Cosa si nasconde dietro ai nostri gesti?
C’è un dolore silenzioso che si infila nei gesti di ogni giorno. Piccole cose, all’apparenza innocue, una sigaretta accesa, il telefono controllato di continuo, una risata forzata, un acquisto fatto tanto per...
Ma dietro quei gesti c’è molto di più. C’è chi cerca un equilibrio. Chi prova solo a restare in piedi. Chi si aggrappa a qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non crollare.
C’è chi si abbuffa di notte, quando tutto è silenzioso e nessuno può giudicare. Dopo aver sistemato tutto, dato la buonanotte ai figli, chiuso la giornata con la spunta sull’ennesima lista di doveri. Brava. Sempre brava. Sempre in ordine. Ma dentro, vuota o stracolma.
C’è chi fuma una sigaretta dietro l’altra, ma non è la dipendenza dalla nicotina, è bisogno di un conforto che non può più permettersi, di un “ciuccio” da adulto per calmarsi, per sentirsi al sicuro, per fare finta di avere il controllo.
C’è chi tiene il telefono in mano tutto il giorno, come fosse un pupazzetto doudou. Quel giocattolo che i bambini non mollano mai, nemmeno per dormire, nemmeno quando è sudicio. Perché sì, quel pezzo di plastica ormai è l’ancora, la coperta o la stampella. L’unica compagnia nei momenti in cui la solitudine fa troppo male.
C’è chi si affida alle punturine, alla chirurgia, a ogni cosa che distorca lo specchio. Non per vanità, ma per paura. Paura di vedersi davvero. Perché magari la vera immagine di sé fa male. E allora meglio ristrutturare, modificare o addirittura cancellare.
C’è chi piange solo sotto le coperte o chiuso in bagno, in silenzio, con le lacrime che non devono fare rumore. Perché fuori dev’essere forte, brillante e stabile. Nessuno deve sapere. Nessuno deve vedere la crepa.
C’è chi ha agende, tabelle, calendari perfetti. Tutto scritto, tutto segnato, tutto sotto controllo. Come se bastasse un foglio excel a tenere a bada il caos dentro. Come se bastasse una lista per non cadere e per non perdersi.
C’è chi compra compulsivamente. Non oggetti, ma anestesie. Ogni pacco che arriva è una microdose di sollievo, un momento di respiro prima che torni il vuoto.
C’è chi ride troppo forte, sempre e ovunque. Perché se smettesse di farlo, forse dovrebbe ascoltare quel silenzio dentro che fa paura.
C’è chi lavora senza sosta, ore e ore, senza fermarsi mai. Non per ambizione, ma per non pensare. Per non sentirsi. Per non lasciarsi andare.
C’è chi si infila in relazioni sbagliate, una dopo l’altra, pur di non stare da solo. Perché lo stare con sé è un confronto che fa troppo male. E il silenzio, a volte, pesa più della compagnia tossica.
C’è chi si rifugia nel sarcasmo, sempre pronto alla battuta. Ma è solo un modo elegante per alzare un muro. Per non farsi toccare davvero. Per non lasciare che qualcuno veda dove fa male.
C’è chi si occupa solo degli altri. Sempre disponibile, sempre presente, sempre utile. Ma non per altruismo. Perché dare è più facile che ricevere. Perché aiutare gli altri è un modo per non doversi guardare dentro e prendersi cura di sè.
E potrei fare ancora mille esempi… perché questi gesti non sono casi isolati. Sono forme diverse dello stesso bisogno, quello di reggere, di proteggersi, di restare in piedi anche quando dentro si cade.
In terapia ne sento tante di storie così.
Storie che sembrano diverse, ma che sotto sotto si somigliano. Perché tutti, prima o poi, facciamo i conti con una parte fragile, che cerca di reggere come può.
Alcune di queste storie le ho conosciute anche su di me, sulla mia pelle. Altre le ho viste da vicino, nelle persone che amo, che frequento, che incrocio ogni giorno nella vita fuori dallo studio. E ogni volta mi ricorda quanto siamo tutti più simili di quanto pensiamo. Quanto ognuno, dietro ciò che mostra, porta un mondo che spesso non ha mai avuto spazio per essere raccontato.
D.ssa V. Scoppio

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