bravissimi a funzionare anche quando dentro si è stanchi, tesi o scollegati da se stessi.
E qui secondo me è importante chiarire anche un’altra cosa, perché altrimenti rischiamo di cadere nell’estremo opposto e idealizzare la totale assenza di struttura, come se qualsiasi rigidità fosse automaticamente peggiore di qualsiasi mancanza di contenimento. Non è questo il punto. È vero che a volte chi è cresciuto in ambienti molto rigidi appare più solido, più disciplinato, più capace di stare nel mondo rispetto a persone molto disregolate, impulsive o completamente disperse. Ma il fatto che qualcosa appaia più funzionale dall’esterno non significa necessariamente che sia più sano internamente.
Perché rimanere congelati non è meglio che essere liquefatti. Sono due forme diverse di disregolazione. Da una parte c’è chi implode, irrigidisce tutto, controlla tutto e sente di dover sempre reggere. Dall’altra chi fatica a contenersi, a strutturarsi e a trovare stabilità. Ma la salute psicologica non sta né nel congelarsi né nel dissolversi.
Sta nella flessibilità, in quella capacità di avere una struttura senza essere rigidi, di avere confini senza diventare freddi, di sapersi adattare senza perdere se stessi, di tollerare le emozioni senza esserne travolti ma nemmeno anestetizzati.
Anche gli studi sull’attaccamento, sul trauma e sulla regolazione emotiva ci mostrano ormai chiaramente che il cervello non cresce meglio nella paura, nell’umiliazione o nella rigidità costante. Cresce meglio dentro relazioni sufficientemente sicure, coerenti e accoglienti. E questo non significa assenza di limiti, perché i limiti sono fondamentali. Significa capire che esiste una differenza enorme tra un limite che contiene e guida e un limite che schiaccia, irrigidisce o mortifica.
Perché un essere umano non ha bisogno di spezzarsi per diventare forte. E molta di quella che oggi chiamiamo “forza caratteriale” è, almeno in parte, un'antica strategia di sopravvivenza che abbiamo imparato così bene da confonderla con la nostra identità. Riflettiamoci.
D.ssa V. Scoppio
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