la Spensieratezza
Nel suo racconto, Monica spiegava ciò che questa vicenda di dolore e rinascita le aveva dato e ciò che le aveva tolto. Con sicurezza ha affermato: “La malattia mi ha tolto la spensieratezza. Non l’ho più recuperata”.
Si potrebbe ritenere quasi un bene la spensieratezza: non avere pensieri, dunque niente preoccupazioni, zero problemi, nulla attorno a cui affaticarsi interiormente. Perché proprio questo succede: il pensiero ti costringe ad applicarti con la tua interiorità. Chiama a raccolta le risorse che magari dentro di te sonnecchiano, e le spinge a concentrarsi attivamente attorno ad un oggetto.
Anche ad Agostino l’esercizio del pensiero costava molto, in termini di fatica; un labor che lo coinvolgeva tutto:
«Che fatica mio Signore è questa di scavare in me stesso: mi son fatto a me stesso terra di pena e di sudore»
E tuttavia non dobbiamo immaginarci di diventare improvvisamente corrugati e seri. Al contrario: pensare convive con una sorta di leggerezza, che è la capacità di prendere una certa distanza da se stessi e dalle situazioni. Pensare convive col sorriso buono su di sé: guai a prendersi troppo sul serio!
Allora, alla spensieratezza allegra ma anche un po’ superficiale ed egoista si sostituisce una pensosità grave ma sorridente, capace di godere di quegli squarci di pienezza che si vede regalare dall’alto: li riconosce, ne gioisce e ci riflette su.
La luce che filtra dalle finestre la mattina presto; il canto degli uccelli; il sorriso con cui la Sorella ti incontra augurandoti buongiorno; una richiesta in più a cui ottemperare; un incontro a cui prepararsi, col corredo di entusiasmo e debite fatiche.
Forse la spensieratezza nemmeno se ne accorgerebbe. La pensosità li raccoglie ad uno ad uno, considerandoli come un mazzo di fiori con cui il buon Dio ci lega a sé.
Suore Agostiniane
Rossano Calabro

Commenti
Posta un commento