Un incoraggiamento gentile


Ci sono momenti in cui anche solo guardare ciò che dobbiamo fare ci stanca.

Non abbiamo ancora cominciato, e siamo già esausti. Ci diciamo che basterebbe un po’ di forza di volontà, ma dentro sappiamo che non è quello. È qualcosa di più sottile e più profondo.

Succede quando il compito davanti a noi è troppo grande, troppo disordinato o troppo incerto.

Una casa che sembra non finire mai, documenti accumulati, scelte rimandate… Guardiamo tutto e non riusciamo più a trovare un punto da cui iniziare. Così la mente si blocca.

Il cervello, davanti a qualcosa che percepisce come eccessivo, confuso o ingestibile, fatica a organizzare un primo passo e finisce per fermarsi.

È lo stesso istinto antico che un tempo ci faceva restare immobili davanti a un pericolo. Solo che oggi la “tigre” ha la forma di un armadio pieno, di una scrivania caotica, di mille cose lasciate in sospeso.

Per qualcuno è la casa che si è riempita troppo, per altri una casella di posta intasata, un progetto da chiudere, un trasloco da affrontare, un curriculum da aggiornare o la gestione dei conti che non torna mai.

C’è chi apre il computer e sente salire l’ansia solo nel vedere le mail, chi guarda i giocattoli sparsi dei figli e non sa da dove ricominciare, chi rimanda da mesi di svuotare una stanza, chi non trova più un documento importante e si sente piccolo davanti a quella confusione. E ogni volta che ci prova, ha la sensazione di non fare mai abbastanza, come se il caos si rigenerasse da solo.

Così convivono l’urgenza di fare e quel senso di sopraffazione che finisce per paralizzarci.

In quei momenti ci vorrebbe qualcuno accanto, una specie di spirito guida che non giudichi, che non dica “su, muoviti”, ma che ci aiuti a restringere il campo, a darci una direzione, a trasmetterci fiducia.

Qualcuno che ci faccia respirare e dica semplicemente, “Ok, comincia da qui”.

Qualcuno che ci faccia vedere che sì, si può fare. Un po’ come faceva Mary Poppins, quando con un poco di zucchero anche la pillola andava giù e lei riusciva a rimettere ordine giocando e cantando.

Perché quando il compito diventa concreto, delimitato e alla nostra portata, il cervello si rilassa e torna operativo.

L’ordine, in fondo, comincia quasi sempre dentro di noi, prima ancora che intorno a noi.

E se quel qualcuno non c’è, possiamo provare a diventarlo per noi stessi.

Magari mettendo un timer di dieci minuti, scegliendo un solo punto da cui partire e dedicandoci solo a quello.

Non per finire tutto, perché non sarebbe realistico, ma per rompere quell’immobilità.

Poi fermarci, guardarci intorno e riconoscere quel piccolo pezzo fatto come una conquista.

Perché l’ordine si costruisce così, un gesto dopo l’altro, senza fretta, con un po’ di rispetto per la nostra fatica e per quello che stiamo vivendo.

E a volte è proprio da quel rispetto, insieme a un incoraggiamento gentile, che ricomincia il movimento. 


D.ssa V. Scoppio

Commenti

  1. Questa sta parlando di me

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  2. sta parlando anche di me e carla...ma sono anche i tempi che cambiano, credo. aggiungi il caldo e l'afa, e basta!

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