Stare accanto a chi soffre
Perché quando amiamo davvero non restiamo spettatori, non possiamo farlo. Il dolore dell’altro ci entra sotto pelle. Ci sveglia di notte, ci accende pensieri continui: “Se solo facesse… Se solo capisse… Se solo accettasse aiuto…”
Vorremmo con tutto il cuore prendere noi il volante della sua vita, per aiuto, per protezione, per accorciare la strada che così sembra lunga e tortuosa, per evitare le buche o di restare fermi al parcheggio della vita con le quattro frecce accese. O per evitare quell’ennesimo giro inutile che, ai nostri occhi, sembra così evidente.
Solo che l’amore adulto non è guidare al posto dell’altro ma stare accanto mentre l’altro impara (o decide di non imparare ancora) a guidare la propria vita.
Questo è il punto che, se ci ascoltiamo bene, ci fa davvero male, perché implica fare i conti con la nostra impotenza, con quella sensazione scomoda che non possiamo forzare un cambiamento, nemmeno quando siamo convinti che sarebbe la scelta migliore anche per l’altro. E l’impotenza è ruvida, ci irrita, ci fa sentire esclusi, inutili e spesso senza controllo.
Tra adulti capaci di intendere e di volere esiste uno spazio che non ci appartiene, uno spazio sacro, che è la libertà dell’altro.
Una libertà che include anche il diritto di rimandare, di sbagliare, di resistere, di fare scelte che noi non condividiamo… e noi restiamo lì, sospesi tra l’amore e la frustrazione, tra il desiderio di intervenire e il dovere di rispettare, tra il “vorrei salvarti” e il “devo lasciarti scegliere”. E in quella sospensione a volte diventiamo insistenti, ripetitivi, martellanti, convinti che se spingiamo abbastanza qualcosa finalmente si muoverà.
Non sto parlando delle situazioni in cui la capacità decisionale è compromessa o dei minori, dove il confine ovviamente è diverso. Sto parlando delle relazioni tra adulti, dove la responsabilità della propria vita resta personale, anche quando le conseguenze toccano chi sta accanto e ci coinvolgono, ci stancano e ci fanno arrabbiare.
Stare al nostro posto, in questi casi, non significa essere freddi o fregarcene, significa non invadere, non trasformare l’amore in controllo, non fare del dolore dell’altro una nostra missione identitaria. Perché quando il suo problema diventa il nostro progetto, smettiamo di accompagnare e iniziamo, senza accorgercene, a colonizzare.
Significa imparare a distinguere tra sostenere e sostituirsi. Perché sostenere significa esserci, è dire: “Io ti vedo. Io ti sono accanto. Io credo che tu possa fare qualcosa per stare meglio.”
Sostituirsi è oltrepassare il confine, è prendere decisioni che non spettano a noi, è spingere fino a soffocare, è confondere l’ansia di salvarlo con il diritto di scegliere per l'altro.
Questo confine è molto faticoso da mantenere, perché tocca le nostre paure più profonde, la paura che l’altro si consumi, la paura di perderlo, la paura di assistere, impotenti, a qualcosa che avremmo voluto cambiare. E a volte tocca anche il nostro bisogno di sentirci necessari, di sentirci quelli che risolvono, quelli che tengono tutto insieme.
Ma la maturità affettiva passa proprio da qui, dalla nostra capacità di restare presenti senza invadere e di amare senza la pretesa di possedere il percorso dell’altro (anche se mossi dalle migliori intenzioni).
A volte è drammatico dover accettare che non tutto ciò che noi vediamo chiaramente può essere imposto all’altro come una medicina cattiva che gli facciamo inghiottire contro voglia per il suo bene, non funziona così, noi possiamo camminare accanto, tendere la mano, possiamo anche indicare una strada. Ma non possiamo vivere al posto di chi abbiamo davanti.
Rispettare quello spazio che non ci appartiene, anche quando dentro di noi urla il desiderio di intervenire è l’atto d’amore più difficile. Perché significa scegliere di amare una persona libera e non una persona guidata da noi. E questo è molto meno rassicurante, ma è l’unico modo adulto di stare in relazione, purtroppo o per fortuna. Riflettiamoci.
D.ssa V. Scoppio

Commenti
Posta un commento