Come superare un dolore


Noto sempre più spesso che quando pubblico post sul lutto, sulle perdite o più in generale sui dolori della vita, tra i commenti ricorre una convinzione che mi fa riflettere molto.

Non tanto perché la ritenga sbagliata, quanto perché credo che racconti qualcosa di importante del modo in cui molte persone si rapportano alla sofferenza. Spesso leggo frasi come: “Non è vero che certe cose si superano”, “Sono belle parole, ma quando ci sei dentro è diverso”, “Ci sono dolori che non passano”, “Facile a dirsi”…

E, sia chiaro, io non penso che chi scrive queste cose abbia torto. Dietro quelle parole vedo spesso persone addolorate, disperate, stanche, a volte arrese. Persone che stanno raccontando con sincerità la loro esperienza e che probabilmente, in quel momento, non riescono neppure ad immaginare una prospettiva diversa da quella in cui si trovano.

Quello che però mi colpisce è che, leggendo certi commenti, a volte ho l’impressione che insieme al dolore ci sia anche qualcos’altro. Una sorta di incredulità. Come se il dolore fosse qualcosa che non dovrebbe esistere.

Come se fosse una violazione delle regole. Come se la vita, ad un certo punto, avesse tradito una promessa.

E allora mi ritrovo a pensare: ma chi ci ha mai promesso che la vita sarebbe stata facile? Chi ci ha mai promesso che le persone che amiamo non sarebbero morte? Chi ci ha mai promesso che il nostro corpo non si sarebbe ammalato?

Chi ci ha mai promesso che non avremmo attraversato perdite, delusioni, ingiustizie o separazioni?


Lo so che queste domande possono sembrare dure (e lo sono purtroppo anche per me). Lo so che quando il dolore ci tocca davvero, quando entra in casa nostra, quando ha il volto di qualcuno che amiamo o il nome di una paura che ci toglie il sonno, tutto questo può sembrare persino offensivo.

Perché è vero: nessuno merita di soffrire.

Nessuno merita una malattia o un lutto.

Nessuno merita di vedere infrangersi un sogno importante.


Eppure il punto non è stabilire se lo meritiamo oppure no. Il punto è che queste cose esistono. Esistono indipendentemente da quanto siano ingiuste e assurde. Esistono indipendentemente da quanto ci sembrino incompatibili con l’idea che avevamo della nostra vita.

E se ci pensiamo bene una parte della nostra sofferenza nasce proprio dal continuare a combattere contro questo dato di realtà, come se accettare l’esistenza del dolore significasse approvarlo o rassegnarsi ad esso.

Ma accettare che il dolore esiste non significa affatto dire che va bene. Significa riconoscere il terreno su cui stiamo camminando.

Se guardiamo il nostro stesso corpo, in fondo, la vita ce lo mostra continuamente. Siamo fatti di pelle, carne, di nervi. Siamo creature straordinariamente sensibili. Basta una botta per lasciare un livido, un graffio per provocare dolore, persino un capello tirato troppo forte può farci male.

Perché dovremmo immaginare che la nostra vita emotiva funzioni in modo diverso?

Se siamo così sensibili fisicamente, perché dovremmo sorprenderci del fatto che gli eventi della vita possano ferirci?

Ma il problema se siamo davvero onesti con noi stessi, non è che soffriamo.

È che continuiamo a vivere come se la sofferenza fosse un’anomalia. E invece fa parte del prezzo che paghiamo per amare, per affezionarci, per costruire legami, per desiderare, per sperare, per investire emotivamente nelle persone e nei progetti.

Naturalmente non tutti i dolori sono uguali. Non sto dicendo che perdere un figlio sia come perdere un lavoro, né che una diagnosi devastante sia paragonabile ad una delusione sentimentale. Sarebbe assurdo ovviamente.

Ma dopo tanti anni di lavoro clinico, e anche di vita, ho imparato una cosa che continua a colpirmi. Non sempre è la gravità oggettiva dell’evento a determinare il modo in cui una persona riuscirà ad abitare il resto della sua esistenza.

Ho visto persone attraversare drammi che sembravano impossibili da sostenere e trovare, nel tempo, un modo per continuare a vivere. E ho visto persone restare imprigionate in sofferenze che altri avrebbero giudicato meno gravi. Non perché fossero deboli o forti, né perché alcuni esseri umani appartengano ad una categoria speciale e altri no.

Ma perché il dolore, da solo, non racconta mai tutta la storia. Conta dove ci colpisce, contano la nostra storia precedente, il sostegno che abbiamo, la nostra capacità di chiedere aiuto, il significato che attribuiamo a ciò che ci accade, il modo in cui guardiamo la realtà.

E qui penso spesso ad una fotografia.

Un fotografo può fotografare lo stesso paesaggio sdraiato per terra, all’altezza degli occhi oppure dall’alto. Oggi persino con un drone. Il paesaggio è identico, non è cambiato nulla. Eppure cambia completamente quello che riusciamo a vedere. Compaiono strade che prima non notavamo. Collegamenti che ci sfuggivano, possibilità che sembravano inesistenti.

La psicoterapia, in fondo, non fa qualcosa di molto diverso. Non cambia magicamente la realtà (purtroppo), non restituisce chi abbiamo perso, non cancella una diagnosi, nè modifica il passato.

Però può aiutarci ad osservare quella stessa realtà da un punto di vista diverso. E a volte questo cambia tutto.

Non perché il dolore diminuisca necessariamente. Ma perché cambia il rapporto che abbiamo con quel dolore.

A volte penso che la vera domanda che dovremmo farci non sia se riusciremo o meno a superare qualcosa. La vera domanda è che cosa possiamo fare con ciò che ci è accaduto. Perché l’alternativa non può essere soltanto restare sotto il peso della sofferenza aspettando che sia la vita a diventare diversa da quella che è.

Possiamo essere schiacciati, certo. Possiamo sentirci senza forze. Possiamo avere bisogno di aiuto o di tempo.

Possiamo avere bisogno di qualcuno che ci accompagni. Ma tra l’essere travolti dal dolore e il fingere che non esista c’è uno spazio enorme. Ed è dentro quello spazio che si gioca gran parte della nostra vita.

Pensiamoci, le persone che ammiriamo per la loro capacità di andare avanti non sono persone che hanno sofferto meno di altre. Sono persone che, ad un certo punto, hanno smesso di chiedersi soltanto perché la vita fosse stata così dura con loro e hanno iniziato a chiedersi come continuare a vivere nonostante quella durezza. E non perché fossero eroi o perché avessero ricevuto un dono speciale. 

Ma perché, giorno dopo giorno, hanno provato a spostare lo sguardo. Hanno provato a distribuire un peso che all’inizio sembrava impossibile da portare. Hanno provato a costruire una relazione diversa con il proprio dolore.

Ed è questa la riflessione che mi piacerebbe lasciarvi. Non che tutto si superi, nè che tutto passi. Non esiste una formula magica per stare bene purtroppo. Ma che, se il dolore è una parte inevitabile dell’essere vivi, dobbiamo cominciare a lasciare l’accanimento del perché esiste e cominciare a chiederci seriamente come possiamo imparare a stare accanto a ciò che ci ferisce senza permettergli di diventare l’unica cosa che vediamo e sentiamo. Riflettiamoci.

D.ssa V. Scoppio

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