El poro nono Méneghele
[Gianni Spagnolo©26E31]
Eco chel taca co la storia del poro nono…
Questo preambolo era sinonimo di discorsi triti e ritriti, sentiti infinite volte. I tipici discorsi de stiani.
Per guadagnarsi la qualifica di “poro” il nonno però doveva essere morto.
A me dava un po’ fastidio questo aggettivo: perché un morto doveva essere povero? Perché compatirlo? Magari era andato a star meglio di noi. E si che poi c’infervoravano col Paradiso e l’eterna gloria, quindi avremo dovuto essere più fiduciosi sui suoi destini.
In realtà si tratta d’una polisemia dove poro significava solo qualcuno che non c’era più, senza attributi qualitativi. Uno morto e basta!
Talvolta capitava che mio padre mi parlasse del: so poro nono Méneghele… Al secolo Domenico Spagnolo, della stirpe dei Parigin, Paregin o Parajìn, a seconda delle fonti, classe 1851. La cosa che m’è sempre suonata strana è proprio quel diminutivo che andava ad allungare un appellativo che era già di suo un diminutivo e suonava particolarmente ostico con quell’accento ostinato sulla prima sillaba. Sul perché lo chiamasse così, rispondeva che in famiglia l'aveva sempre sentito chiamare così.
Era del tutto ovvio che uno che si chiamasse Domenico di nome di battesimo, giammai sarebbe stato chiamato così in famiglia e in paese. Deograssia a scola!
Mene, Ménego, Meneghèto, Mingo, … per finire al più moderno Nico e con tutte le varianti del caso.
Ma perché Méneghele, che era così difficile da pronunciare e per niente discorsivo? Perché quel diminutivo cimbro? Che mi ricordi, in paese, ce l’aveva ormai solo la Nìnele. C’erano anche i Pàmele, ma quello era collettivo; andava meglio con i Betèle, che avevano l’accento modernamente riposizionato.
Qualcuno dei lettori si ricorda per caso altri esempi in merito?

i Danèle
RispondiEliminaNon sono per caso "i Danéla"? O forse mi sto confondendo?
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